✕

Massimo Cacciari: “Nell’arte non può esserci censura. Pazienza che a Roma non siano d’accordo”

Massimo Cacciari (ansa)

Ascolta l'audio

In Laguna c’è sempre stato, anche durante l’epoca fascista, un forte spirito libero. Tutte le manifestazioni di avanguardia sono passate da qui
2 minuti di lettura

Prima la sintesi: «Se il governo non è d’accordo, affari suoi». Anche se non è proprio “affari” la parola che usa Massimo Cacciari, il senso è chiaro: «La Biennale di Venezia è una fondazione autonoma e decide la propria linea culturale. Ci mancherebbe altro che il governo intervenisse in materie del genere».

Quindi ha ragione il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ad aprire al ritorno degli artisti russi?

«Assolutamente sì, ha la mia piena solidarietà. Tuttavia…».

C’è un tuttavia?

«Quando gli artisti mostreranno i loro lavori, il governo, la presidente del Consiglio, tu, io, chiunque potrà giudicare le scelte che la Biennale ha fatto. Se non sarà arte ma propaganda per l’invasione russa, allora non solo si potrà criticare Buttafuoco, ma anche c…

Prima la sintesi: «Se il governo non è d’accordo, affari suoi». Anche se non è proprio “affari” la parola che usa Massimo Cacciari, il senso è chiaro: «La Biennale di Venezia è una fondazione autonoma e decide la propria linea culturale. Ci mancherebbe altro che il governo intervenisse in materie del genere».

Quindi ha ragione il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ad aprire al ritorno degli artisti russi?

«Assolutamente sì, ha la mia piena solidarietà. Tuttavia…».

C’è un tuttavia?

«Quando gli artisti mostreranno i loro lavori, il governo, la presidente del Consiglio, tu, io, chiunque potrà giudicare le scelte che la Biennale ha fatto. Se non sarà arte ma propaganda per l’invasione russa, allora non solo si potrà criticare Buttafuoco, ma anche chiederne le dimissioni attraverso le regole previste dallo statuto della Biennale. Ma fino a quel momento le persone serie non giudicano sulla base di parametri ideologici o politici».

Perché il ministro della Cultura ha sentito il bisogno di sottolineare la contrarietà del governo se la Biennale è autonoma?

«Le chiedo: qual è il modello che hanno in testa i nostri governanti? Quello per cui era proibito suonare Beethoven durante la Prima guerra mondiale? Oppure quello per cui adesso, siccome c’è la guerra russo-ucraina, diventa difficile organizzare un convegno su Dostoevskij? Questa è una follia. E quindi, se Buttafuoco reagisce a questo andazzo demenziale, ha tutta la mia solidarietà. Fa benissimo a invitare artisti russi, ucraini, iraniani, esattamente come inglesi, francesi o tedeschi. Perché la Biennale è questo. La missione delle istituzioni culturali, in momenti tragici come questi, è continuare a mantenere rapporti di dialogo e di confronto. Soprattutto tra le parti che oggi sono drammaticamente in guerra».

Ci sono esponenti politici europei dei Paesi dell’Est che non sono d’accordo.

«Ma non esiste censura nel campo della ricerca artistica, semplicemente perché non può esistere. Perché le censure non funzionano. Un regime non può impedire a Pasternak di scrivere Il dottor Zivago o a Thomas Mann di scrivere il Doctor Faustus».

La storia della Biennale è una storia di incontri tra Paesi in momenti storici complicati: fu un vero e proprio porto franco durante la Guerra fredda.

«Mi ricordo la Biennale del dissenso nel ’77. Nonostante le posizioni assurde del Pci, in cui io militavo, la rassegna portò a Venezia gli artisti che il regime sovietico perseguitava. La Biennale è sempre stata, anche durante l’epoca fascista, caratterizzata da un forte spirito critico. Tutte le manifestazioni di avanguardia sono passate da Venezia e la Biennale deve mantenere questa funzione».

È un modo di fare diplomazia?

«Non deve essere un lavoro sotterraneo: deve essere alla luce del sole. La Biennale è un’istituzione che deve documentare lo stato delle arti contemporanee in tutto il mondo».

Professore, non è troppo irenico pensare che la cultura sia l’opposto della guerra?

«Sì, lo è. La cultura della ricerca artistica, come quella scientifica e filosofica, sono spazi di lotta, di contrasto, di contraddizione. Ma sono quei contrasti, quelle contraddizioni che non portano ad ammazzarsi, ma si risolvono dialogicamente. Come in amore».

E non è un po’ giù di moda dire fate l’amore non la guerra?

«È un vecchio discorso, in fondo era anche l’utopia freudiana. L’aggressività è insita nella nostra natura, una dimensione invincibile. Se riuscissimo a tradurre la nostra aggressività in termini artistici, e non nei termini bellicisti con cui costantemente nel campo politico la traduciamo... ma qui mi fermo. È appunto un’utopia».

Leggi i commenti