Neanche un prete per indagar. Il nuovo romanzo di Giovanni Grasso
di Antonio SpadaroLa mattina, prima di uscire, Noè Simenoni guarda sempre i calzini, comprati anni prima vicino a piazza Vittorio: nylon nero, resistenti, praticamente eterni. A volte gli viene da pensare che sopravvivranno perfino al suo corpo, come piccoli fossili sintetici del nostro secolo. Giovanni Grasso apre il suo romanzo con un uomo che si veste al mattino in una casa popolare della periferia romana, dalle parti di viale Jonio.
Il nome, Noè, gli è capitato per un equivoco di sua madre. Se lei avesse seguito la logica biblica, avrebbe dovuto chiamarlo Mosè perché il neonato era scivolato nel lavandino della sala parto e, dunque, era stato “salvato dalle acque” come il profeta liberatore. Ma nel caos del parto lei ha confuso i nomi. Così il bambino è diventato il patriarca dell’arca. Il nome sbagliato è accettato come destino, e diventa la cifra di un’esistenza costruita sull’equivoco tra vocazione e caso, tra grazia e accidente.
Noè ha trentotto anni, un passato in seminario (e dunque non è nea…
La mattina, prima di uscire, Noè Simenoni guarda sempre i calzini, comprati anni prima vicino a piazza Vittorio: nylon nero, resistenti, praticamente eterni. A volte gli viene da pensare che sopravvivranno perfino al suo corpo, come piccoli fossili sintetici del nostro secolo. Giovanni Grasso apre il suo romanzo con un uomo che si veste al mattino in una casa popolare della periferia romana, dalle parti di viale Jonio.
Il nome, Noè, gli è capitato per un equivoco di sua madre. Se lei avesse seguito la logica biblica, avrebbe dovuto chiamarlo Mosè perché il neonato era scivolato nel lavandino della sala parto e, dunque, era stato “salvato dalle acque” come il profeta liberatore. Ma nel caos del parto lei ha confuso i nomi. Così il bambino è diventato il patriarca dell’arca. Il nome sbagliato è accettato come destino, e diventa la cifra di un’esistenza costruita sull’equivoco tra vocazione e caso, tra grazia e accidente.
Noè ha trentotto anni, un passato in seminario (e dunque non è neanche prete “spretato” ma semplicemente “prete mancato”) e una formazione che non gli serve a molto. Ha studiato teologia e antropologia culturale, ma il suo lavoro consiste nel portare a spasso due bulldog francesi — Perseo e Medusa — e nel dare ripetizioni di greco e latino a due liceali dei Parioli che non hanno nessuna intenzione di imparare. Vive con la sorella Valeria e la nipotina Greta, malata di leucemia linfoblastica acuta. Si veste scegliendo tra due giacche grigio topo. La sua è una vita senza qualità? È una nuova versione dell’inetto?
Grasso usa una lingua che mescola autoironia e dolcezza, con un narratore in prima persona dal ritmo spezzato — periodi complessi alternati a frasi secche — che ricorda Eduardo De Filippo o il primo Moravia.
Noè si orienta come può, e ha una dote: un naso dall’«olfatto assoluto», un’ipersensibilità che gli permette di discernere il dopobarba Brut 33 di don Bruno, il vetiver che persiste nella stanza del cardinale, l’ozono che precede il temporale, la lacca dei capelli di Aida, la fragranza di gelsomino e castagno della pelle di Arianna. Annusa il profumo di lavanda Atkinsons — che era il dopobarba del padre — e quel profumo è la sua madeleine, il filo che lo tiene legato a un uomo morto cadendo da un’impalcatura. Quello di Noè è un mondo di odori e profumi. E in un mondo dove tutti mentono, l’olfatto è l’unica macchina della verità affidabile, strumento di discernimento che non si lascia falsificare. E questo cambia tutto. L’olfatto diventa fiuto.
La storia cambia ritmo quando arriva una telefonata dal Vaticano. Il cardinale Randazzo vuole incontrarlo. In Umbria una coppia di veggenti sostiene di ricevere messaggi dal Purgatorio. Perché non dal Paradiso? Perché, se si ragiona in termini di marketing, è proprio il Purgatorio a corrispondere meglio alla legge dei grandi numeri: è lo specchio della vita reale dove sono pochi gli scellerati da meritare l’inferno, ancor meno sono così santi e immacolati da andare direttamente in paradiso. Attorno alle presunte apparizioni si è formato un piccolo movimento che attira pellegrini, curiosi e opportunisti. La figlia di un potente ministro è entrata nella comunità e sembra non voler più tornare a casa. La Santa Sede ha bisogno di qualcuno che indaghi senza attirare attenzione. Noè è perfetto perché non rappresenta ufficialmente nessuno: sì, è senza qualità.
Il romanzo prende una direzione che potrebbe ricordare un thriller ecclesiastico, ma Grasso sa evitare alla perfezione il sensazionalismo del genere. La comunità di Tressanti – sostenuta dal parroco, un “ayatollah cattolico” che non sopporta Johann Sebastian Bach perché protestante – non è una semplice truffa religiosa. Attorno ai veggenti convivono persone sincere, credulità popolare, interessi economici e una grande quantità di dolore. Grasso, inoltre, usa il bisturi nell’individuare la saldatura tra integralismo religioso e ideologie reazionarie neofasciste, mostrando come apparizioni e devozioni fasulle possano diventarne veicolo. È un avvertimento di grande attualità su come siano vulnerabili le comunità fragili e periferiche di fronte a chi trasforma il bisogno di sacro in arma politica.
Quello di Grasso è anche un romanzo della Chiesa cattolica intesa come organismo complesso, con le sue spie e le sue suore, le sue barzellette di curia e i suoi cardinali di cera. Suor Liberina che veglia nel reparto oncologico del Bambin Gesù è la stessa istituzione che manda Noè a fare l’agente segreto nelle colline umbre. Questo è il “corpo” della Chiesa che Grasso conosce: né santificato né demonizzato, ma raccontato nella sua irriducibile ambiguità. E così il romanzo si inscrive nella tradizione italiana da Manzoni a Sciascia, dove fede popolare e furbizia sociale si intrecciano.
C’è un sogno, al centro esatto del romanzo. Noè, sul pullman che lo riporta a Roma, sprofonda in un dormiveglia in cui la cupola di San Pietro, colpita dai fulmini, precipita capovolta in un mare di pece, riemerge per il teorema di Archimede e si trasforma in un’arca. Noè nuota, sta per affogare, e la mano salda della madre lo afferra. È un’immagine potentissima: la Chiesa che crolla diventa arca, l’istituzione che affonda diventa salvezza. Il sacro si rovescia, la cupola diventa chiglia.
Ecco il senso del titolo Finché durerà la terra (Rizzoli), che viene dal libro biblico della Genesi: dopo il diluvio Dio non promette un mondo senza dolore, ma che la vita continuerà. Nel romanzo il diluvio è la morte del padre, la leucemia di Greta, la violenza, la corruzione religiosa. Ma il mondo dura perché resistono i legami concreti e perché c’è sempre una mano che afferra prima dell’annegamento.
La scena finale è quella di Noè, Valeria e la piccola Greta in udienza dal papa. Il Santo Padre gli propone di lavorare per i servizi segreti vaticani. Noè declina, e con un’ultima trovata Grasso fa raccontare al protagonista una barzelletta teologica che lasciamo al lettore scoprire. La reazione del papa — che si agita, indaga sull’autore, si preoccupa — suggerisce che la storiella l’abbia inventata proprio lui, quand’era ancora un semplice prete latinoamericano.
L’ultima riga del romanzo è il suono di una «risata argentina che rimbalza allegra sulle superfici di marmo lucide come specchi». Tutto il peso della narrazione – la malattia, la paura, il tradimento, il dubbio teologico – si scioglie in quel suono. Il papa ride. La bambina ha la mano calda in quella dello zio. La terra dura ancora.
Il libro – Finché durerà la terra di Giovanni Grasso (Rizzoli, pagg. 352, euro 19)