Jonathan Haidt: “Cari ragazzi siate tutti ribelli senza smartphone”
di Ilaria ZaffinoLo psicologo americano Jonathan Haidt
Il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui il mondo ha detto: basta. Perché esiste un modo per porre limite allo strapotere di quelle “pietre magiche” che hanno irretito i nostri figli, rubando loro l’infanzia e trasformandoli nella prima generazione cresciuta, fin dalla nascita, con uno smartphone stretto in mano (fuor di metafora la pietra magica di cui aver paura). Ne è convinto lo psicologo americano Jonathan Haidt, quando lo raggiungiamo in videochiamata nel suo ufficio alla New York University. Autore del caso editoriale La generazione ansiosa (2024), di cui molto si è discusso, torna in libreria con un volume, scritto con Catherine Price, che si può idealmente leggere come il seguito di quel bestseller. Si intitola La generazione fantastica ed è una guida «per vivere felici senza smartphone».
Il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui il mondo ha detto: basta. Perché esiste un modo per porre limite allo strapotere di quelle “pietre magiche” che hanno irretito i nostri figli, rubando loro l’infanzia e trasformandoli nella prima generazione cresciuta, fin dalla nascita, con uno smartphone stretto in mano (fuor di metafora la pietra magica di cui aver paura). Ne è convinto lo psicologo americano Jonathan Haidt, quando lo raggiungiamo in videochiamata nel suo ufficio alla New York University. Autore del caso editoriale La generazione ansiosa (2024), di cui molto si è discusso, torna in libreria con un volume, scritto con Catherine Price, che si può idealmente leggere come il seguito di quel bestseller. Si intitola La generazione fantastica ed è una guida «per vivere felici senza smartphone».
Lei è autore di un saggio sui rischi di smartphone e social per la salute mentale dei giovani. Adesso ha deciso di parlare direttamente agli adolescenti. Perché?
«A spingermi sono state le continue richieste di genitori che, dopo aver letto La generazione ansiosa, volevano consigli per i figli di 10, 11 o 13 anni. Ho capito che scrivere un libro che parlasse ai ragazzi sarebbe stata una parte importante del cambiamento culturale. Perché lo scopo è aiutarli a riconquistare l’infanzia nel mondo reale. E lavorando al progetto ho visto che tanti ragazzi della Gen Z e della Gen Alfa non vogliono stare sempre col telefono in mano! Amano passare il tempo con gli amici e preferiscono farlo di persona piuttosto che online. Addirittura molti chiedono ai genitori un telefono normale al posto dello smartphone per quando saranno alle medie, accogliendo la mia sfida a diventare “ribelli”».
Chi sono questi ribelli di cui parla? E come può la sua generazione “ansiosa” diventare “fantastica”?
«La generazione fantastica è un’aspirazione. Si riferisce a come la Gen Alfa può diventare se cambia direzione e non segue la Gen Z. Non so in che percentuale ci riuscirà. Questi ragazzi sono esposti a danni maggiori di chi li ha preceduti, perché hanno avuto l’iPad da quando avevano uno o due anni. Ma ho speranza per milioni di loro. Se cambi le tue abitudini, cambi la tua vita e il corso del tuo sviluppo. Persino per la Gen Z il danno subito nella pubertà, benché difficile da cancellare, può essere in parte invertito e, anche sei hai 25 anni, puoi recuperare la tua capacità di attenzione».
Per questo lei propone un codice del ribelle. In cosa consiste?
«L’idea al centro della Generazione ansiosa era che proteggiamo troppo i bambini nel mondo reale e troppo poco online. Per questo suggerisco regole semplici da seguire in entrambi i campi. Ecco la prima: usa la tecnologia come uno strumento, non lasciare che questa usi te. E gran parte del libro spiega come i bambini sono usati dalle aziende informatiche, che io chiamo gli “avidi maghi”».
Può farci qualche esempio?
«Vuoi parlare con i tuoi amici? Benissimo, puoi telefonare, inviare messaggi. Ma quando entrano in gioco i social guidati da algoritmi, pieni di notifiche che ti interrompono di continuo e ti avvisano che qualcuno ha commentato, allora la tecnologia sta usando te. Non è più uno strumento che hai scelto di usare. È un’azienda tecnologica che utilizza il tuo telefono per modificare il tuo comportamento. Perciò dico: niente smartphone fino a 14 anni, niente social prima dei 16. Ma un telefono normale, il pc, la tv sono ok».
A proposito di età, a dicembre l’Australia è stata il primo Paese a vietare i social fino a 16 anni. Pensa che altri possano seguire presto?
«All’inizio pensavo ci sarebbero voluti due anni. Ma è accaduta una cosa incredibile: più di 12 Paesi si sono impegnati a fare lo stesso nel giro di un mese. Mai avevo visto un punto di svolta globale così veloce. L’Indonesia ha già approvato una legge che entra in vigore a fine marzo. Poi Macron si è impegnato a essere il primo in Europa a seguire questa strada. L’ho incontrato a Davos a gennaio e abbiamo parlato della legge che voleva proporre. È stata approvata la settimana dopo».
Poi chi altro?
«Anche Spagna, Svezia, Germania, Danimarca, Regno Unito, Malesia e Nuova Zelanda si sono mosse. Il 2025 è stato l’anno in cui il mondo ha iniziato a togliere i telefoni dalle scuole, il 2026 sarà ricordato come quello in cui il mondo ha detto: basta. I bambini non dovrebbero stare sui social. Parlare con sconosciuti, vedere pornografia, violenza, comprare droghe, giocare d’azzardo sono attività da adulti».
Ma in una società basata sugli smartphone è davvero possibile vietarli? I ragazzi temono di essere esclusi se non ce l’hanno.
«Questo è quel che chiamo trappola dell’azione collettiva. Il problema è diventato grave perché genitori e figli sono intrappolati in questa situazione. Se un bambino non ha il telefono, viene escluso. Per questo si devono cambiare norme sociali e leggi e bisogna farlo tutti insieme. Lasciamo che i ragazzi attraversino la pubertà senza passare cinque ore al giorno sui social. Lasciamoli crescere nel mondo reale prima di gettarli nel vortice dei social».
Da dove inizia questa ribellione?
«Una delle sorprese del libro è che tante famiglie lo hanno trasformato in un progetto familiare. Negli ultimi 10 anni genitori e figli hanno sempre litigato per la tecnologia. Ora per la prima volta sono dalla stessa parte e vogliono vivere di più nel mondo reale insieme. Così organizzano serate cinema in famiglia, bandiscono i dispositivi dalla tavola per guardarsi negli occhi durante i pasti e i genitori decidono di lasciare più libertà ai figli per uscire e vedere gli amici».
Perché dovrebbero scegliere una vita con meno schermi, secondo lei?
«Perché li aiuterà a diventare adulti competenti e felici. E poi perché giocare con gli amici di persona è più divertente che in un videogioco. La tecnologia rende le cose facili. E questo è fantastico per gli adulti. Ma i bambini devono fare cose difficili per mettersi alla prova, fare errori. L’esperienza online non li aiuta a maturare nel mondo reale».
Tra i consigli che dà c’è il “terzo luogo”: ci spiega cos’è?
«La vita di un bambino si divide tra casa e scuola, dove sono controllati dagli adulti. Servono terzi luoghi dove possano andare da soli: gelaterie, piccoli negozi, campetti dove fare sport, luoghi di incontro senza la supervisione dei genitori».
Quindi è ancora possibile tornare a un’infanzia basata sul gioco invece che sugli smartphone?
«Sì. Sta già accadendo. Quando i genitori si mettono d’accordo possono lasciare i figli andare in bicicletta, chiedere alle scuole di vietare i telefoni, modificare alcune norme sociali. E il cambiamento si sta diffondendo rapidamente».
Il libro
La generazione fantastica di Jonathan Haidt e Catherine Price (Rizzoli, trad. Rosa Prencipe, pagg. 236, euro 18)