La Biennale tira dritto sulla Russia. Zelensky: “Così rafforza Putin”
di Serena RiformatoIl presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky
(agf)ROMA – «Trasformare in armi sport, musica, cinema e festival d’arte, come la Biennale di Venezia, non aiuta mai». È poco più di un inciso in un’intervista più ampia quello in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky cita la 61esima esposizione internazionale d’arte che per la prima volta dal 2019 ospiterà un padiglione di artisti russi. Il parallelismo, per il leader di Kiev, «è con i grandi eventi sportivi». Sono strumenti di legittimazione geopolitica per uno Stato paria. Mosca li usa «per rafforzare la propria influenza e dimostrare che non è isolata».
La firma dell’Ucraina, del resto, era già in calce alla lettera con la quale altri 21 Paesi europei hanno chiesto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di revocare la partecipazione della Russia. La pressione sulla fondazione veneziana è sempre più alta. La Commissione europea anche ieri ha ribadito la sua condanna con una minaccia assai concreta: la Fondazione Biennale, ha spiegato ieri il portavoce Thomas Regnie…
ROMA – «Trasformare in armi sport, musica, cinema e festival d’arte, come la Biennale di Venezia, non aiuta mai». È poco più di un inciso in un’intervista più ampia quello in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky cita la 61esima esposizione internazionale d’arte che per la prima volta dal 2019 ospiterà un padiglione di artisti russi. Il parallelismo, per il leader di Kiev, «è con i grandi eventi sportivi». Sono strumenti di legittimazione geopolitica per uno Stato paria. Mosca li usa «per rafforzare la propria influenza e dimostrare che non è isolata».
La firma dell’Ucraina, del resto, era già in calce alla lettera con la quale altri 21 Paesi europei hanno chiesto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di revocare la partecipazione della Russia. La pressione sulla fondazione veneziana è sempre più alta. La Commissione europea anche ieri ha ribadito la sua condanna con una minaccia assai concreta: la Fondazione Biennale, ha spiegato ieri il portavoce Thomas Regnier, potrebbe perdere una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Buttafuoco non risponde. Da qualche giorno, tuttavia, il suo ufficio stampa insiste su un aspetto procedurale: «Sono i Paesi che chiedono autonomamente di partecipare alle mostre della Biennale». E così è stato anche questa volta: «La Russia ha comunicato la sua partecipazione» e la Fondazione «ha preso atto». Un tentativo di cancellare le impronte digitali da un caso che è valso a Buttafuoco l’irritazione del governo che l’ha messo a capo di una delle più importanti istituzioni culturali del Paese. Un solo ministro – non del tutto a sorpresa – si schiera apertamente con l’intellettuale “dissidente”. Il vicepremier Matteo Salvini, intercettato alla Camera, alla domanda di Repubblica sulla decisione di Buttafuoco risponde senza esitazione: «Ha fatto bene, la cultura e lo sport avvicinano, non escludono e non allontanano». Posizione esattamente opposta a quella espressa dal ministro della Cultura Alessandro Giuli che martedì, in un video proprio per la presentazione ufficiale del Padiglione Italia alla Biennale, ha ribadito che lo spazio russo «verrà aperto contrariamente all’opinione» dell’esecutivo. Nel centrodestra in difesa di Buttafuoco intervengono in pochi. Tra questi, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, nel cda della Fondazione: «L’istituzione è autonoma, la Russia è un aggressore, ma altra cosa è il popolo russo. Siamo in democrazia, non in una dittatura». A Palazzo Chigi però l’imbarazzo rimane forte. La premier Giorgia Meloni, invitata, non ha ancora deciso se partecipare all’inaugurazione della mostra il 9 maggio – coincidenza infelice con la Giornata della vittoria in Russia. La situazione difficilmente cambierà. Il Cremlino non sembra intenzionato a rinunciare alla vetrina veneziana. E i tentativi di far desistere Buttafuoco – tra i quali una telefonata del presidente della commissione Cultura di Montecitorio Federico Mollicone – sono andati a vuoto. Tra i meloniani il disappunto va oltre l’affaire Russia: «La sua gestione woke in continuità con il predecessore Roberto Ciccutto è una delusione per la maggioranza», commenta un dirigente di FdI.
Buttafuoco non teme la graticola. Chi lo conosce lo racconta, anche in queste ore, fedele a un detto siciliano: “Calati juncu ca passa la china”. Piegati giunco che passa la piena.