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Guillaume Musso: “Sorpresa: ora la mia musa è Agatha Christie”

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Il più amato scrittore “crime” francese lascia il presente per una classica storia d’epoca. Qui spiega perché. E chi lo ha ispirato
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PARIGI – Con Il crimine del paradiso (La nave di Teseo) Guillaume Musso si allontana dal presente e dai canoni del thriller contemporaneo per tornare a un romanzo più classico e insieme più personale. Sulla Riviera francese degli anni Venti, in un mondo di luce, lusso e spensieratezza apparente, viene rapito il figlio di una coppia di ricchi americani. Tra l’eco di Fitzgerald, l’ombra di Agatha Christie e il ricordo del caso Lindbergh, l’autore di molti bestseller si muove questa volta su un filo più intimo, con un omaggio alla sua terra natale e alla memoria del bisnonno. «Comincia come un romanzo a enigma - osserva Musso - poi scivola verso un’indagine più classica, entra in un thriller psicologico e si conclude con qualcosa che appartiene al true crime, ma anche all’autofiction».

PARIGI – Con Il crimine del paradiso (La nave di Teseo) Guillaume Musso si allontana dal presente e dai canoni del thriller contemporaneo per tornare a un romanzo più classico e insieme più personale. Sulla Riviera francese degli anni Venti, in un mondo di luce, lusso e spensieratezza apparente, viene rapito il figlio di una coppia di ricchi americani. Tra l’eco di Fitzgerald, l’ombra di Agatha Christie e il ricordo del caso Lindbergh, l’autore di molti bestseller si muove questa volta su un filo più intimo, con un omaggio alla sua terra natale e alla memoria del bisnonno. «Comincia come un romanzo a enigma - osserva Musso - poi scivola verso un’indagine più classica, entra in un thriller psicologico e si conclude con qualcosa che appartiene al true crime, ma anche all’autofiction».

Un viaggio nella Costa Azzurra di quasi un secolo fa.

«Il 1928 è un momento sospeso. La guerra è finita da dieci anni, non c’è ancora stata la crisi del 1929 e non si intravedono gli anni Trenta, con l’ascesa del nazismo e del fascismo. C’era una forma di spensieratezza in quella Riviera a cavallo tra epoche e mondi, da una parte gli ultraricchi che vivevano in autarchia, d’altra i domestici e la gente del posto. Sono stato bene in questo libro a cui mi sono dedicato per diciotto mesi, un tempo molto lungo rispetto ad altri progetti. Ho cercato il divertimento nel senso più profondo, ovvero ciò che ti distoglie dal lato tragico della condizione umana. Pascal diceva: “Un re senza divertimento è un uomo pieno di miseria”. Da lettore, mi piace essere divertito. E da romanziere, provo a divertire».

È anche una fuga dal presente?

«Avevo voglia di uno spaesamento totale, anche perché sto sviluppando un rifiuto della realtà contemporanea. Viviamo in un’epoca cupa, dentro a un’attualità deprimente. Scrivere, per me, significa passare otto ore al giorno davanti allo schermo. Non lo faccio in scioltezza, quindi devo stimolare il desiderio di ricominciare ogni mattina. Quando ho iniziato questo libro, due anni fa, non provavo alcun gusto nell’immaginare una storia ambientata nel presente. Sarà anche perché ho due figli di otto e dodici anni con cui mi sforzo di vedere il lato buono della realtà. Tutta la mia energia positiva va a loro, ed è giusto così. All’interno del mio spazio creativo volevo partire altrove».

I protagonisti, una coppia di americani splendenti e tormentati, richiamano i Fitzgerald?

«Antibes e Cap d’Antibes sono luoghi che conosco molto bene. Ci sono nato, la mia famiglia è radicata da diverse generazioni. Quell’epoca non è poi così lontana dai ricordi dei miei nonni. Ho letto anche la storia della Costa Azzurra, soprattutto su quella fase in cui la regione, a lungo legata al turismo invernale, è diventata progressivamente una meta estiva. La trasformazione avvenne per iniziativa di alcune grandi famiglie americane, in particolare Sara e Gerald Murphy, sui quali mi sono basato per immaginare la coppia di americani protagonisti del romanzo e che, prima ancora, avevano ispirato Fitzgerald per Tenera è la notte».

Al centro del libro c’è anche il rapimento del piccolo Oscar. Anche qui è partito da un riferimento storico?

«È il rapimento del figlio di Charles Lindbergh nel 1932. All’epoca Lindbergh era un eroe assoluto, l’aviatore che aveva compiuto il primo volo transatlantico in solitaria. Stava anche diventando una figura politica negli Stati Uniti, con idee molto di destra. Suo figlio venne rapito nella loro casa. Intorno alle indagini e al processo si è scatenato un interesse mondiale. È diventato il primo fatto di cronaca nera globale. I giornali raccontarono quasi in diretta il rapimento di quel bambino, pubblicando immagini, creando una forma di empatia collettiva. Il caso ispirò anche Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie».

A proposito, nel romanzo c’è un alter ego della scrittrice britannica con il personaggio di Agatha Harding?

«Ho scoperto Agatha Christie da bambino e poi ho letto anche diverse biografie dedicate alla sua vita prima della notorietà. Mi piace quasi più Agatha che Christie, cioè una giovane donna di vent’anni, dinamica, leggera, interessata ai ragazzi, alle feste, alla mondanità. È questa Agatha che ho voluto inserire nel romanzo, affiancandole Joseph».

Joseph è ispirato al suo bisnonno.

«È una figura molto presente nella mia famiglia. Per tutta la vita mio nonno ha parlato di questo padre, scomparso quando lui aveva cinque anni, con un’emozione immensa. Lui se n’è andato a 103 anni lasciandomi dentro i racconti di questo antenato lontano che appartiene a una generazione dal destino spezzato. Era uno di quegli uomini che aveva già dato tre anni di vita al servizio militare e poi, nel 1914, fu richiamato e mandato a fare la guerra. All’inizio avevo una struttura di romanzo molto costruita, quasi un meccanismo ad orologeria, ma con la scrittura è arrivata l’emozione di far rivivere il mio bisnonno. Ho immaginato per lui un altro destino dopo la guerra, facendolo entrare nella polizia a Marsiglia. Sono i miracoli della letteratura. Mi è sembrato di fare un pezzo di strada con questo bisnonno che non ho conosciuto».

Sta già lavorando a un prossimo romanzo?

«Sono in una fase di ricerca per capire se posso scrivere un nuovo romanzo con alcuni degli stessi personaggi, in particolare Joseph, qualche anno dopo, forse spostando a vicenda nel 1936. Non so ancora se andrò fino in fondo. Parto sempre con diversi progetti. Mi capita di avere quindici, anche venti libri in testa, in un caos che cerco di domare fino a quando improvvisamente ce n’è uno che si trasforma in un’evidenza».

Il libro

Il crimine del paradiso, di Guillaume Musso, La nave di Teseo, traduzione. S. Arecco, pagg. 432, euro 22

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