Io, Burroughs vi racconto i miei veri sogni
di William S. BurroughsAeroporto. Come una recita scolastica che vuole trasmettere un’atmosfera spettrale. Un banco sulla scena, dietro c’è seduta una donna con i capelli grigi e il volto freddo e cereo da burocrate intergalattica. Indossa una divisa grigioazzurro. In lontananza i rumori dell’aeroporto, confusi, incomprensibili, poi di colpo forti e chiari. «Il volo sessantanove è stato...». Interferenze... la voce si affevolisce, sempre più lontana... «Il volo...». In piedi a un lato del banco ci sono tre uomini, sorridono al pensiero delle future destinazioni. Quando mi presento al banco, la donna dice: «Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione». Questo sogno risale a circa trentacinque anni fa, poco dopo la pubblicazione di Pasto nudo da Olympia Press a Parigi nel 1959. Ricordo una striscia pubblicata anni fa sul New Yorker: quattro uomini con drink, seduti a un tavolo, e uno dei quattro che insiste per raccontare un sogno che ha fatto: «C’eri pure tu, Al, ed eri un cagnolino bianco con il cappellino…
Aeroporto. Come una recita scolastica che vuole trasmettere un’atmosfera spettrale. Un banco sulla scena, dietro c’è seduta una donna con i capelli grigi e il volto freddo e cereo da burocrate intergalattica. Indossa una divisa grigioazzurro. In lontananza i rumori dell’aeroporto, confusi, incomprensibili, poi di colpo forti e chiari. «Il volo sessantanove è stato...». Interferenze... la voce si affevolisce, sempre più lontana... «Il volo...». In piedi a un lato del banco ci sono tre uomini, sorridono al pensiero delle future destinazioni. Quando mi presento al banco, la donna dice: «Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione». Questo sogno risale a circa trentacinque anni fa, poco dopo la pubblicazione di Pasto nudo da Olympia Press a Parigi nel 1959. Ricordo una striscia pubblicata anni fa sul New Yorker: quattro uomini con drink, seduti a un tavolo, e uno dei quattro che insiste per raccontare un sogno che ha fatto: «C’eri pure tu, Al, ed eri un cagnolino bianco con il cappellino pasquale. Ah ah ah... Non è divertente». Al non è d’accordo. Sembra pronto a piantare un coccio di vetro in bocca al sognatore, se non fosse un maschio castrato in una striscia del New Yorker.
Per anni mi sono chiesto come mai i sogni sono così scialbi quando vengono raccontati e questa mattina trovo la risposta, che è molto semplice – come la maggior parte delle risposte, l’hai sempre saputa: Manca il contesto... come un peluche lasciato sul pavimento di una banca. Il sogno convenzionale, approvato dallo psicoanalista, beninteso, o per associazione conclamata, rimanda alla vita del sognatore da sveglio, alle persone e ai luoghi che conosce, ai suoi desideri, speranze e ossessioni. Sogni del genere irradiano un disinteresse tutto particolare. Sono tanto noiosi e banali quanto il sognatore medio.
Secondo la mia esperienza, c’è poi una particolare categoria di sogni che non sono affatto sogni bensì reali quanto la cosiddetta vita da svegli e del tutto estranei alla mia esperienza da sveglio ma, se si riesce a distinguere tra diversi gradi di realtà, resi più reali dall’impatto di scene, luoghi, personaggi e persino odori sconosciuti.
Nella maggior parte dei sogni in cui volo vado in cerca di un’alta scogliera o di un edificio e mi getto nel vuoto ben sapendo che si tratta di un sogno e che non finirò per schiantarmi e morire. In un altro sogno del genere sbatto le braccia e riesco con una certa fatica a raggiungere un’altitudine di cinque o sei metri. In un terzo tipo sfreccio come un razzo nel cielo.
Nel sogno seguente mi ritrovo più leggero dell’aria. Mi libro in volo e sono in grado di controllare direzione e velocità. Sono in una stanza dal soffitto alto, in fondo c’è una porta. La stanza è luminosissima e dà l’impressione di essere aperta e ariosa. Mi libro fino al soffitto per poi ondeggiare verso la porta e uscire. Sopra la stanza c’è una veranda o un balcone e ora mi trovo sotto la veranda a una decina di metri da terra. Esco sotto la veranda e prendo velocità in una direzione ben precisa. Atterro su un ballatoio alla mia sinistra. Lo percorro e in fondo alla passerella vedo una porta larga un paio di metri e alta quasi tre. Davanti alla porta, un ragazzo con una tuta grigia girato di spalle sta facendo qualcosa che non vedo. Lo sento ostile e non potrebbe fregarmene di meno. La porta si apre ed esce un uomo. Indossa un abito gessato di un blu molto scuro, con tanto di cravatta. Ha i baffi neri. Mi guarda senza la minima ostilità o cordialità. Si limita a prendere atto della mia presenza. Non l’ho mai visto prima. Verso sinistra, una decina di metri sotto la rampa dove mi trovo ora, c’è un fossato.
Oltre, qualche pino e quello che pare un cimitero... mausolei con iscrizioni in rilievo nella pietra bianca... Se vi fossi sceso (spiacente – ora di svegliarsi...) forse avrei trovato il mio nome in rilievo sulla pietra, come la vetrata di una chiesa a Citronelle, in Alabama: ALLA MEMORIA DI WILLIAM SEWARD BURROUGHS.
Mio nonno, che ovviamente non ho mai conosciuto, morì di tubercolosi proprio qui a Citronelle, all’età di quarantun anni. Il bellissimo mausoleo è deserto. La città è grigia e le strade sono deserte. Mi trovo davanti a un albergo e più in là scorgo un incrocio e alcuni cartelloni pubblicitari affissi a un muro di mattoni.
L’unica luce in tutta la città si trova proprio davanti all’albergo, una chiazza gialla, un compromesso implicito nel concetto di albergo: un luogo per viaggiatori provenienti da luoghi dove c’è luce gialla. Come un bar in un paese musulmano. I fisici ci dicono che nulla può superare la velocità della luce... Forse questo è un luogo che non entra in competizione. Un luogo neutrale senza tempo né spazio fatto di ombre.
Riesco a levitare perché qui non c’è gravità. Si tratta quindi di un luogo all’estremità opposta dello spettro rispetto a un buco nero, dove la gravità trattiene persino la luce grazie al suo peso compresso in modo smisurato. Scopro di poter levitare sopra il marciapiede davanti all’albergo e so che non è un sogno, che mi sto davvero staccando dal suolo per prendere velocità al di sopra dell’albergo, un edificio di cinque piani – sono a centocinquanta metri sopra il marciapiede. Torno giù davanti all’albergo e le strade sono ancora deserte e non mi vede nessuno. Poi una donna grassoccia con un vestito a maniche corte, con gli avambracci scoperti, fa per entrare nell’albergo e io le do un colpetto con il piede ma lei non mi vede. Atterro davanti all’ingresso dell’albergo e la seguo dentro e da una stanza dietro l’atrio sbuca suo marito. È un Meteosbirro. Gli dico che qualcuno ha dato un colpetto a sua moglie perché ha le braccia scoperte e la gente qui è molto puritana.
Lui ci crede e io me ne vado nella mia stanza al quinto piano. Il soffitto è in lamiera goffrata a motivi circolari dipinti di bianco, come si vedono ancora negli alberghi e nelle caffetterie d’un tempo, e il letto è stretto con la testata in ferro dipinta di marrone scuro. Levito fino al soffitto e vedo i motivi stampati nella lamiera. Poi scendo e salgo di nuovo e mi trovo davanti a uno specchio, ma quando levito non vedo la mia immagine nello specchio.
©1995 William S. Burroughs / ©2026 Adelphi edizioni s.p.a., Milano
Il libro – “La mia educazione” di William S. Burroughs (Adelphi, trad. di A. Tanzi, pagg. 258, euro 16). Testo tratto dal libro