Peter Schneider, morto il 3 marzo a 85 anni, ha raccontato l’anima di Berlino. Nato a Lubecca il 21 aprile 1940, non è stato solo uno dei più influenti intellettuali tedeschi contemporanei, ma un testimone oculare che ha trasformato le cicatrici della storia in letteratura.
Il suo percorso affonda le radici nel fermento culturale degli anni Sessanta. Stabilitosi a Berlino per studiare germanistica, storia e filosofia, divenne rapidamente una figura di spicco del movimento studentesco del 1968. Schneider diventò di fatto il simbolo di una generazione, delle sue utopie e delle disillusioni. Una militanza non solo politica, ma intellettuale: nel 1973, con la pubblicazione di Lenz, Schneider riuscì a dare voce allo smarrimento e ai progetti della nuova gioventù nata durante la Seconda guerra mondiale, consacrandosi come uno dei principali esponenti della “Nuova Soggettività”.
Peter Schneider, morto il 3 marzo a 85 anni, ha raccontato l’anima di Berlino. Nato a Lubecca il 21 aprile 1940, non è stato solo uno dei più influenti intellettuali tedeschi contemporanei, ma un testimone oculare che ha trasformato le cicatrici della storia in letteratura.
Il suo percorso affonda le radici nel fermento culturale degli anni Sessanta. Stabilitosi a Berlino per studiare germanistica, storia e filosofia, divenne rapidamente una figura di spicco del movimento studentesco del 1968. Schneider diventò di fatto il simbolo di una generazione, delle sue utopie e delle disillusioni. Una militanza non solo politica, ma intellettuale: nel 1973, con la pubblicazione di Lenz, Schneider riuscì a dare voce allo smarrimento e ai progetti della nuova gioventù nata durante la Seconda guerra mondiale, consacrandosi come uno dei principali esponenti della “Nuova Soggettività”.
L’opera che lo ha reso celebre a livello internazionale è senza dubbio Il saltatore del muro (1982, in Italia pubblicato prima da Sugarco e poi da La nave di Teseo). In questo testo, Schneider ha magistralmente descritto come il Muro di Berlino non fosse solo una barriera di cemento, ma una frattura psicologica — il celebre “muro nella testa” — capace di dividere le persone ben oltre la sua caduta fisica. In un’intervista su Repubblica a Tonia Mastrobuoni aveva detto: «Io ho inventato in un libro degli anni ’80 l’espressione “il muro nelle teste”. Dobbiamo sempre ricordarci che per 40 anni in Germania non sono esistiti solo due Stati, ma anche due culture opposte. Noi siamo cresciuti in una logica occidentale, atlantista, in una società libera. Di là del Muro, invece, c’era una dittatura che raccontava ai propri cittadini di essere stata dalla parte giusta della storia».
La sua capacità di osservare i cambiamenti sociali è proseguita dopo la riunificazione con romanzi come Papà (in Italia pubblicato da e/o nel 1988) o Accoppiamenti (Garzanti 1994), dove la capitale tedesca torna a essere lo scenario pulsante di nuove contraddizioni. In Papà ha narrato la storia del figlio di un ex gerarca nazista che parte alla ricerca del padre nell’Argentina degli anni Settanta, illudendosi di trovarlo pentito.
Schneider è stato scrittore politico nel senso pieno della parola. Non solo per i temi dei suoi libri ma per l’impegno sul campo. A lungo un riferimento per la sinistra, legatissimo a grandi cancellieri socialdemocratici come Willy Brandt e Gerhard Schroeder. La delusione degli ultimi anni verso la Spd andava di pari passo con una preoccupazione per le sorti di un Occidente in mano a Trump e per un’Europa poco efficace anche nello schierarsi a fianco dell’Ucraina.
Negli ultimi anni, Schneider ha spostato il suo sguardo verso una dimensione più intima e documentaristica.
Con Gli amori di mia madre (L’Orma, 2015), ha affrontato la storia della propria famiglia durante il Terzo Reich, ricostruendo la figura materna attraverso le lettere dell’epoca e offrendo un ritratto onesto delle fragilità umane durante la guerra.