Napoli – A sei anni rimase incantato, da solo, davanti al quadro di William-Adolphe Bouguereau Ninfe e satiro del 1873 conservato al Clark Art Institute di Williamstown, nel Massachusetts, dove viveva con i genitori. «È la mia prima memoria», racconta Glenn Lowry, 71 anni, una delle voci più influenti del panorama artistico internazionale, per trent’anni, dal 1995 al 2025, direttore del Museum of Modern Art di New York. Specialista di arte islamica, durante il suo mandato ha raddoppiato le dimensioni delle gallerie del MoMa, ha quintuplicato il patrimonio museale, ha portato a termine la fusione con il PS1 Center for Contemporary Art di Long Island, ha creato un centro di ricerca e formazione e ha ispirato un nuovo modello per la presentazione dell’arte moderna e contemporanea.
Lowry interviene oggi all’Edi Global Forum promosso a Napoli fino a venerdì dalla Fondazione Morra Greco, rassegna diretta da Sylvain Bellenger già curatore all’Art Institute di Chicago ed ex direttore del Re…
Napoli – A sei anni rimase incantato, da solo, davanti al quadro di William-Adolphe Bouguereau Ninfe e satiro del 1873 conservato al Clark Art Institute di Williamstown, nel Massachusetts, dove viveva con i genitori. «È la mia prima memoria», racconta Glenn Lowry, 71 anni, una delle voci più influenti del panorama artistico internazionale, per trent’anni, dal 1995 al 2025, direttore del Museum of Modern Art di New York. Specialista di arte islamica, durante il suo mandato ha raddoppiato le dimensioni delle gallerie del MoMa, ha quintuplicato il patrimonio museale, ha portato a termine la fusione con il PS1 Center for Contemporary Art di Long Island, ha creato un centro di ricerca e formazione e ha ispirato un nuovo modello per la presentazione dell’arte moderna e contemporanea.
Lowry interviene oggi all’Edi Global Forum promosso a Napoli fino a venerdì dalla Fondazione Morra Greco, rassegna diretta da Sylvain Bellenger già curatore all’Art Institute di Chicago ed ex direttore del Real Bosco e Museo di Capodimonte. Il forum accoglie una rete di 94 musei e professionisti della cultura provenienti da 23 Paesi di quattro continenti chiamati a confrontarsi sulla domanda “Come possiamo imparare a guardare le immagini in modo critico?”. Inoltre promuove il concetto di slow watching come etica collettiva: un patto tra chi crea le immagini e chi le riceve per restituire tempo, significato e verità al mondo visivo. Lowry, ora direttore emerito del MoMa, non entra nel merito delle polemiche sul padiglione della Russia alla Biennale di Venezia ma esprime profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nell’America di Trump.
Direttore Lowry, qual è il ricordo del suo primo incontro con l’arte?
«Mi ero perso nel museo. Fui trasportato in un altro mondo, non sapevo nulla del mito, di satiri e ninfe, sono entrato dentro quella pittura erotica, con donne bellissime, e non ho più dimenticato quell’esperienza. E 15 anni più tardi ho realizzato che ero affascinato dall’arte e che sarebbe diventata il mio lavoro».
I musei non sono soltanto luoghi che conservano oggetti, ma spazi pubblici abitati da visitatori, cittadini e comunità locali. Quale ruolo possono svolgere oggi nella diffusione di una cultura democratica?
«Sono pilastri della democrazia come università, scuole, biblioteche. I musei sono veri e propri baluardi. Sono il luogo dove andiamo a vedere l’arte, dove andiamo insieme e possiamo condividere valori e idee, e dove le idee possono essere dibattute e contestate. Il centro di ogni società è la capacità di dissentire, dibattere, decidere e condividere idee. Ma allo stesso tempo sono luoghi che possono portare gioia e conoscenza».
I musei sono luoghi dominati dallo sguardo.
«Sì, noi passiamo il nostro tempo a correre e guardare. Mentre i musei portano un tempo lento, nel quale possiamo pensare e riflettere. Un luogo di rifugio».
Lei al MoMa era solito aggirarsi tra le sale e osservare le persone. Come guardano oggi i visitatori i musei?
«Quando nel 2019 abbiamo ristrutturato e allargato il MoMa ci siamo chiesti in che modo il pubblico può guardare le opere chiave della collezione e come queste dialogano con il resto. Uno dei consulenti mi ha detto: “Se mettiamo le panchine al centro della sala la gente si siede e guarda il telefonino. Se la mettiamo direttamente di fronte al quadro o alla scultura, le persone vengono rapite dall’opera e conversano con chi è seduto accanto, anche senza conoscerlo”. Un piccolo cambiamento può modificare l’esperienza di visita. L’esperimento ha funzionato. L’unico rimpianto è che non l’ho pensato io...».
Le visite scolastiche sono spesso percepite come un obbligo più che come una vera esperienza educativa. Come rafforzare l’integrazione tra scuole e musei?
«Servono programmi regolari educativi e un sistema che metta in dialogo educatori museali e insegnanti. Non basta portare i ragazzi per due ore a fare un giro. Se impari questo codice da bambino, quando sarai giovane e adulto lo ricorderai. Ricordo che portavo da piccolo mio figlio Willy, oggi giornalista della Cbc, al museo ogni settimana e lui diceva sempre: “Papà, basta”. Anni dopo, da studente universitario, dove ha portato la sua prima fidanzata? Al museo, perché lì si sentiva a suo agio».
Cosa sono allora i musei?
«I musei permettono alle persone di scoprire sé stesse. Se grazie al museo scopri una passione, questa rimane con te per la vita, è una rivelazione magica. L’arte rivela la nostra umanità. I musei sono spazi immaginari dove noi ci scambiamo architettura, oggetti d’arte, pubblico e anche noi stessi. A Napoli racconterò come l’immaginazione ha la stessa importanza di un fatto concreto, partendo da André Malraux, autore de Le musée imaginaire del 1947».
Come la nuova politica di Donald Trump influisce sui musei e le università americani, in particolare quelli che ricevono sostegno federale?
«A differenza dell’Europa, la maggior parte delle università e musei negli Stati Uniti sono istituzioni private con missione pubblica o sono sostenuti dai singoli Stati e non dal governo federale. È difficile per il governo federale controllare o cambiare la politica culturale di un museo. C’è la minaccia di modificare la leva fiscale e questo può avere un effetto su musei e università che possono essere portati a modificare i programmi per non entrare in conflitto, una sorta di autocensura. Questo esiste in tutti quei Paesi dove c’è il controllo dello Stato».
Ma la politica di Trump sta portando a una chiusura anche su questi temi.
«Lo shock per gli americani e per gli amici europei è che per la prima volta nella mia memoria vedo che l’America ha un presidente autocrate. Forse anche in passato è accaduto, ma è la prima volta nella nostra esperienza. È questo il futuro degli Usa o è un’aberrazione che finirà presto? Questa vicenda ci insegna come la democrazia sia fragile».