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Alba Clemente: “Uno show sulla mia vita da musa”

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L’attrice ha conosciuto bene e ha posato per Warhol, Mapplethorpe e altri grandi artisti. Qui lo racconta
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Warhol, Basquiat, Mapplethorpe. Alex Katz e Julian Schnabel. E poi naturalmente suo marito, il pittore italiano Francesco Clemente. Attrice, costumista, cantautrice e autrice di alcuni libri di disegni, Alba Clemente ha frequentato da vicino il mondo dell’arte e quelle “leggende” che hanno vivacizzato la scena newyorchese negli anni ’80. Adesso ha deciso di raccontarlo con uno spettacolo al Teatro Nuovo di Napoli nell’ambito della rassegna Storie dell’arte, a cura di Eduardo Cicelyn. «Mi piacerebbe poi portarlo in altre città a cui sono legata: Roma, Milano, Venezia, Spoleto. Poche tappe, non un tour in senso stretto, ma è ancora da definire», ci rivela quando la raggiungiamo appena tornata in Italia da New York, dove vive da 45 anni. Intanto il 31 marzo si alzerà il sipario su quello che per lei segna un doppio ritorno: al teatro e a Napoli, dove tutto è iniziato 53 anni fa.

È un cerchio che si chiude?

«Un po’ l’idea è quella, anche se non c’è mai un addio al teatro. Ha segnato tutt…

Warhol, Basquiat, Mapplethorpe. Alex Katz e Julian Schnabel. E poi naturalmente suo marito, il pittore italiano Francesco Clemente. Attrice, costumista, cantautrice e autrice di alcuni libri di disegni, Alba Clemente ha frequentato da vicino il mondo dell’arte e quelle “leggende” che hanno vivacizzato la scena newyorchese negli anni ’80. Adesso ha deciso di raccontarlo con uno spettacolo al Teatro Nuovo di Napoli nell’ambito della rassegna Storie dell’arte, a cura di Eduardo Cicelyn. «Mi piacerebbe poi portarlo in altre città a cui sono legata: Roma, Milano, Venezia, Spoleto. Poche tappe, non un tour in senso stretto, ma è ancora da definire», ci rivela quando la raggiungiamo appena tornata in Italia da New York, dove vive da 45 anni. Intanto il 31 marzo si alzerà il sipario su quello che per lei segna un doppio ritorno: al teatro e a Napoli, dove tutto è iniziato 53 anni fa.

È un cerchio che si chiude?

«Un po’ l’idea è quella, anche se non c’è mai un addio al teatro. Ha segnato tutta la mia vita, fin da quando ragazzina mettevo in scena con i burattini il mio teatrino in miniatura per i bambini del vicinato. Sento che è arrivato il momento di fare altro. Per esempio, ho scoperto che mi piace molto disegnare».

E così ha deciso di mettere in scena questo ritratto: di lei e di un’epoca. Com’è nato?

«Da uno spettacolo che avevo realizzato a Brooklyn, in un piccolo teatrino costruito dentro lo studio d’artista di mio marito. Mi avevano chiesto di scrivere un’autobiografia per raccontare quegli anni newyorkesi meravigliosi, ma non se ne può più di tutti quelli che scrivono non essendo scrittori e allora ho ripensato a quella piccola messa in scena: durava solo 20 minuti, riallacciandosi ai 15 minuti di fama che non si negano a nessuno di Andy Warhol. Da lì sono partita per questo spettacolo. Che di minuti ne dura 50: perché credo che qualunque show, qualunque film, è sempre troppo lungo».

Ed è un monologo?

«Per la maggior parte sì, a un certo punto però compare un giovane regista americano, Andrew Ondrejcak, con cui ho collaborato a Brooklyn: è a lui che mi rivolgo quando iniziano ad arrivare i ricordi. Immagini, personaggi che idealmente vengono tirati fuori da una scatola, come quelle che da bambina aprivo e usciva fuori la ballerina con la musica. Solo che ora dentro ci sono io. Del resto, ognuno ha la propria scatola di ricordi».

Solo che i suoi dalla Napoli anni ’70 l’hanno catapultata al centro della scena creativa newyorchese degli anni ’80 e ’90.

«Ho debuttato come attrice a Napoli mentre studiavo scenografia, se escludiamo le prime esperienze giovanissima a Salerno, erano gli anni degli happening politici e ho sempre fatto teatro d’avanguardia. Poi ho conosciuto mio marito e nel 1981 ci siamo trasferiti a New York nel momento in cui il mondo dell’arte è stato stravolto da personaggi straordinari come Warhol, Mapplethorpe, Basquiat, Schnabel e Alex Katz».

È vero che è stata ritratta da tutti loro?

«Sì e troppo facilmente è stata usata su di me la parola musa. Sicuramente posso dire di essere una delle muse di Francesco Clemente, ma nel mio spettacolo questa parola non la sentirete mai. Però, questo sì, sono stata testimone dei diversi approcci di questi artisti al ritratto. E li ho voluti raccontare».

Ci fa qualche esempio?

«Con Francesco non puoi parlare, non ti puoi muovere per le quattro-cinque ore che dura il ritratto, una sola seduta, e alla fine ti sembra di andare a fuoco. Jean-Michel Basquiat è stata una cometa nella storia dell’arte: è arrivato e poi sparito in un baleno, stroncato a 27 anni da un’overdose. E Warhol, beh, quando ci siamo conosciuti erano i suoi ultimi anni e voleva realizzare questa serie di nudi di donna: io ero un po’ intimidita così mi misi una piccola croce al collo per sentirmi in qualche modo meno nuda. Mi fece migliaia di fotografie con diverse macchine fotografiche, era la sua tecnica, e certe volte veniva così vicino che mi faceva il solletico con l’obiettivo. Ricordo proprio questa sensazione! Poco dopo però lui è morto e il ritratto non fu finito, però queste migliaia di fotografie di me nuda sono rimaste nei musei e in collezioni private».

Di lei si dice anche che ha cucinato per Salman Rushdie e Fran Lebowitz.

«Ancora oggi Fran Lebowitz è la mia più cara amica a New York e so che metà del suo affetto per me riguarda il fatto che a lei piace mangiare e io so cucinare (ride)! Persino nei diari di Warhol si parla delle mie abilità culinarie perché facevamo sempre queste grandi tavolate dove io cucinavo per tutti, a New York nessuno cucina quindi anche un piatto di pasta sembra qualcosa di eccezionale! Ma adesso vorrei fare un piccolo appello, posso?».

Prego.

«Quando nel ’75 da Napoli arrivai a Roma, una mia foto di attrice alle prime armi finì sul numero zero di Repubblica ma non sono mai riuscita a vederla: è una storia che mi è rimasta nel cuore e mi piacerebbe trovarla».

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