«Un amico che ci bullizza non è più un amico. E poiché i bulli reagiscono soltanto alla forza, da adesso in poi sarò pronto a dimostrarmi molto più forte. Il presidente farà bene a prepararsi». Così dichiara Hugh Grant nelle vesti di primo ministro britannico alle prese con il presidente degli Stati Uniti in una famosa scena della commedia romantica Love Actually – L’amore davvero. Il primo ministro britannico in carne e ossa Keir Starmer ha cercato di resistere, seppur in modo assai limitato, all’attuale bullo della Casa Bianca per ciò che concerne l’ultima guerra americana in Medio Oriente. Malgrado tutti gli sforzi della destra del governo britannico volti a lusingare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump da quando è stato eletto, la sua reazione al risicato tentativo di Starmer è consistita in un fiume di disprezzo. In realtà, quindi, più che di Love Actually si potrebbe parlare di Contempt Actually. Disprezzo.
Quando gli è stata chiesta un’opinione sulla sottile distinzi…
«Un amico che ci bullizza non è più un amico. E poiché i bulli reagiscono soltanto alla forza, da adesso in poi sarò pronto a dimostrarmi molto più forte. Il presidente farà bene a prepararsi». Così dichiara Hugh Grant nelle vesti di primo ministro britannico alle prese con il presidente degli Stati Uniti in una famosa scena della commedia romantica Love Actually – L’amore davvero. Il primo ministro britannico in carne e ossa Keir Starmer ha cercato di resistere, seppur in modo assai limitato, all’attuale bullo della Casa Bianca per ciò che concerne l’ultima guerra americana in Medio Oriente. Malgrado tutti gli sforzi della destra del governo britannico volti a lusingare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump da quando è stato eletto, la sua reazione al risicato tentativo di Starmer è consistita in un fiume di disprezzo. In realtà, quindi, più che di Love Actually si potrebbe parlare di Contempt Actually. Disprezzo.
Quando gli è stata chiesta un’opinione sulla sottile distinzione che il governo britannico fa tra colpi difensivi nel Golfo, che adesso appoggia, e colpi offensivi, che non appoggia, l’ideologo del movimento Maga Steve Bannon ha detto a Freddie Hayward del New Statesman: «Sono stronzate diplomatiche. Vaffanculo. O siete alleati o non lo siete. Vaffanculo. La relazione speciale è finita». Ah, la “relazione speciale”! Devono essere trascorsi quarant’anni da quando ho sentito l’ex cancelliere della Germania Ovest Helmut Schmidt dire per la prima volta che «la relazione speciale è così speciale che soltanto una delle due parti sa che esiste». Un oppositore americano di Trump di recente mi ha rivolto l’ovvia domanda successiva: «Perché il tuo governo continua a essere così servile?». In sostanza, faremmo meglio a chiederci perché una parte così grande della Gran Bretagna, e soprattutto il suo establishment della sicurezza, continui a rimanere aggrappato agli Stati Uniti, comportandosi agli occhi di tutto il mondo come chi è intrappolato in una relazione personale violenta. A essere onesti, molti altri leader europei hanno trascorso una buona parte dell’anno passato a immolare la loro dignità e a stringere i denti davanti a Trump, perdonando ogni suo gesto distruttivo nei confronti di tutto ciò che l’Europa liberale ha rappresentato dal 1945. Mark Rutte, segretario generale della Nato, potrebbe battere Starmer e aggiudicarsi la medaglia del premier della rivista satirica Private Eye, non l’Obe (onorificenza dell’impero britannico), bensì l’Obn (l’ordine dei brown nose, i leccapiedi). Le ragioni di questo servilismo sono ovvie: la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per gli aiuti all’Ucraina, per la sua stessa sicurezza nella Nato e, in misura significativa, per la nostra prosperità. Vi è però una disperazione patetica particolare nel modo con il quale i britannici restano aggrappati allo Zio Sam.
La spiegazione va ricercata nella storia, naturalmente. I padri fondatori degli Stati Uniti vissero pensandosi inglesi. Dal 1776 al 1917, quando gli Stati Uniti sono entrati nella Prima guerra mondiale, secondo lo storico Robert Saunders, che lo spiegò in termini cortesi, la loro, più che una relazione speciale, era una relazione strana. Gli Usa si definivano nemici storici della Gran Bretagna, ma tra i due vi era una fascinazione reciproca. A seguito della breve ma importante alleanza militare nel 1917-18, e alla successiva conferenza di pace di Parigi, gli Stati Uniti si ritirarono dall’Europa. Una relazione speciale è esistita davvero tra il 1941, quando Winston Churchill riuscì a trascinare in guerra gli Stati Uniti contro Adolf Hitler – con il piccolo aiuto del bombardamento giapponese di Pearl Harbor –, e il 1956, quando gli Usa fermarono in maniera umiliante Gran Bretagna e Francia che volevano riprendersi il Canale di Suez. Regno Unito e Stati Uniti non erano alla pari, ma la loro era davvero una partnership potente, che ha plasmato congiuntamente l’Europa, se non il mondo intero. Francia e Gran Bretagna trassero conclusioni profondamente contrastanti dall’umiliazione subita per Suez. Sotto la presidenza di Charles de Gaulle, la Francia si dotò di un suo deterrente nucleare indipendente e identificò già allora l’obiettivo che l’attuale presidente francese Emmanuel Macron chiama autonomia strategica europea. La Gran Bretagna, invece, dopo un breve periodo di furibondo allontanamento da Washington, puntò tutto sul dare la priorità alla sua relazione con gli Stati Uniti. Se non avessimo potuto essere una grande potenza, saremmo stati «Atene per la Roma americana».
A differenza della Francia, la Gran Bretagna ha creato un deterrente nucleare che sul piano tecnologico era e rimane dipendente dagli Stati Uniti. Inoltre, ha sempre anteposto la Nato alla costruzione dell’edificio europeo. Sotto molti punti di vista, il rapporto tra Gran Bretagna e Stati Uniti si è fatto in verità più stretto: nell’intelligence e nella cooperazione militare, sul piano accademico e nei media, in finanza e in economia (oggi il Regno Unito è la destinazione numero uno al mondo per gli investimenti diretti americani, proprio davanti ai Paesi Bassi). Al tempo stesso, però, l’influenza politica della Gran Bretagna a Washington ha continuato a calare progressivamente, rimanendovi sempre più aggrappata. Nelle sue memorie, il politico laburista britannico Robin Cook ricordava che, in una cruciale riunione di gabinetto durante la fase preparatoria della guerra in Iraq, l’allora primo ministro Tony Blair disse: «Vi dico che dobbiamo camminare al fianco dell’America. In caso contrario, perderemo il nostro potere di plasmare quello che essa fa». Ma quanto era grande quell’influenza, in realtà?
Oggi l’ex capo di gabinetto di Blair Jonathan Powell siede alla destra di Starmer al numero 10 di Downing Street, cercando di fare altrettanto con i trumpiani. «Abbiamo quelle relazioni, quindi possiamo fare quei discorsi difficili», dice una fonte anonima di Whitehall. Per Washington, però, i discorsi non sono difficili. Lo sono per Londra, perché il suo ascendente è ormai scarso. Questo trend è stato aggravato da altri due fattori. Il primo è il declino delle forze armate britanniche. I soldati americani, che hanno trascorso anni a combattere al fianco dei britannici, adesso mi dicono – con un velo di pietà, più che di disprezzo – «Non avete quasi più un esercito». Nell’attuale conflitto, la Francia ha mandato a Cipro una nave della marina militare prima ancora della Gran Bretagna, anche se la base militare attaccata dall’Iran a Cipro era proprio britannica. Questa debolezza è riecheggiata anche nella cultura popolare. Nell’ultima soap politica di Netflix The Diplomat, il triste vicepresidente americano (brillantemente interpretato da Rufus Sewell) si ispira al libro per bambini Il trenino Thomas («il piccolo motore che tutto può») per parlare della Gran Bretagna come della «piccola isola che non ha potuto». Ahi…
Il secondo fattore è la Brexit. È ovvio in maniera lampante che il Regno Unito è meno importante per gli Stati Uniti di quanto era solito essere perché non fa più parte di un grande blocco. All’epoca di Blair, nonostante il declino a lungo termine del suo ascendente, la Gran Bretagna aveva ancora due solide gambe: quella transatlantica e quella europea, essendo membro dell’Unione europea. Nel 2016, con quello che oggi possiamo considerare chiaramente un gesto di una stupidità madornale, la Gran Bretagna ha scelto di amputarsi la gamba europea. Adesso Trump le sta recidendo quella americana. Ed ecco quindi l’altro motivo di questa peculiare e alquanto patetica disperazione britannica. A differenza di Francia o Germania, la Gran Bretagna non ha un’altra gamba su cui reggersi.
Per chi ama questo Paese, è doloroso vedere in che modo si è ridotto a essere oggetto di disprezzo. O, nel migliore dei casi, di pietà. Per fortuna, esiste ancora una strada da percorrere per tornare ad avere il rispetto degli altri e rispetto di sé. Mentre mantiene le migliori relazioni possibili con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna può tracciare una rotta strategica per tornare a essere una parte centrale di un’Europa più forte. Questo significa aiutare a creare la Difesa europea, specialmente tramite l’europeizzazione della Nato. E significa anche – come ha efficacemente suggerito il sindaco di Londra Sadiq Khan – ricongiungersi all’Ue. Come questo possa essere realizzato, in un arco temporale compreso tra i cinque e i dieci anni, e se sarà politicamente fattibile su entrambe le sponde della Manica, sono argomenti che meriteranno ulteriori approfondimenti. Ne riparleremo.
Traduzione di Anna Bissanti