Europa, svegliati e torna a parlare la lingua della pace
di Jürgen HabermasIl filosofo tedesco Jürgen Habermas
La mia generazione ha fatto due esperienze cruciali in seguito al trauma della frattura della civiltà. Malgrado la disillusione verso tutti gli obiettivi politici di vasta portata, abbiamo anche imparato – oggi si dovrebbe dire: abbiamo avuto la possibilità di imparare – che la ricostruzione delle società distrutte dalla guerra poteva legarsi, nelle democrazie capitalistiche e in condizioni di competizione sistemica, alla costruzione di uno Stato sociale. Poi la fine della Guerra fredda ci ha insegnato che un capitalismo che si è affermato in tutto il mondo non può più essere rivoluzionato in senso marxiano. Piuttosto, le sue forze distruttive si possono domare solo dall’interno. Entrambe le esperienze hanno tolto il fiato alle ambiziose filosofie della storia marxiste degli anni venti e trenta del Novecento: non solo all’ottuso dogmatismo del marxismo sovietico, ma anche agli stimolanti disegni delle utopie positive e negative stile Bloch o Benjamin.
La mia generazione ha fatto due esperienze cruciali in seguito al trauma della frattura della civiltà. Malgrado la disillusione verso tutti gli obiettivi politici di vasta portata, abbiamo anche imparato – oggi si dovrebbe dire: abbiamo avuto la possibilità di imparare – che la ricostruzione delle società distrutte dalla guerra poteva legarsi, nelle democrazie capitalistiche e in condizioni di competizione sistemica, alla costruzione di uno Stato sociale. Poi la fine della Guerra fredda ci ha insegnato che un capitalismo che si è affermato in tutto il mondo non può più essere rivoluzionato in senso marxiano. Piuttosto, le sue forze distruttive si possono domare solo dall’interno. Entrambe le esperienze hanno tolto il fiato alle ambiziose filosofie della storia marxiste degli anni venti e trenta del Novecento: non solo all’ottuso dogmatismo del marxismo sovietico, ma anche agli stimolanti disegni delle utopie positive e negative stile Bloch o Benjamin.
Anche le istruttive teorie sul totalitarismo di Horkheimer e Adorno, Hannah Arendt, Franz Neumann o Ernst Fraenkel, attraverso cui questi emigranti hanno elaborato le loro esperienze con il fascismo e lo stalinismo, hanno a poco a poco perso la loro capacità di diagnosi della contemporaneità. Gli impulsi politici del marxismo occidentale, ancora produttivo fino ai primi anni ottanta, potevano quindi essere accolti solo da approcci di teoria sociale che non lasciassero più aperto nessun accesso secondario alla filosofia della storia. Personalmente, almeno, non riconosco alcun fine naturale né alcuna mano invisibile che agisca attraverso la storia.
Nelle agende discordanti sui modi di contrastare i pericoli previsti dal noto scenario della crisi capitalistica non è cambiato granché, anche se hanno assunto un accento diverso in seguito all’incalzare dei rischi ecologici. Fino a poco tempo fa, però, non avremmo potuto, o voluto, immaginare che alle nostre latitudini persino la politica climatica, che non tollera ulteriori ritardi, potesse essere relegata in secondo piano dall’insorgere di una guerra. Ciò che mi inquieta è che ormai la coscienza delle élite politiche occidentali si lasci sempre più dominare dalla logica bellicista.
Naturalmente, l’Occidente è a buon diritto deciso a sostenere l’Ucraina contro la terribile aggressione russa, contraria al diritto internazionale, con denaro, logistica e armi, per garantire durevolmente la sua esistenza in quanto Stato. Non critico il sostegno, legittimo sul piano giuridico e doveroso su quello politico, a questa nazione che si sta per così dire unificando “tardivamente” sotto i nostri occhi, ma la miopia di un Occidente privo di una visione, l’assenza di qualsiasi iniziativa autonoma e tempestiva di fronte alla barbarie di una guerra il cui protrarsi stagnante e senza prospettive vede l’Occidente corresponsabile.
Ciò che fin dall’inizio mi ha preoccupato a proposito delle reazioni in Germania all’invasione dell’Ucraina, avvenuta in violazione del diritto internazionale, non è ovviamente lo spontaneo e risoluto schieramento contro il brutale aggressore, ma la costante ricaduta retorica in una mentalità bellicista. Mi ha sorpreso la rapidità con cui, tra le élite politiche e nella stampa, sono andati in frantumi gli approcci e le visioni faticosamente conquistati dopo la Seconda guerra mondiale. Mi ha anche irritato il grande clamore levatosi dalle tribune degli spettatori, sebbene tra le generazioni più giovani non sembri affatto cambiata una mentalità scarsamente disponibile alla difesa contro cui ora viene mobilitata l’“efficienza bellica”. Non eravamo convinti di avere imparato che l’arcaica violenza della guerra è un mezzo osceno e, almeno in Europa, superato per risolvere i conflitti internazionali? In poche parole, ciò che dopo lo scoppio del conflitto è mancato alla rumorosa e ostentata solidarietà con le vittime innocenti è stato, a mio parere, un momento di orrore per le conseguenze di qualunque guerra.
Nel corso del sostegno all’Ucraina, più che doveroso ma strategicamente sconsiderato, la politica e l’atteggiamento delle disorientate élite occidentali si sono via via ridotti alla dimensione militare. Non critico affatto gli aiuti decisi, ma l’assenza di prospettive con cui l’Occidente, privo di iniziative proprie, si abbandona ai riflessi acquisiti durante la Guerra fredda. Ai rappresentanti della mia generazione, nel corso della vita adulta nei Paesi privilegiati dell’Occidente, è toccato il destino politico storicamente eccezionale di diventare contemporanei di una società pacifica, caratterizzata da tendenze costantemente ascendenti, fino alla fine del secolo e anche oltre. Com’è evidente, questa crescita per nulla lineare – e, da un punto di vista politico, tutt’altro che soddisfacente per tutte le classi sociali – non ci è certo piovuta dal cielo e la pace, l’aumento medio della sicurezza sociale e della prosperità, e soprattutto la diffusione e la crescente stabilità dello Stato di diritto e della democrazia in questa piccola parte privilegiata del mondo sono stati ottenuti anche a costo di trascurare altre parti del globo e causare loro disagi, miseria, oppressione, sfruttamento e guerra – come giustamente ci ricordano i critici postcoloniali.
Ora tutte queste tendenze ascendenti stanno subendo un arresto più o meno brusco. Ciò si può interpretare come sintomo di un relativo declino dell’Occidente, o almeno come avvio di uno sconvolgimento geopolitico. Lo scatenamento senza remore su scala mondiale della violenza barbarica – ora anche nel Medio Oriente –, l’erosione dell’integrazione nelle nostre società, la decadenza delle culture politiche liberali, la dissoluzione dei sistemi partitici democratici e delle istituzioni dello Stato di diritto, la distruzione della sfera politica pubblica e delle sue basi nella società civile scatenano in molti Paesi – non solo in me, a quanto pare – un sentimento di paura per una regressione politica mondiale di lungo periodo.
Negli anni novanta, invece, c’è stata una breve fase in cui si poteva nutrire la speranza che l’Europa si rialzasse e che gli Stati Uniti utilizzassero le forze di una superpotenza in quel momento ancora indiscussa per compiere ulteriori passi in direzione dell’imposizione a livello politico mondiale dell’ordinamento dei diritti umani fondato dopo il 1945. Ma nel mezzo dell’odierno disordine globale, non vedo, in Europa così come in altri Paesi, né leader né forze politiche che abbiano sviluppato una prospettiva sufficientemente autocritica e proiettata verso il futuro per formulare adeguate linee d’azione alternative.
Il libro
Per un mondo migliore di Jürgen Habermas (Feltrinelli, pagg. 240, euro 20) È un libro-intervista che registra i colloqui del grande filosofo con Stefan Müller Doohm e Romans Yos. La versione italiana è a cura di Luca Corchia con la traduzione di Massimo De Pascale. Questo testo è una sintesi di alcune pagine del volume