Maurizio Cattelan entra nel confessionale. Letteralmente. Ascolterà i peccati altrui, in una performance telefonica lunga tre settimane, che culminerà in una diretta streaming il 23 aprile. “Cattelan is present”, come Marina Abramovic. Se suona come un’ennesima operazione dissacrante, tenetevi forte perché non finisce qui. Parallelamente l’artista lancerà 666 versioni in miniatura della Nona Ora, la scultura iperrealistica con papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, che nel 1999 lo proiettò sulla scena internazionale. Si tratta di un progetto con la piattaforma Avant Arte, la stessa che collabora con Ai Weiwei e Cindy Sherman. Per acquistare o ricevere l’opera in omaggio bisognerà prenotarsi e confessarsi. Acquirenti o vincitori – a seconda di come la si vuole vedere – dovranno prenotarsi secondo un regolamento ancora non chiarissimo. In palio c’è un’apocalisse a portata di mano che si intona con i tempi. Sembra uno scherzo, ma il signore delle provocazioni risponde serissimo.…
Maurizio Cattelan entra nel confessionale. Letteralmente. Ascolterà i peccati altrui, in una performance telefonica lunga tre settimane, che culminerà in una diretta streaming il 23 aprile. “Cattelan is present”, come Marina Abramovic. Se suona come un’ennesima operazione dissacrante, tenetevi forte perché non finisce qui. Parallelamente l’artista lancerà 666 versioni in miniatura della Nona Ora, la scultura iperrealistica con papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, che nel 1999 lo proiettò sulla scena internazionale. Si tratta di un progetto con la piattaforma Avant Arte, la stessa che collabora con Ai Weiwei e Cindy Sherman. Per acquistare o ricevere l’opera in omaggio bisognerà prenotarsi e confessarsi. Acquirenti o vincitori – a seconda di come la si vuole vedere – dovranno prenotarsi secondo un regolamento ancora non chiarissimo. In palio c’è un’apocalisse a portata di mano che si intona con i tempi. Sembra uno scherzo, ma il signore delle provocazioni risponde serissimo.
Cattelan, come nacque l’idea della “Nona Ora”? Ricorda il momento esatto in cui pensò: si può fare?
«È difficile ricostruire la genesi precisa di un lavoro. La Nona Ora nasceva come un’immagine celebrativa, legata a una figura inevitabile per chi è cresciuto in un contesto cattolico. Ma non bastava, mancava una tensione reale. Il meteorite è arrivato così, come una soluzione improvvisa, quasi un intervento divino per un problema molto terreno. Non per distruggere, ma per mettere alla prova. Mi interessava quel punto in cui un’autorità intoccabile incontra qualcosa di ancora più alto: lì l’immagine smette di essere un monumento e diventa una domanda».
Una domanda che intacca la certezza della fede e del dogma. Che segnali ricevette dal Vaticano?
«Durante la presentazione del lavoro nella mostra Apocalypse alla Royal Academy di Londra arrivò una presa di distanza piuttosto chiara. Attraverso i canali ufficiali venne fatto sapere che quella rappresentazione del Papa non era condivisa. Era una reazione comprensibile: si trattava del Papa in carica, esposto non in forma simbolica o distante, ma in modo diretto, quasi fisico».
Ma alla fine per lei è un omaggio a Giovanni Paolo II o no?
«L’ho sempre considerato un lavoro profondamente religioso, anche se all’inizio poteva sembrare iconoclasta. Col tempo — e a qualche papato di distanza — questo è diventato più evidente. Non racconta una caduta, ma una prova: la fede esposta, colpita, e proprio per questo resa visibile. In quell’immagine l’autorità si incrina, ma non si annulla, e diventa finalmente umana».
Crede che, oggi che siamo abituati a ben altro – e la realtà ha superato le provocazioni dell’arte – sarebbe recepita con lo stesso scandalo?
«Oggi lo scandalo dura meno e si consuma più in fretta. Siamo più esposti, ma anche più anestetizzati: tutto passa, tutto viene assorbito. Alla fine resta poco o nulla. Anche lo scandalo è diventato usa e getta».
Certo, l’idea di 666 – un numero tutt’altro che casuale – versioni in miniatura lanciate il 2 aprile nell’anniversario della morte di papa Wojtyla non è più dissacrante dell’opera stessa?
«Non la vedo come qualcosa di più dissacrante, ma come uno spostamento. 666 è già un numero carico di significati – simbolici, culturali, quasi archetipici – legati alla religione e alla superstizione. Mi interessa lavorare su ciò che le persone pensano di conoscere. La miniatura cambia il rapporto: da scultura diventa oggetto, qualcosa che puoi avvicinare, forse anche possedere».
E adesso anche la confessione… come funzionerà davvero? Ci saranno confessioni private e poi il 23 aprile in streaming.
«Oggi la confessione esiste già anche fuori dalla chiesa: ha semplicemente cambiato forma. Si è spostata nei social, nei reality, in tutti quei luoghi dove ci si espone davanti a una camera o a un pubblico invisibile. Qui abbiamo provato a darle un perimetro più raccolto: una voce, una segreteria, un messaggio lasciato senza spettacolo. Non ha alcun valore sacramentale, naturalmente, ma forse può conservare qualcosa del bisogno che la confessione porta con sé da sempre: dire ciò che pesa, nella speranza di alleggerirlo».
A chi non concederà l’assoluzione?
«Il perdono è un concetto potente, e non appartiene a un’autorità ma a chiunque scelga di praticarlo. Non è un verdetto, non funziona come un tribunale. Nel momento in cui a un atto - anche il più estremo - non rispondi con altro odio, la catena si incrina. Forse la vera assoluzione sta proprio lì: nel perdono, che è un’arma silenziosa. Se usata davvero, cambia la vita individuale e quella collettiva”.
Qual è l’ultima volta che si è confessato davvero?
«Non mi confesso a qualcuno in senso tradizionale. Però ogni sera, prima di addormentarmi, c’è una forma di confessione privata, una conversazione con me stesso. Ripasso la giornata: le persone incontrate, le parole dette, e quelle che forse avrei potuto evitare. Ci sono cose che restano addosso – non solo errori, ma modi di essere che senti di voler correggere. È lì che li riconosci. Non per assolversi, ma per provare a non portarli con sé nel giorno dopo».
Due anni fa esponeva nel progetto della Santa Sede per la Biennale di Venezia. Ha deciso di promuovere questa iniziativa per non essere richiamato in un nuovo padiglione vaticano?
«Le due cose sono assolutamente slegate. La partecipazione alla Biennale con la Santa Sede è stata un’esperienza forte, di cui sono orgoglioso. Quel padiglione era più di una mostra: era una dichiarazione di intenti, un’idea di cattolicesimo contemporaneo fatta di ascolto, perdono e attenzione per chi vive ai margini. Portare l’arte in carcere significava misurarsi con una realtà concreta. Una sintesi chiara — e anche molto bella — di cosa può voler dire essere cattolici oggi».
A proposito della Biennale di Venezia e della polemica sul ritorno del Padiglione russo: gli artisti delle nazioni in guerra vanno sempre assolti e accolti?
«L’arte non è un passaporto morale. Ogni artista è un caso a sé, e metterli tutti nello stesso spazio significa smettere di guardare davvero. Accogliere non è giustificare, escludere non è fare giustizia, sono scelte che raccontano più noi che loro».