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Biennale, un nuovo fronte: “Via Usa e Israele”

19/03/2026 Venezia. Presentazione del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale completamente riqualificato. Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco (agf)

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Appello di settanta artisti e curatori, tra i quali tre scelti da Buttafuoco. Chiedono di chiudere la manifestazione, oltre che alla Russia, ai Paesi responsabili di conflitti, oppressioni e crimini di guerra
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Buttafuoco, verrebbe da dire, è tra due fuochi. Entrambi amici. Prima il ministro della Cultura Alessandro Giuli che continua a chiedere nuovi documenti nel tentativo di cogliere in fallo il presidente della Biennale e costringerlo a revocare l’apertura alla Russia che ritorna alla mostra dopo quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Adesso, settanta tra artisti e curatori che saranno in Laguna e firmano una dura lettera per chiedergli che vengano esclusi tutti i «governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra». Non solo Russia, ma anche Israele e USA. Paesi che portano avanti «forme crescenti di oppressione sistemica, disuguaglianze e cancellazione, inclusi il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, in Sudan e in Myanmar, nonché la violenza dilagante, l’occupazione e la guerra in Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina, Venezuela e in troppi altri luoghi».

Su Repubblica …

Buttafuoco, verrebbe da dire, è tra due fuochi. Entrambi amici. Prima il ministro della Cultura Alessandro Giuli che continua a chiedere nuovi documenti nel tentativo di cogliere in fallo il presidente della Biennale e costringerlo a revocare l’apertura alla Russia che ritorna alla mostra dopo quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Adesso, settanta tra artisti e curatori che saranno in Laguna e firmano una dura lettera per chiedergli che vengano esclusi tutti i «governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra». Non solo Russia, ma anche Israele e USA. Paesi che portano avanti «forme crescenti di oppressione sistemica, disuguaglianze e cancellazione, inclusi il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, in Sudan e in Myanmar, nonché la violenza dilagante, l’occupazione e la guerra in Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina, Venezuela e in troppi altri luoghi».

Su Repubblica del 5 marzo l’intervista a Pietrangelo Buttafuoco di Dario Olivero: “Io apro a tutti, non chiudo a nessuno”, ha detto il presidente della Biennale, difendendo anche la partecipazione della Russia

 

E quindi non c’è spazio per «la tregua» invocata da Buttafuoco: «C’è una soglia oltre la quale la partecipazione alla Biennale non dovrebbe essere normalizzata», scrivono gli artisti tra i quali nomi notissimi del panorama internazionale come il cileno Alfredo Jaar. Ma tra i firmatari ci sono soprattutto tre dei cinque collaboratori della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente a maggio scorso. Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi fanno parte del team scelto da Kouoh che sta portando avanti il suo progetto In Minor Keys, titolo della mostra in programma ai Giardini e all’Arsenale dal 9 maggio al 22 novembre.Il presidente che voleva «aprire a tutti» si è invece ritrovato al centro della più rovente polemica culturale-internazionale che l’esposizione di Venezia abbia mai vissuto. Il nuovo fronte aperto stavolta è tutto interno alla Biennale che ha sempre proclamato la sua indipendenza dalla politica.Nella lettera, gli artisti scrivono di essere profondamente contrari alla decisione di trasferire il padiglione israeliano «in spazi adiacenti alla mostra principale, In Minor Keys, ideata da Koyo Kouoh».

(ansa)

Una scelta che «invade e va direttamente contro la visione di Kouoh». I curatori firmatari parlano dunque interpretando quello che sarebbe stato il pensiero di Koyo Kouoh? I tre hanno la consegna del silenzio, come conferma Rasha Salti, nata a Toronto, ma residente tra Beirut e Berlino, che con Repubblica aggiunge solo: «Credo che nessuno dovrebbe parlare a nome della nostra amata Koyo».Eppure per Buttafuoco la strada adesso si fa stretta: da un lato il governo, dall’altro la curatela che il presidente ha difeso nonostante le accuse di chi in Fratelli d’Italia gli rimproverava una deriva «woke». La “sua” curatela, che adesso attacca frontalmente la sua linea: «La Biennale ha rilasciato una dichiarazione di neutralità e noi ribattiamo che consentire la partecipazione a governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra, atrocità e genocidio non è neutrale – si legge ancora nella lettera – Una comunità di nazioni può esistere solo se gli Stati vengono sanzionati quando violano in modo eclatante il diritto internazionale e i diritti umani. In quanto evento artistico più grande e visibile al mondo, la posizione assunta dalla Biennale ha un impatto enorme».

L'artista cilen Alfredo Jaar

 

Il presidente va avanti ribadendo i principi di autonomia sanciti nello statuto di Ca’ Giustinian. Manca poco più di un mese al 9 maggio, data dell’inaugurazione della mostra e la tensione cresce e si intreccia a delicati equilibri di politica estera.Theo Eshetu, artista britannico di origini etiopi che vive a Roma da decenni, considerato l’unico italiano che esporrà alla mostra di Koyo Kouoh, ha firmato la lettera «scritta da tante persone con sensibilità diverse e idee diverse» ma che hanno trovato questa sintesi comune. «Questa per me – dice - è anche una Biennale personale. Legata all’addio a Koyo, amica carissima, che tanto aveva lottato per arrivare a Venezia». Se dunque sono i curatori da lei scelti a chiedere al presidente nella lettera di non aprire a nessuna «delegazione ufficiale dei regimi attuali che commettono crimini di guerra», cosa gli resta da fare?La sintesi del dissenso che ha portato alla missiva la dà Alfredo Jaar, maestro cileno esposto ovunque che ha sempre rivendicato il ruolo “politico” dell’arte: «Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo mostrare che il mondo può essere diverso – dice a Repubblica da New York – Il “mondo dell’arte” è sempre stato per me l’ultimo spazio di libertà rimasto. Uno spazio di resistenza e di speranza. Alla Biennale non è normale essere circondati da Stati genocidi. Insisto: non è normale. Ecco perché stiamo protestando e chiedendo l’esclusione di questi mostri. È l’unico modo per recuperare la nostra umanità, o ciò che ne resta».

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