Non è Trump ad aver sconvolto l’ordine mondiale, ma sono i cambiamenti nel mondo ad aver prodotto Trump. L’ascesa al potere del miliardario newyorchese è l’anello finale di una corsa a ritroso di diritti, tutele e redditi medi cominciata da tempo, che ci ha riportato a livelli feudali, prima durante e dopo gli anni più bui del Medioevo. E non solo in America. È la tesi, condivisa da molti prestigiosi economisti e politologi internazionali, sviluppata nel saggio Capitalismo feudale (Laterza).
L’autore, Roberto Seghetti, giornalista e saggista di provata esperienza, ci conduce in un lungo viaggio attraverso la storia dell’economia mondiale e del grado di attuazione del “contratto sociale”, l’insieme di diritti, conquiste e cultura che dovrebbero elevare il livello collettivo di benessere.
La storia parte da lontanissimo, dalla fine dell’impero romano d’occidente «quando ogni soldato sapeva leggere e scrivere». Da quell’anno Domini 476 comincia un imbarbarimento che tocca il punto pi…
Non è Trump ad aver sconvolto l’ordine mondiale, ma sono i cambiamenti nel mondo ad aver prodotto Trump. L’ascesa al potere del miliardario newyorchese è l’anello finale di una corsa a ritroso di diritti, tutele e redditi medi cominciata da tempo, che ci ha riportato a livelli feudali, prima durante e dopo gli anni più bui del Medioevo. E non solo in America. È la tesi, condivisa da molti prestigiosi economisti e politologi internazionali, sviluppata nel saggio Capitalismo feudale (Laterza).
L’autore, Roberto Seghetti, giornalista e saggista di provata esperienza, ci conduce in un lungo viaggio attraverso la storia dell’economia mondiale e del grado di attuazione del “contratto sociale”, l’insieme di diritti, conquiste e cultura che dovrebbero elevare il livello collettivo di benessere.
La storia parte da lontanissimo, dalla fine dell’impero romano d’occidente «quando ogni soldato sapeva leggere e scrivere». Da quell’anno Domini 476 comincia un imbarbarimento che tocca il punto più basso nell’età di mezzo, quando il feudatario si arrocca nel suo castello e le moltitudini devono mettersi al riparo del signore di turno per vivere.
Nei secoli successivi l’involuzione continua finché, tra il 1787 e il 1789, la Costituzione americana e la rivoluzione francese segnano la svolta verso la democrazia. Il cammino virtuoso prosegue fino al Novecento, regge in qualche modo perfino alle dittature e alle guerre, segna la ripresa degli anni Cinquanta e imprime alla società globale una spinta grandiosa.
Finché arriva il vero punto di rottura, o meglio due: l’abolizione della parità aurea voluta da Richard Nixon nel 1971 con l’avvio dell’incubo dell’inflazione che ci tormenta ancora oggi, ma soprattutto l’elezione di Margaret Thatcher nel maggio 1979 e di Ronald Reagan nel novembre dell’anno dopo.
Anche stavolta la storia cambia nel giro di pochi mesi, e s’impone il neoliberismo di Milton Friedman e Friedrich von Hayek: meno tasse per i ricchi e più per il ceto medio, nessun vincolo statale né pianificazione, addio al welfare, laissez-faire sfrenato in ogni settore (compresa la libertà di licenziamento). Domina la teoria del trickle-down, lo sgocciolamento: lasciate che siano pochi ad arricchirsi e ce ne sarà alla fine per tutti. Mai ipotesi fu più fallace, eppure la scuola conservatrice regge agli incompiuti tentativi “dem” da una parte e dall’altra dell’oceano, e arriva fino alla sua espressione più compiuta con Donald Trump. Il quale ci aggiunge la prepotenza rabbiosa che lo rende apparentemente irrimediabile.
Proprio come accadeva con i feudatari medievali, cresce al di là di qualsiasi immaginazione la schiera dei cortigiani. Più o meno interessati. Alla prima categoria appartengono sicuramente i capi delle grandi compagnie tecnologiche: Elon Musk, Peter Thiel, Jeff Bezos e pochi altri, che hanno un rapporto simbiotico con Trump basato sul sentirsi parte di una classe eletta e onnipotente.
Un capitalismo, scrive Seghetti, «tanto efficiente nella moltiplicazione della ricchezza individuale quanto abile nel demolire, soprattutto quando si combina con le nuove e potenti tecnologie digitali, le strutture delle democrazie contemporanee, le libertà e le sicurezze che abbiamo conosciuto». Le disuguaglianze intanto sono fuori controllo: il ceo di una grande banca guadagna ormai 250 volte in più del suo impiegato in America, poco meno in Europa.
Ma gli adulatori di Trump più convinti sono fuori dagli Stati Uniti, in una fitta serie di governi da Buenos Aires a Roma. L’Italia è, come ai tempi del fascismo, un laboratorio: già con Berlusconi aveva sperimentato il fascino del miliardario, come se essergli fedele garantisse un futuro pari a lui. Con il governo attuale si corre un rischio ancora peggiore, restare fuori dall’Europa, che almeno in qualche caso dopo aver accettato le prime umiliazioni sembra rialzare il capo.
Eppure nulla frena, in Italia come altrove, la voluttà di restare fedeli al faro di riferimento come in una generale sindrome di Stoccolma. Siamo tornati al Medioevo.
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Il libro – Capitalismo feudale di Roberto Seghetti (Laterza, pagg. 248, euro 16)