Ogni nuovo libro di Ece Temelkuran è un racconto che mette chiarezza e restituisce il giusto significato alle parole. Temelkuran è una scrittrice turca che da anni non vive più nel suo Paese, perché chiunque in Turchia scelga di raccontare il proprio tempo, può farlo solo alle condizioni del governo autoritario di cui Erdoğan è a capo. Altrimenti viene perseguitato, arrestato, intimidito insieme alla propria famiglia; messo sotto processo, annichilito sia dal punto di vista professionale che personale. Esce in Italia, per Bollati Boringhieri, Stranieri come me, un libro in cui Ece Temelkuran si spinge oltre, non raccontando più quello che accade nel mondo, ma l’impatto che gli accadimenti del mondo producono in noi. Riconoscerete voi stessi nelle sue parole, e questo dovrebbe convincerci a cercare tra noi le affinità più che le divergenze, perché la domanda che sottende il libro è: e se fossimo tutti stranieri? Se non fosse necessario dover lasciare la propria casa, la propria città, …
Ogni nuovo libro di Ece Temelkuran è un racconto che mette chiarezza e restituisce il giusto significato alle parole. Temelkuran è una scrittrice turca che da anni non vive più nel suo Paese, perché chiunque in Turchia scelga di raccontare il proprio tempo, può farlo solo alle condizioni del governo autoritario di cui Erdoğan è a capo. Altrimenti viene perseguitato, arrestato, intimidito insieme alla propria famiglia; messo sotto processo, annichilito sia dal punto di vista professionale che personale. Esce in Italia, per Bollati Boringhieri, Stranieri come me, un libro in cui Ece Temelkuran si spinge oltre, non raccontando più quello che accade nel mondo, ma l’impatto che gli accadimenti del mondo producono in noi. Riconoscerete voi stessi nelle sue parole, e questo dovrebbe convincerci a cercare tra noi le affinità più che le divergenze, perché la domanda che sottende il libro è: e se fossimo tutti stranieri? Se non fosse necessario dover lasciare la propria casa, la propria città, il proprio paese per sentirsi stranieri? Lettere intime scritte con un linguaggio poetico che ci disarma e ci costringe a chiederci quale sia, oggi, il nostro posto nel mondo. La risposta è lì, nessuno ci chiederà di condividerla, ma l’importante sarà averla trovata.
Cara Ece, non posso che chiederti: cos’è per te casa? Per anni ho raccontato che la casa per me era diventata il mio zaino pieno di libri, ho reso romantica la disperazione per sentirmi forte.
«Stiamo entrambi tentando di fare qualcosa che è quasi impossibile: ridefinire la casa, scollegandola dal luogo fisico, e riprogrammare i nostri cervelli, che per migliaia di anni sono stati abituati ad associare la casa a un luogo. Forse siamo i pionieri della storia. Perché molti, in futuro, saranno costretti a fare lo stesso, quando i nostri spazi abitativi diminuiranno. Adesso per me la casa sono le persone».
“Stranieri come te”, perché?
«Perché anche se alcuni di noi vivono ancora nella propria città, nella propria patria, bisogna saperlo: siamo stranieri in questo nuovo mondo, in questa incertezza radicale. Volevo raccontare che lo sfinimento e il dolore che proviamo sono la condizione umana. Ci sentiamo stranieri perché siamo umani, e siamo la maggioranza. Volevo trasformare il nostro senso di impotenza in un’idea potente, affinché le persone, private della loro casa per via delle condizioni in cui versa il mondo, potessero sentirsi a casa con sé stesse, con le loro compagne e i loro compagni umani».
Nel tuo libro dai alla parola “straniero” una nuova forma e attualizzi la parola fascismo, per comprenderne le declinazioni che può avere oggi. Scrivi che, pur essendo una minaccia reale, le persone continuano a concepire il fascismo come un argomento astratto.
«Ci sono due motivi che spingono le persone a rifuggire da questa parola. Il motivo ideologico è che credono che il fascismo non sia possibile in un’economia di libero mercato; questa bugia è stata raccontata così tante volte che la gente ha dimenticato che il fascismo è incorporato nell’ideologia neoliberista. Il secondo motivo è di natura emotiva. La gente sa che, una volta che chiami il fascismo con il suo nome, devi fare qualcosa al riguardo. L’unico modo per incoraggiarle è dire loro che siamo in tanti e che siamo abbastanza potenti da invertire questa corrente minacciosa. Ma credo che ciò sia possibile solo adottando un linguaggio compassionevole, generoso e umile. Ecco perché Stranieri come te è stato scritto in forma di lettere intime e con un linguaggio poetico».
Mi ha molto colpito il tuo racconto sulla distanza che esiste tra il romanticismo che le persone attribuiscono alla condizione di esule e le mortificazioni che un esule deve affrontare nel quotidiano, anche solo per rinnovare un documento.
«Passare attraverso il purgatorio della burocrazia ti cambia. Impari ad accomodare la storia della tua vita nei moduli per le procedure di immigrazione. È un processo che ti riconfigura. Il modulo ti interroga sui fatti banali della tua vita, non sulla verità del tempo che hai trascorso sulla terra. Quando la tua vita diventa una pila di fogli e documenti, nella tua anima comincia a crescere quel fantasma pesante e amorfo che ti ricorda delle date di scadenza, dei requisiti e dei regolamenti. E tu ti abitui a conviverci. La cosa buffa è che, in quanto intellettuale e scrittrice, ci si aspetta che tu nasconda questo fantasma quando racconti la tua storia. Solo che è proprio in quelle code per il visto e in quegli uffici immigrazione che vedi l’attuale condizione umana. Magari ti ritrovi a discutere dell’umanità in sale lussuose insieme a intellettuali provenienti da ogni dove, ma è soltanto stando in quelle code precarie che fai esperienza della condizione umana insieme ad altri profughi. E la poesia della realtà nasce proprio in quelle code».
«Puntare il riflettore sull’esule per distoglierlo dal migrante — scrivi — è una strategia di branding dell’Europa». L’Italia respinge i migranti, li porta illegalmente in Albania, ma non ama descriversi come un Paese razzista: come è possibile essere tanto ciechi di fronte a fatti eclatanti?
«Sono le luci del palcoscenico che ci accecano. Noi esuli privilegiati non parliamo dei nostri compagni stranieri che portano il marchio dei profughi. È anche per questo che continuo a ripetere la parola “stranieri”, per sottolineare che i nostri destini non sono molto diversi da quelli di altri, anche se, in quanto esuli, beneficiamo di vite molto più agiate e di molta più attenzione. Credo che mettere in luce il modo in cui i profughi possono aiutarci sia fondamentale. Non sto parlando soltanto della questione della forza lavoro, sto parlando anche del fatto che i profughi hanno la saggezza di ricostruirsi la vita da zero senza essere nessuno. Sto parlando della moralità della sopravvivenza, che molti europei dovranno imparare a conoscere a causa del fascismo dilagante».
Parli del senso di colpa che provi per aver lasciato la Turchia e a me sembra assurdo che tu possa pensare di «non aver fatto abbastanza». Mi domando: è quello che accade quando dalla tua stessa terra ti arrivano le accuse peggiori?
«Sei uno dei pochissimi che può capire questo dolore specifico, caro Roberto, mio caro straniero. Ci ho pensato, sai. Mettendo da parte il mio dolore, ho cercato di esaminare questo fenomeno come avrebbe fatto uno scienziato. Credo sia la psicologia degli sconfitti. Le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte, e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. Il dolore che vogliono suscitare in noi è il loro dolore. Ma questa scoperta mi ha aiutata ad alleviare la dolorosa urgenza di domandarmi se ho fatto abbastanza? Ebbene no. C’est la vie».
Come stai vivendo ciò che accade in Iran? In cosa è stata mancante l’Europa?
«Una situazione simile si è verificata in Venezuela. Persone già private della casa per via del regime nel loro Paese ne sono state private per la seconda volta da una potenza straniera. Quando il regime del tuo Paese ti toglie la casa mediante l’oppressione, che cosa rimane da difendere? Sia i venezuelani sia gli iraniani si sono trovati a dover rispondere a questa domanda impossibile. L’establishment europeo ha istituzionalizzato la propria ipocrisia, soprattutto nel caso di Gaza. Era una cosa che andava avanti già da un bel po’, ma dopo Gaza, e adesso dopo l’Iran, le classi dirigenti hanno messo in pratica con orgoglio ciò che noi già sapevamo: le regole non si applicano agli altri, alle persone non bianche. Pensano ancora di poter proteggere l’Europa come un museo morto di “civiltà”».
Leggerti, cara Ece, è stato un dono inatteso. Le lettere che hai scritto hanno alleviato il dolore, mi hanno fatto sentire meno solo. E sono certo che chiunque si concederà del tempo per leggerle, si sentirà protetto dal tuo animo forte.
«È proprio per questo che ho scritto Stranieri come te. Affinché le persone come noi si sentissero meno sole. Ultimamente ho deciso che la nostra responsabilità morale non si esaurisce con la comprensione e l’analisi del mondo. Dobbiamo anche fare in modo che questa realtà insopportabile diventi emotivamente gestibile per gli altri. Sono così felice che tu ora ti senta meno solo. Dovremmo sentirci tutti così perché, in realtà, siamo la maggioranza».
Il libro e l’appuntamento
Stranieri come te di Ece Temelkuran (Bollati Boringhieri, trad. di Giulia Boringhieri, pagg. 192, euro 19). L’autrice sarà a Libri Come sabato 21 marzo (ore 15) in dialogo con Marianna Aprile