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Lino Capra Vaccina. “Quando suonavo Gurdjieff e Battiato”

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Gli Aktuala, il Telaio Magnetico, la sperimentazione e il sodalizio spirituale con il grande artista siciliano. Il compositore percussionista sciamano si racconta
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MILANO. «Gira Capra!». «Gira!»: è l’incipit, rimasto mitico, del brano Gil, contenuto nell’album dei Jumbo, Vietato ai minori di 18. Era il 1973: a fare la strana domanda un giovane Franco Battiato, a rispondere Lino “Capra” Vaccina, 73 anni, personaggio cruciale di quegli anni, anche per la formazione dello stesso Battiato. Non solo per la musica ma anche per la dimensione spirituale legata alla scuola di Gurdjieff. In Triennale dove ci incontriamo, ha da poco fatto un concerto, Da Antico Adagio ad Armonie della Mente che è stato l’evento musicale di apertura della rassegna In reciproca attesa, una tre giorni realizzata con l’Unione buddhista italiana. Durante la serata sono stati eseguiti brani tratti dallo storico, importante album, Antico Adagio, oltre ad altri di produzione più recente.

Ma cosa significava quella strana frase in un pezzo ipnotico come Gil?

«Alvaro Fella dei Jumbo aveva contattato me e Franco per su…

MILANO. «Gira Capra!». «Gira!»: è l’incipit, rimasto mitico, del brano Gil, contenuto nell’album dei Jumbo, Vietato ai minori di 18. Era il 1973: a fare la strana domanda un giovane Franco Battiato, a rispondere Lino “Capra” Vaccina, 73 anni, personaggio cruciale di quegli anni, anche per la formazione dello stesso Battiato. Non solo per la musica ma anche per la dimensione spirituale legata alla scuola di Gurdjieff. In Triennale dove ci incontriamo, ha da poco fatto un concerto, Da Antico Adagio ad Armonie della Mente che è stato l’evento musicale di apertura della rassegna In reciproca attesa, una tre giorni realizzata con l’Unione buddhista italiana. Durante la serata sono stati eseguiti brani tratti dallo storico, importante album, Antico Adagio, oltre ad altri di produzione più recente.

Ma cosa significava quella strana frase in un pezzo ipnotico come Gil?

«Alvaro Fella dei Jumbo aveva contattato me e Franco per suonare con loro quel brano... All’inizio Franco grida: “Gira Capra!” intendendo “fai girare il nastro per registrare” e io rispondo “gira!”, nel senso che stava già girando. La frase alla fine è rimasta nel disco».

Sì, ma perché “Capra”?

«È venuto fuori così per caso, come una specie di ossimoro, e in seguito me l’hanno suggerito come nome d’arte perché suonava bene. Dopo un po’ quel nome era diventato iconico, mi piaceva e me lo sono tenuto».

Quando e come è iniziata la sua ricerca sonora?

«Ho fondato gli Aktuala insieme a Walter Maioli quando avevo 19 anni, parliamo del ’71-’72. La ricerca sonora etnico-musicale è stato il mio primo interesse fuori dal circuito che all’epoca si chiamava semplicemente “pop”. Lo studio della musica del Mediterraneo, di quella orientale e africana ha determinato un linguaggio che si basava sull’improvvisazione, concepita non nel senso jazzistico, ma come lo sviluppo di un’idea originaria. Il tema era un ponte verso altre zone per dare luogo a una composizione di ampio respiro. Tutte queste musiche etniche avevano in comune una ricerca timbrica e sonora dell’“altro” che ci ha incuriosito e affascinato».

Come trovava le informazioni e i dischi in un’epoca in cui non c’era internet e come è arrivato alle percussioni non convenzionali?

«Andavo molto a intuito e mi lasciavo guidare dalla voglia di scoprire. C’erano le etichette francesi come la Albatros e poi le letture di figure come l’orientalista Giuseppe Tucci o il musicologo Roberto Leydi. I primi approcci li avevo avuti col rock a 13 anni, suonando Jimi Hendrix e i Led Zeppelin con una batteria, da autodidatta. Poi, a 17 anni, ho iniziato a ripensare quello strumento in modo percussivo: l’ho letteralmente smontata, mettevo i pezzi e la cassa su una sedia e suonavo tutto con le mani. L’Art Ensemble of Chicago e John Coltrane mi diedero la spinta ad aggiungere campanelli e sonagli. Nella zona di Porta Venezia, a Milano, c’erano seminterrati dove i venditori africani portavano strumenti tradizionali: lì ho formato il mio primo arsenale extraeuropeo, comprando anche un koborò, un grande timpano africano a tre piedi che avrei usato negli Aktuala. Conobbi Walter Maioli facendo il giro dei negozi musicali come Ricordi e Buscemi: decidemmo di fare qualcosa di totalmente nuovo partendo da riferimenti come Don Cherry e i primi Gong».

All’interno di questo percorso c’era una teorizzazione sulla trance e gli stati di coscienza. Per questo ai vostri concerti il pubblico non stava davanti a un palco ma intorno a voi?

«Attraverso quello che viene chiamato sciamanesimo, noi cercavamo un aspetto non solo musicale, ma spirituale e ascetico. L’aspetto ritualistico tipico delle popolazioni orientali e africane ci ha colpito e coinvolto totalmente. Quando suonavamo ci mettevamo seduti sui nostri tappeti in cerchio e si creava proprio questo “centro”. Il pubblico non era davanti a noi, stava tutt’intorno, immerso nella stessa energia. Cercavamo di eliminare la barriera geo-fisiognomica tra musicista e ascoltatore per far fluire l’energia, una cosa che per l’epoca era inimmaginabile».

Come avvenne l’incontro con Franco Battiato?

«Franco stava portando in giro i concerti di Fetus e Pollution. Lo invitammo nella nostra casa in via Ripamonti, dove avevamo un grande seminterrato per suonare. Ascoltò quello che facevamo e rimase così entusiasta che chiamò subito il suo produttore, Pino Massara della Bla Bla. Pochi giorni dopo vennero ad ascoltarci, firmammo il contratto e nel 1973 registrammo il debutto omonimo. Nel frattempo Franco lavorava a Sulle corde di Aries, un disco di sperimentazione acustica che contiene molto del linguaggio degli Aktuala. A Londra aveva da poco comprato il sintetizzatore VCS3 (quello dei Pink Floyd, ndr). Lavoravamo insieme giorno e notte».

Poi arrivò il progetto Telaio Magnetico, un caposaldo della sperimentazione non solo italiana, che unì lei, Battiato e Juri Camisasca. C’è stato un periodo in cui suonavate in duo lei e Battiato, aprendo i concerti di Nico.

«Io usavo le mie percussioni e lui l’organo manipolato. Purtroppo non abbiamo mai registrato niente di quel duo e neppure dei concerti in Francia con Nico, perché all’epoca costava troppo. Anche il disco di Telaio Magnetico oggi si può ascoltare solo grazie a due fan che fecero una registrazione del concerto e ce la regalarono. C’era una tale amicizia tra me e Franco che non si pensava a capitalizzare, ma c’era solo uno scambio continuo di idee legato ad affinità spirituali».

Qual era l’idea di base della vostra ricerca musicale e spirituale?

«Ci fu un lungo periodo in cui ci dedicammo allo studio accademico, spinti da Stockhausen che invitò Franco a studiare composizione. Eravamo anche insieme nel gruppo di Gurdjieff: abbiamo passato dieci anni seguendo un suo allievo, Henri Thomasson. Nella scuola di Gurdjieff ci sono dei “movimenti sacri” e io li accompagnavo col piano. Da quel momento, ogni nostra espressione veniva filtrata da quel pensiero. L’etichetta di Franco, “L’Ottava” si chiama così per quello. Mentre Juri Camisasca seguiva una via più legata alla mistica cristiana occidentale, ma il nucleo della ricerca rimaneva il raccoglimento interiore. Battiato è stato uno dei pochissimi capaci di far convergere lo spirito orientale col misticismo di Meister Eckhart, introducendolo anche nella forma canzone. Leggevamo i libri dell’Adelphi o della Ubaldini e Roberto Calasso ebbe una grandissima influenza su Franco».

Tornando al suo percorso solista, come vede l’elettronica di oggi?

«Trovo fantastiche artiste come Laurie Anderson e, tra i più giovani, apprezzo moltissimo Caterina Barbieri. Ma quello che mi lascia perplesso in molta elettronica odierna è l’assenza di un’idea compositiva. Manca un’architettura sonora ben precisa, ed è per questo che dopo tre minuti di ascolto ci si annoia. Con Syn•Thesis ho voluto dire la mia su un mondo che ormai mi sembra saturo, usando il mio vecchio Korg analogico. È stato un po’ anche un omaggio al percorso giovanile fatto con Franco con il VCS3».

Ha collaborato anche con un nuovo artista: Mai Mai Mai. C’è una generazione emergente che sembra tornare agli strumenti fisici e tribali.

«Sì, e la cosa mi riempie di felicità. Ai miei concerti in Europa vedo un pubblico tra i 25 e i 40 anni. L’ondata di sonorità di plastica degli ultimi anni credo stia creando il bisogno di tornare ad acquisire la padronanza fisica di uno strumento vero».

Ritiene che l’IA potrà mai essere utilizzata in maniera creativa?

«Se non viene ridotta a copia e incolla, può essere uno strumento. Un videomaker ha preso vecchie foto della cover degli Aktuala e le ha fatte muovere. Il risultato è affascinante e al tempo stesso inquietante ma, se ne faremo un uso intelligente, aprirà porte inesplorate».

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