L’affaire Biennale non ha tregua. Ora è la volta dell’Ucraina che interviene per chiedere alla sessantunesima esposizione d’arte di Venezia di tornare sui suoi passi ed escludere la Russia dall’evento che prenderà il via il 9 maggio. La richiesta è istituzionale, firmata dal ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, e dalla ministra della Cultura, Tetyana Berezhna: «Invitiamo gli organizzatori a riconsiderare la loro decisione di consentire il ritorno della Federazione Russa e a mantenere la posizione di principio dimostrata nel 2022-2024».
Per capire bisogna fare un passo indietro. Tutto ha avuto inizio su Repubblica, con un’intervista di Dario Olivero a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, che ha raccontato la sua idea inclusiva di manifestazione aperta a tutti, anche a Russia e Iran. Ma dopo poche ore il ministro Giuli ha preso le distanze dalla decisione di Buttafuoco e la tregua si è improvvisamente trasformata in uno scontro interno alla destra. Una frattura …
L’affaire Biennale non ha tregua. Ora è la volta dell’Ucraina che interviene per chiedere alla sessantunesima esposizione d’arte di Venezia di tornare sui suoi passi ed escludere la Russia dall’evento che prenderà il via il 9 maggio. La richiesta è istituzionale, firmata dal ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, e dalla ministra della Cultura, Tetyana Berezhna: «Invitiamo gli organizzatori a riconsiderare la loro decisione di consentire il ritorno della Federazione Russa e a mantenere la posizione di principio dimostrata nel 2022-2024».
Per capire bisogna fare un passo indietro. Tutto ha avuto inizio su Repubblica, con un’intervista di Dario Olivero a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, che ha raccontato la sua idea inclusiva di manifestazione aperta a tutti, anche a Russia e Iran. Ma dopo poche ore il ministro Giuli ha preso le distanze dalla decisione di Buttafuoco e la tregua si è improvvisamente trasformata in uno scontro interno alla destra. Una frattura tra il governo e la Biennale, che è sì un’istituzione autonoma ma ha un presidente scelto dall’attuale ministero della Cultura, dunque difficile immaginare che non reclami voce in capitolo.
Non mancano però gli intellettuali di entrambi gli schieramenti che hanno manifestato la loro solidarietà a Buttafuoco. Tra questi Massimo Cacciari: «La Biennale di Venezia è una fondazione autonoma e decide la propria linea culturale. Ci mancherebbe altro che il governo intervenisse in materie del genere».
Sul fronte di destra si è pronunciato anche Marco Tarchi ricordando che «boicottare è un segno di intolleranza e una vergogna». Ma se il mondo culturale bipartisan sembra contro la censura e per l’apertura dialogica, la politica ragiona diversamente e pesa le ricadute pragmatiche. Nella scia degli interventi si è così inserita una lettera di 26 europarlamentari, tra cui la vicepresidente del Parlamento di Strasburgo Pina Picierno, che hanno firmato un appello per chiedere un ripensamento sulla partecipazione della Russia. Va ricordato che la Russia è proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e che era assente dal 2022 come conseguenza dell’invasione dell’Ucraina.
Infine per complicare l’intricata vicenda è anche venuto fuori che la curatrice del padiglione di Mosca Anastasiia Karneeva sarebbe in affari con la figlia del ministro degli Esteri del governo Putin Sergej Lavrov. La cosa non è passata inosservata tra i dissidenti russi. Sono tornate a farsi sentire su Facebook le Pussy Riot, le femministe punk rock finite a processo anni fa per le accese contestazioni contro Putin. Il collettivo ha annunciato l’intenzione di organizzare proteste contro la presenza russa a Venezia. È solo l’inizio.