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Mario Botta: “Torniamo al Rinascimento dell’architettura”

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A trent’anni dalla fondazione dell’Accademia di Mendrisio, il grande progettista che la ideò spiega perché la disciplina deve recuperare uno sguardo più “umano”. Per creare ponti in questi tempi di guerra
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Una scuola di architettura che fosse diversa da tutte le altre. Che fosse anche e forse soprattutto una scuola di vita civile, per portare gli architetti a fare qualcosa di più che costruire edifici: cercare e restituire armonia, creare luoghi dove vivere insieme in pace. Con queste premesse fu fondata nel 1996 l’Accademia di Architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana, diretta alla sua fondazione da Aurelio Galfetti e oggi da Riccardo Blumer, che in questo trentennio ha fatto laureare oltre 4 mila architetti provenienti da più di 50 Paesi.

Il progetto nacque da un’idea dell’architetto Mario Botta, “papà” dell’Accademia, nato nel 1943 proprio a Mendrisio, in quel Canton Ticino che parla italiano e che idealmente collega il sud e il nord dell’Europa. Il mae…

Una scuola di architettura che fosse diversa da tutte le altre. Che fosse anche e forse soprattutto una scuola di vita civile, per portare gli architetti a fare qualcosa di più che costruire edifici: cercare e restituire armonia, creare luoghi dove vivere insieme in pace. Con queste premesse fu fondata nel 1996 l’Accademia di Architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana, diretta alla sua fondazione da Aurelio Galfetti e oggi da Riccardo Blumer, che in questo trentennio ha fatto laureare oltre 4 mila architetti provenienti da più di 50 Paesi.

Il progetto nacque da un’idea dell’architetto Mario Botta, “papà” dell’Accademia, nato nel 1943 proprio a Mendrisio, in quel Canton Ticino che parla italiano e che idealmente collega il sud e il nord dell’Europa. Il maestro di tanti edifici celebri (suoi tra gli altri il San Francisco Museum of Modern Art e il Mart di Rovereto, la sede Campari a Milano e, sempre a Milano, l’intervento di ristrutturazione del Teatro alla Scala) qui ricostruisce l’avventura della scuola e spiega qual è il ruolo della sua disciplina in un mondo in guerra.

Partiamo dalla parola “Accademia”. Richiama il Rinascimento e la sua eredità nobile. Che cosa di quella lezione volevate portare nel presente, a Mendrisio?

«Il Rinascimento italiano è dal punto di vista di tutte le discipline un’esperienza potrei dire quasi “mostruosa” di qualità al plurale. Ma al di là della qualità, ciò che fu centrale in quel momento è la persona umana, che è invece la grande assente della modernità. Una modernità che ha portato grandi conquiste, certo, ma fuori scala: sono conquiste che vanno oltre lo sguardo umano, mentre per noi proprio l’uomo, come nel Rinascimento, rimane il modulo dell’architettura, e non solo».

Quando si parla di “misura” viene in mente l’immagine leonardesca dell’Uomo vitruviano. In concreto, come si è tradotta quest’idea umanista nell’Accademia di Mendrisio?

«Quando l’Accademia è nata, trent’anni fa, ha intercettato un vuoto, una mancanza, che per una serie di fortunate coincidenze siamo riusciti a colmare. Intorno, le grandi scuole più vicine erano i politecnici di Milano e di Zurigo, incentrate su un sapere specialistico. Ma si avvertiva la necessità in quest’area geografica, con un dibattito nato già nell’Ottocento intorno alla figura di Stefano Franscini, di un istituto universitario in cui umanesimo e conoscenza scientifica camminassero insieme. Noi proprio per questo abbiamo chiamato a Mendrisio un personaggio come Albert Jacquard, che invitava a non separare responsabilità sociale e tecnica, filosofi come Paul Virilio, Massimo Cacciari, Zygmunt Bauman, architetti come Leonardo Benevolo e Carlo Bertelli. C’era nell’aria il bisogno di qualcosa che ricominciasse a parlare all’uomo e l’architettura si trova in una posizione privilegiata per instaurare questo dialogo».

L'edificio dell'Accademia di Mendrisio

 

In cosa consiste la posizione privilegiata dell’architettura?

«Dal Neolitico siamo cresciuti niente male e abbiamo compreso che il progresso può essere deviato al servizio dell’uomo, o contro l’uomo. L’architettura resta ancorata ai nostri bisogni concreti e alla nostra evoluzione, e questa è la sua fortuna, perché le permette di non consumarsi in una pura discussione teorica. Non è una disciplina astratta, è legata alla terra, e deve restare una forma espressiva capace di instaurare una dimensione sociale».

Il vostro mestiere non rischia, come molti altri, di essere travolto dall’algoritmo, da formule ripetitive che si sovrappongono ai bisogni invece di interpretarli?

«Il rischio c’è, e quindi a questa generazione di studenti, come e forse più che a quelle precedenti, è importante insegnare la lezione dei grandi interpreti del modernismo, da Louis Kahn a Le Corbusier, che hanno descritto l’architettura come il momento del silenzio. Poi bisogna cercare anche fuori dai ranghi dell’architettura la nostra fonte di ispirazione: penso ad artisti come Mark Rothko o Anselm Kiefer, che sono diventati maestri del presente rileggendo il passato. I più giovani devono coglierne il messaggio, per resistere alla frattura dei valori di questo momento storico».

Alcuni momenti di studio e incontro all’Accademia di Mendrisio

 

Pensa alle guerre in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente?

«Siamo cresciuti da figli della pace, dopo la Seconda guerra mondiale. Io stesso sono cresciuto come figlio della pace. Vedere che i governanti oggi provano gioia nell’esporre le macerie come trofeo di guerra mi addolora. Mostrare come conquista la maceria, che è un residuo di manufatti umani, un amalgama senza forma, vuol dire anche voler annientare simbolicamente il lavoro, la cura di chi quei manufatti li ha creati. È qualcosa di terribile, di fronte a cui è difficile elaborare una risposta razionale».

Lei è considerato l’architetto del sacro, perché ha progettato nel corso della sua carriera molti luoghi di culto. Cosa prova nel vedere la religione come terreno di conflitto?

«Ho realizzato molte chiese, e una sinagoga a Tel Aviv, e ho progettato una moschea in Cina. Sono progetti che mi hanno insegnato il rigore, e a confrontarmi con una nuova bellezza. Il sacro ci serve per capire il profano ed è per questo che non dovrebbe mai essere usato come etichetta, né sbandierato, né usato per altri scopi. Se imparassimo ad ascoltare le pietre degli edifici sacri, coglieremmo i misteri, le vite che gli edifici sacri racchiudono».

Alcuni momenti di studio all’Accademia di Mendrisio

 

Cosa pensa dell’episodio accaduto a Gerusalemme, con il cardinale Pizzaballa rimasto fuori dal Santo Sepolcro?

«I nodi vengono al pettine: la posizione storico critica del sepolcro a Gerusalemme è ritornata purtroppo di attualità. La “terra promessa” attraversa anche le nostre generazioni, e coscienze, per interrogarci sulle nostre origini. Paradossalmente, sembra che il suo destino sia quello di non trovare pace».

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