Andrea De Carlo tra gli scaffali della Hoepli ci ha comprato persino un manuale da apicoltore, «uno di quei magnifici manuali vecchio stile, con la grafica un po’ vintage. Quelle belle edizioni senza tempo che mi appassionavano e ti davano l’idea di una conoscenza sedimentata, della sapienza tecnica in campi diversi». L’autore di libri amatissimi come Due di due, Di noi tre, Pura vita e Arcodamore, dice che non sarebbe lo stesso scrittore se non fosse nato e cresciuto a Milano. Una città che però ormai vive a piccole dosi, prendendosi lunghe pause. Una città che senza la libreria Hoepli, «sarà più povera». La storica libreria e casa editrice, due giorni fa è stata messa in liquidazione: 156 anni di storia cancellati da una crisi di bilancio ma soprattutto da una lunga guerra interna tra i soci, la famiglia svizzera che detiene le quote della società. «Quando ho saputo che avrebbe chiuso mi è molto dispiaciuto perché è uno di quegli elementi che hanno contribuito a dare fisionomia al c…
Andrea De Carlo tra gli scaffali della Hoepli ci ha comprato persino un manuale da apicoltore, «uno di quei magnifici manuali vecchio stile, con la grafica un po’ vintage. Quelle belle edizioni senza tempo che mi appassionavano e ti davano l’idea di una conoscenza sedimentata, della sapienza tecnica in campi diversi». L’autore di libri amatissimi come Due di due, Di noi tre, Pura vita e Arcodamore, dice che non sarebbe lo stesso scrittore se non fosse nato e cresciuto a Milano. Una città che però ormai vive a piccole dosi, prendendosi lunghe pause. Una città che senza la libreria Hoepli, «sarà più povera». La storica libreria e casa editrice, due giorni fa è stata messa in liquidazione: 156 anni di storia cancellati da una crisi di bilancio ma soprattutto da una lunga guerra interna tra i soci, la famiglia svizzera che detiene le quote della società. «Quando ho saputo che avrebbe chiuso mi è molto dispiaciuto perché è uno di quegli elementi che hanno contribuito a dare fisionomia al carattere del centro».
De Carlo, nato a Milano nel 1952, tra gli scaffali di via Hoepli 5 ci ha passato le ore. «Era una libreria diversa dalle altre – racconta – c’erano tutti quei manuali, ma anche tante edizioni straniere, molti libri fotografici, c’erano commessi estremamente competenti che erano in grado di rintracciare quello che un cliente cercava senza consultare nessun computer». La Hoepli fa parte della geografia urbana dei milanesi, «un vecchio punto di riferimento, a due passi dal Duomo, con quelle grandi vetrine piene di copertine anche molto specialistiche. In una città come Milano che ha una vita intellettuale intensa e una presenza di persone che fra le altre cose leggono, una libreria come quella aveva un senso. Mancherà».
Ogni libreria che chiude del resto «è una perdita, una luce in meno. Lo stesso vale per le sale cinematografiche. Milano ne ha perse tantissime. Alcune chiusure sono legate alla fine di un’epoca. Molti libri ormai si ordinano online, molti vengono letti in formato elettronico, però i veri lettori appassionati li vogliono ancora di carta, li vogliono avere fra le mani. E io sono fra quelli. I libri che ci portiamo dietro sono memoria».
La fine di Hoepli è anche un segnale, un campanello d’allarme, in una città in continua trasformazione. «Oggi Milano è molto più cosmopolita della metropoli grigia, monocroma, nella quale sono cresciuto. Continua ad avere una presenza molto forte di menti attive in vari campi, dal design, all’architettura, al giornalismo, all’editoria, al mondo della finanza. Resta un posto nel quale bisogna darsi da fare: non te ne stai seduto al bar a contemplare la grande bellezza, come a Roma e a Firenze. Devi fare delle cose, anche in modo un po’ implacabile: perché poi non è che sia un paradiso per chi ci vive. È difficile, cara e inquinata, con pochissimo verde». Ecco che allora le librerie diventano piccoli “polmoni” di carta, luoghi di pace «dove sperimentare la magia di scoprire un testo. Può avvenire solo quando giri, magari ti perdi, capiti davanti a uno scaffale, in una saletta defilata e guardando le copertine, sfogliando le prime pagine, trovi un volume che improvvisamente ti interessa».
De Carlo pensa al futuro dell’edificio Hoepli così familiare per i milanesi. «Sarebbe bello se lì nascesse un’altra libreria, ma mi sembra impossibile. Ci andrà una grande catena, magari di abbigliamento: solo un grosso gruppo può sostenere gli affitti in una zona come quella. Di librerie a Milano per fortuna ce ne sono. E spero che non ne chiuda più nessuna. Perché è doloroso. Ciascuna ha una sua voce e Hoepli ne aveva una tutta sua della quale c’era bisogno». De Carlo, da quando era un ragazzo di 24 anni con lo zaino in spalla alla scoperta del mondo, da Milano ha continuato a fuggire. Ma ci è sempre ritornato. «È una città di intelligenza e di spirito critico. Questi due elementi fanno parte della mia formazione. Lo spirito critico milanese fa parte della mia natura».
Alla fine il miele è riuscito a produrlo? «Sì, un bel barattolo con tanta fatica. Poi ho capito che non avevo una vocazione di apicoltore. Ma quel manuale non lo dimentico».