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L’ultima cena del Giappone

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L’autore di manga Hosui Yamazaki trasforma l’apocalisse zombie in un racconto gourmet, dove cucinare bene diventa l’ultimo gesto di civiltà
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Il mondo non finisce in un’esplosione nucleare o in una rivolta di macchine senzienti, ma con le strade della regione del Kanto invase da creature putrescenti e affamate. Le ferrovie collassano, i supermercati vengono depredati, la civiltà per come la conosciamo crolla miseramente. E il protagonista isolato tra i monti, cosa fa? Tira fuori il fornellino da campo, accende il fuoco e inizia a cucinare un piatto da ristorante stellato, sperando che il profumo non attiri i morti viventi.

È questo l’incredibile e geniale cortocircuito narrativo alla base di Shūmatsu Zombie Camp (“Il campeggio zombie della fine del mondo”), la nuova opera di Hosui Yamazaki, appena annunciata per il 2026 sulle pagine della rivista Nemuki+ della Asahi Sh…

Il mondo non finisce in un’esplosione nucleare o in una rivolta di macchine senzienti, ma con le strade della regione del Kanto invase da creature putrescenti e affamate. Le ferrovie collassano, i supermercati vengono depredati, la civiltà per come la conosciamo crolla miseramente. E il protagonista isolato tra i monti, cosa fa? Tira fuori il fornellino da campo, accende il fuoco e inizia a cucinare un piatto da ristorante stellato, sperando che il profumo non attiri i morti viventi.

È questo l’incredibile e geniale cortocircuito narrativo alla base di Shūmatsu Zombie Camp (“Il campeggio zombie della fine del mondo”), la nuova opera di Hosui Yamazaki, appena annunciata per il 2026 sulle pagine della rivista Nemuki+ della Asahi Shimbun Publications.

Ma chi è Hosui Yamazaki? Per chi non conosce il fumetto giapponese, stiamo parlando di uno dei più raffinati architetti dell’humour nero nipponico contemporaneo. Disegnatore dal tratto pulito, quasi asettico, Yamazaki è diventato una star internazionale illustrando i disturbanti testi di Eiji Otsuka in Kurosagi - Il corriere dei cadaveri, un’opera magistrale dove un gruppo di laureati spiantati usa poteri medianici per far riposare in pace anime irrequiete. La sua popolarità in Italia ha raggiunto l’apice lo scorso autunno durante Lucca Comics & Games 2025, dove ha fatto registrare lunghe code e un clamoroso sold out allo stand di Hikari Edizioni. L’editore ha colto nel segno riproponendo un’esclusiva edizione Deluxe, in un elegante cofanetto, l'intera miniserie cult Cacciatori di cadaveri(Boku-tachi no Shitai Sagashi).

A parte il fatto che appare già evidente una certa ossessione di Yamazaki per morti e zombie, è proprio Cacciatori di cadaveri a fornirci la chiave di lettura anche per questa sua nuova, bizzarra avventura editoriale appena annunciata. In quel manga infatti, un gruppo di ragazzini si mette alla ricerca di Ayano Hirakawa, una compagna di classe scomparsa nel nulla durante le vacanze estive. Partendo dall'ultima foto che Ayano gli aveva inviato, i ragazzi si muniscono di bici, e si recano in montagna, scoprendo alcune sconcertanti verità. Una premessa tra Stranger Things e Stand by Me che Yamazaki lentamente trasforma da avventura di formazione rurale in un incubo claustrofobico dove il ritrovamento dei corpi segna la definitiva, brutale perdita dell’innocenza.

Quella stessa collisione tra ordinario ed estremo è il marchio di fabbrica dello stile di Yamazaki: momenti di orrore genuino e crudo affiancati a una spiazzante, e a tratti grottesca, ironia. Proprio da lì arriviamo al cuore di Shūmatsu Zombie Camp. Dalle poche, frammentarie informazioni trapelate dall’annuncio testuale sappiamo che la protagonista, Towa, è una giovane illustratrice con la passione per il campeggio in solitaria. Mentre si gode la natura isolata tra le vette del Kanto settentrionale, un’epidemia zombie spazza via l’intero Giappone. Le reti di trasporto collassano istantaneamente, i treni si fermano, gli autobus smettono di circolare e persino i konbini — l’anima del consumismo nipponico aperto ventiquattr’ore su ventiquattro — diventano relitti inaccessibili. Costretta a scendere a valle per recuperare scorte, Towa fa una scelta radicale: sfruttando la sua esperienza da camper provetta in mezzo al caos dei non-morti, decide che la fine del mondo non è un buon motivo per accontentarsi. Il suo scopo non è la semplice sopravvivenza biologica, ma l’impegno maniacale di procurarsi il cibo per cucinare e consumare esclusivamente piatti deliziosi.

Una scelta narrativa che non è solo un brillante divertissement, ma offre uno spaccato sociologico affascinante sulla cultura del cibo di qualità in Giappone. Ce lo aveva già spiegato magistralmente Roland Barthes nel suo saggio L’impero dei segni: in Giappone il cibo è puro testo estetico. Barthes scriveva che il vassoio del pasto giapponese “sembra un quadro dei più delicati”, una cornice in cui il cibo si trasforma in una “costellazione di frammenti” puramente visiva. Non c’è la trasformazione brutale e la violenza della cottura occidentale, ma un gioco di accostamenti filosofici. Persino le bacchette, gli hashi, assumono un valore etico oltre che pratico: al contrario delle posate occidentali che frantumano e lacerano con violenza la materia per adattarla alla bocca, le bacchette orientali non trafiggono, ma indicano, sollevano e spostano con rispetto il boccone. In quest’ottica, la preparazione meticolosa di un pasto intatto in un mondo di zombie squartatori diventa il simbolo di un rifiuto supremo della barbarie.

Ma c’è di più. Nel fumetto giapponese, il cibo possiede una valenza squisitamente intima e relazionale. Basti pensare a un piccolo capolavoro come La taverna di mezzanotte (Shinya Shokudō di Yarō Abe, pubblicato in Italia da Bao Publishing): in un minuscolo izakaya di Shinjuku aperto nelle ore notturne, i reietti della metropoli si rifugiano nel cibo per trovare un disperato calore umano. Il cuoco prepara piatti su richiesta, e ogni singola pietanza — che siano i würstel tagliati a forma di polpo, il curry del giorno prima o il riso al burro — non è mai casuale. È un grimaldello simbolico, una madeleine proustiana legata a doppio filo alla storia personale, ai traumi o ai sogni infranti di chi la consuma. Il pasto diventa il palcoscenico su cui le persone socializzano, si raccontano e ricuciono le proprie ferite.

Towa nel manga di Yamazaki, non fa che portare questo rito alle estreme conseguenze. La sua non è una taverna a Shinjuku, ma un falò tra i monti del Kanto; i mostri fuori non sono i fantasmi dell’alienazione urbana, ma veri cadaveri ambulanti. Eppure, ostinarsi a preparare un piatto curato significa preservare quello spazio sacro di narrazione e identità che i non-morti vorrebbero divorare.

Se allarghiamo lo sguardo, il contrasto con l’immaginario occidentale è abissale. In The Walking Dead la sopravvivenza giustifica la perdita di ogni morale, e nutrirsi significa svuotare tristi lattine di fagioli o, nella peggiore delle ipotesi, scatolette per cani. In Marvel Zombies, l’apoteosi del superomismo americano si ribalta nell’ingordigia più abietta, con gli eroi che divorano l’umanità stessa e sé stessi. Il Giappone, invece, elabora il trauma apocalittico in modo diverso. Lo abbiamo già visto in Zom 100: Bucket List of the Dead, dove la fine del mondo è accolta come una gioiosa liberazione dalle catene del lavoro salariato capitalista. Yamazaki fa un passo oltre: unisce questa lente destrutturante all’ossessione tutta nipponica per i manga sul cibo — filone sterminato che va da Oishinbo a Kodoku no Gourmet, fino al recente ibrido fantasy Dungeon Food — e ci consegna un’opera in cui l’estetica e l’anima della pietanza sopravvivono persino alla morte.

Insomma, mentre gli americani si preparano all’apocalisse accumulando proiettili e scatolette di carne pressata, i giapponesi affilano i coltelli da sashimi o cercano ingredienti rari e preziosi per una cena che potrebbe sempre essere l’ultima. E in fondo hanno ragione loro: se proprio dobbiamo finire sbranati da un’orda di non-morti bavosi, che almeno ci trovino non tanto con la pancia piena, che non è l’idea giapponese di felicità, ma con il palato soddisfatto dall’accostamento dei sapori e, soprattutto, un’idea estetica che rappresenta la nobiltà e l’eleganza della sconfitta.

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