«Non trovo nella mia memoria un momento in cui i mercati sono stati così incerti sulla direzione da prendere. E neanche un momento in cui così poco si è creduto alle rassicurazioni del presidente». Robert Shiller, economista di Yale, PhD al Mit con la supervisione di Franco Modigliani, 80 anni compiuti il 29 marzo, di riflessi che hanno sull’andamento dei mercati le dichiarazioni reiterate e apparentemente convincenti, se ne intende: deve la sua fama, oltre che alle analisi sulla finanza che gli hanno fruttato il premio Nobel nel 2013, a un libro del 2019, Narrative Economics, che studia appunto i meccanismi per cui la propaganda, la “narrazione”, finisce con l’influenzare i mercati.
Quindi è presto per dire se l’entusiasmo di ieri sia in Eu…
«Non trovo nella mia memoria un momento in cui i mercati sono stati così incerti sulla direzione da prendere. E neanche un momento in cui così poco si è creduto alle rassicurazioni del presidente». Robert Shiller, economista di Yale, PhD al Mit con la supervisione di Franco Modigliani, 80 anni compiuti il 29 marzo, di riflessi che hanno sull’andamento dei mercati le dichiarazioni reiterate e apparentemente convincenti, se ne intende: deve la sua fama, oltre che alle analisi sulla finanza che gli hanno fruttato il premio Nobel nel 2013, a un libro del 2019, Narrative Economics, che studia appunto i meccanismi per cui la propaganda, la “narrazione”, finisce con l’influenzare i mercati.
Quindi è presto per dire se l’entusiasmo di ieri sia in Europa sia a Wall Street e nelle “commodities” potrà durare?
«È davvero difficile formulare una previsione. Quello che possiamo dire è che la cruciale sesta settimana di guerra, quella in cui per tradizione se un mercato è in discesa conosce un vero e proprio tracollo irrecuperabile, è stata interrotta dalle buone notizie “dell’undicesima ora”. Ma è altrettanto difficile essere sicuri che l’accordo reggerà. Per colpa di tutti, da Israele allo stesso Iran fino ovviamente a “Mr. Taco” Trump».
Cosa c’è in gioco?
«La continuazione dello sviluppo economico che, malgrado le bizze di Trump, malgrado i dazi e gli insulti distribuiti a man bassa, stavamo conoscendo. A partire dagli investimenti nell’intelligenza artificiale. Se un serio ostacolo, come questo, diventa davvero invalicabile, vanno in fumo centinaia di miliardi impegnati dalle maggiori aziende tecnologiche con effetti a cascata. Tutti, ma in particolare le Big Tech, hanno un bisogno vitale di flussi di energia costanti e sicuri. Invece da questa situazione a un tracollo generale, il passo è breve. Si rende conto di che cosa stiamo parlando?».
Secondo lei, a oggi, la guerra chi l’ha vinta?
«Sicuramente l’Iran. Un Paese arretrato e teocratico ma con una storia millenaria e 90 milioni di abitanti, con un Pil di 500 miliardi di dollari, ha tenuto in scacco un gigante da 30 mila miliardi con una conclamata supremazia militare e un’aggressività mai vista. Tutto ciò non ha impedito che venissero inferti sia alle infrastrutture fisiche che al sistema finanziario danni che serviranno anni per riparare. Altro che due settimane».
Hormuz non ha ancora riaperto per la questione libanese. Perché Teheran pretende che i futuri pedaggi siano pagati in bitcoin?
«Per sfuggire alla tenaglia delle sanzioni. È paradossale che le criptovalute, delle quali tutti si chiedevano il senso, ora servano per comprare una delle cose più preziose al mondo, i flussi di energia. Almeno secondo le richieste iraniane. Sarebbe una vittoria nella vittoria. Non a caso, gli altri Paesi del Golfo stanno organizzando le contromisure».
A cosa si riferisce?
«Al network di oleodotti, nuovi terminali marini, infrastrutture stradali e ferroviarie, reti elettriche e idriche, che Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Oman e Bahrein stanno in fretta realizzando. Sono progetti avviati nei decenni passati: l’oleodotto che collega Golfo Persico e Mar Rosso, per esempio, i sauditi l’avevano costruito durante la “guerra delle petroliere” Iran-Iraq negli anni ’80. Ma poi sono stati abbandonati o rallentati perché era più pratico ed economico passare per Hormuz. Una realtà evidentemente stravolta che ha portato all’accelerazione frenetica impressa ai progetti alternativi».