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Il mago Horst e la formula della bellezza

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Scattò la sua immagine più famosa fuggendo da Parigi prima della morsa nazista. Una mostra racconta a Venezia il dandy della fotografia di moda, specchio del XX secolo
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Quel busto per signore era la fine del mondo, e Horst lo sapeva benissimo. Avrebbe sconvolto il mondo della moda, quella pubblicità del corsetto Mainbocher, disegnato da Detolle: doveva inondare di sensualità le pagine di Vogue America, ma voleva essere anche, per Horst, l’apice della sua arte di prestigiatore delle forme. Ci aveva lavorato per settimane, ne aveva fatto schizzi preparatori, tutto era premeditato al millimetro: la curva della schiena della modella (la candida madame Bernon), dalle braccia ripiegate al gomito come una monca statua di Fidia, i lacci del corsetto deliziosamente allentati a lasciar intuire tutta la schiena fino ai limiti del licenzioso, e poi languidamente sparsi sul sedile di marmo.

Ma quella notte di Ferragosto del 1939, nel suo studio di Parigi, Horst lavorò con la disperazione nel cuore. Aveva una valigia pronta, con poche cose dentro. Alle quattro del mattino uscì dallo studio, alle s…

Quel busto per signore era la fine del mondo, e Horst lo sapeva benissimo. Avrebbe sconvolto il mondo della moda, quella pubblicità del corsetto Mainbocher, disegnato da Detolle: doveva inondare di sensualità le pagine di Vogue America, ma voleva essere anche, per Horst, l’apice della sua arte di prestigiatore delle forme. Ci aveva lavorato per settimane, ne aveva fatto schizzi preparatori, tutto era premeditato al millimetro: la curva della schiena della modella (la candida madame Bernon), dalle braccia ripiegate al gomito come una monca statua di Fidia, i lacci del corsetto deliziosamente allentati a lasciar intuire tutta la schiena fino ai limiti del licenzioso, e poi languidamente sparsi sul sedile di marmo.

Ma quella notte di Ferragosto del 1939, nel suo studio di Parigi, Horst lavorò con la disperazione nel cuore. Aveva una valigia pronta, con poche cose dentro. Alle quattro del mattino uscì dallo studio, alle sette prese un treno per Le Havre, da dove si imbarcò pochi giorni dopo, fuggendo in America sul piroscafo SS Normandie. «Qualunque cosa stia per accadere, la vita non sarà più la stessa», scrisse disperato nel suo diario. Quando Vogue pubblicò la fotografia, il 15 settembre 1939, l’Europa era già in fiamme. Quel corsetto fu davvero il segnale della fine del mondo.

Nella grande retrospettiva dell’opera di Horst P. Horst in corso alle Stanze della Fotografia di Venezia fino al 5 luglio, la fotografia del corsetto Mainbocher è esposta senza enfasi, quasi appartata, piccola com’è nella sua stampa vintage (il negativo è andato perduto). Forse i curatori Anne Morin e Denis Curti vogliono lasciare che la sua forza si sprigioni da sola, che sia il perno segreto di un viaggio nelle visioni di quel vero e proprio demiurgo della fotografia di moda che fu questo fotografo tedesco, capitato tra le due guerre al centro di una congiunzione astrale: innamorato della statuaria greca come tutti i tedeschi colti della sua epoca, studente di architettura, frequentatore di Weimar negli anni del Bauhaus, assistente di Le Corbusier a Parigi, amico e collaboratore di Salvador Dalí, infine scelto da Condé Nast come fotografo di punta di Vogue, su suggerimento di un guru dell’immagine di moda, George Hoyningen-Huene, che se ne era innamorato, non solo platonicamente. Classicismo, modernismo, surrealismo, razionalismo, sogno e desiderio: tutte cose che sembrano fare a cazzotti tra loro, ma non fra le mani di quel giovane, ambizioso, raffinato e dandy di nome Horst Paul Albert Bohrmann, nato nel 1906 e morto nel 1999, coetaneo del secolo breve, al quale donò il prodigio di una grande contraddizione risolta in miracoloso equilibrio. La fotografia di moda, del resto, è stata la camera d’eco di tutte le sperimentazioni del secolo delle avanguardie.

Appropriate, domate, inesorabilmente messe al guinzaglio del mercato del lusso. Per primo, Horst comprese che la moda non doveva opporsi a nessuno stile del tempo, ma doveva fagocitarli e metabolizzarli tutti. È davvero impressionante vedere con quale disinvoltura aerea questo creatore (che non per nulla la sua musa e guida, la studentessa danzatrice del Bauhaus Eva Weidmann, chiamava Cherubino), riesca nell’impresa, quando impagina le sue donne, colonne doriche e ioniche, tra le forme geometriche pure, spingendo Prassitele nelle braccia di Kandinskij; è affascinante vedere come un cappello Schiaparelli disegni l’ombra misteriosa di un film espressionista, senza smettere di essere una lussuosa merce glamour. In questa danza degli opposti è forse possibile intravvedere un tentativo generoso, un’utopia intellettuale: la possibile conciliazione pacifica e virtuosa delle tensioni culturali che dilaniavano l’Europa, ragione e irrazionalismo, etnocentrismo e cosmopolitismo, nazionalismo e universalismo: del resto a Parigi, la città di elezione per Horst, una generazione di giovani profughi entusiasti e spregiudicati pensò che quella utopia fosse realizzabile. La storia incandescente si incaricò di fondere le ali al volo di Icaro. Abbandonando tutto, archivi e speranze, Horst lasciò in Europa anche il suo cognome, Bohrmann, troppo omofono con quello del gerarca nazista Martin Bormann; raddoppiò il nome proprio come in uno specchio autosufficiente, e divenne Horst P. Horst. Negli Usa crebbe la sua celebrità, e dopo la guerra tornò a Parigi da star internazionale, snob e irriverente, l’unico a potersi permettere di chiamare la signora della moda Condé-Nast “Nasty”, cattivella.

Aggiunse l’uso aggressivo del colore, già sperimentato in passato, alla cassetta degli attrezzi, dedicandosi al ritratto (quello di Coco Chanel fu l’unico autorizzato dalla stilista), mettendo il naso nelle dimore dell’alta società, non smettendo di fotografare abiti come sincretismi visuali fino all’inizio degli anni Novanta. Ma qualcosa in lui era cambiato, dalla notte del corsetto. L’utopia della forma riconciliata era stata distrutta dalla ferocia di quella che era pur sempre la sua patria nativa.

La mostra di Venezia ci fa un grande regalo, ritrovando e mostrandoci in abbondanza le fotografie che fece nel dopoguerra, spesso solo per sé: fotografie astratte quanto può esserlo una fotografia, dettagli di piante, conchiglie, fiori, forme naturali nella cui ripetizione quasi ossessiva Horst cercava… Cosa? Forse non la giustificazione naturalista della bellezza, come prima di lui aveva fatto Karl Blossfeldt, ma una specie di regressione all’origine della morfologia del mondo. Forse cercò di ricominciare, dopo l’orrore, ripartendo dalla compilazione di un alfabeto elementare della visione fotografica, come per imparare una nuova lingua al posto di quella materna, devastata dalla bestemmia delle immagini dei lager. Quel corsetto sull’orlo del baratro, allora, quella gabbia di tela da cui il corpo levigato della modella sembra voler fuggire al più presto, quell’immagine così carica di sprigionamenti sensuali che Madonna la replicò in un suo videclip, quel corsetto era davvero la fine del mondo; ma invocava un nuovo inizio, una redenzione della fotografia e dello sguardo, la promessa di una casta, sfrontata nudità dello spirito.

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