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Sansal e Saviano: “La letteratura è l’ultima verità”

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L’intellettuale algerino e lo scrittore italiano si sono incontrati per discutere dei rischi che corre chi rivela le storture del potere
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Boualem Sansal chiede per prima cosa di vedere il pubblico, di non parlare nel buio. «Lo scrittore deve illuminare», dirà poco dopo. «Deve aiutare a vedere, dire la verità a chi legge, ai più giovani, a chi verrà dopo. Non può limitarsi a rassicurare, né offrire false consolazioni». È un dialogo insieme lucido e amaro quello tra Sansal e Roberto Saviano, protagonisti della serata conclusiva di Italissimo. Amare sono le confidenze di uno scrittore costretto da quasi vent’anni alla protezione permanente. «Se dovessi rifarlo, non lo rifarei», ammette a un certo punto Saviano. Lucido è invece lo sguardo di un intellettuale settantacinquenne che ha conosciuto il carcere del regime algerino e che, tornato libero, continua a rivendicare il proprio ruolo. «Le dittature odiano gli intellettuali, come li odiano anche le mafie, perché gli intellettuali spiegano i meccanismi del dominio, rendono leggibile ciò che il potere vorrebbe mantenere opaco», osserva Sansal. E aggiunge, quasi a voler rispo…

Boualem Sansal chiede per prima cosa di vedere il pubblico, di non parlare nel buio. «Lo scrittore deve illuminare», dirà poco dopo. «Deve aiutare a vedere, dire la verità a chi legge, ai più giovani, a chi verrà dopo. Non può limitarsi a rassicurare, né offrire false consolazioni». È un dialogo insieme lucido e amaro quello tra Sansal e Roberto Saviano, protagonisti della serata conclusiva di Italissimo. Amare sono le confidenze di uno scrittore costretto da quasi vent’anni alla protezione permanente. «Se dovessi rifarlo, non lo rifarei», ammette a un certo punto Saviano. Lucido è invece lo sguardo di un intellettuale settantacinquenne che ha conosciuto il carcere del regime algerino e che, tornato libero, continua a rivendicare il proprio ruolo. «Le dittature odiano gli intellettuali, come li odiano anche le mafie, perché gli intellettuali spiegano i meccanismi del dominio, rendono leggibile ciò che il potere vorrebbe mantenere opaco», osserva Sansal. E aggiunge, quasi a voler rispondere alle polemiche che hanno accompagnato il suo addio a Gallimard per approdare a Grasset, nel gruppo del magnate di destra Vincent Bolloré: «Scrivo libri, tutto qui. Non appartengo a un’organizzazione politica o ad altro. Sono un intellettuale che scrive».

PARIGI 12.04.2026 ROBERTO SAVIANO E BOUALEM SANSAL AL FESTIVAL DI LETTERATURA "ITALISSIMO" 

Scrittori in pericolo? è il titolo dell’incontro nel festival diretto da Fabio Gambaro, arrivato all’undicesima edizione. Sansal racconta di aver a lungo pensato che il regime algerino non avrebbe osato arrivare fino all’arresto, avvenuto invece nel novembre 2024. Anche Saviano non immaginava davvero che cosa lo aspettasse quando arrivarono le prime minacce della camorra: «Quando uno scrittore acquista una portata simbolica – spiega – diventa un supporto attraverso cui il potere cerca di imporre un racconto di forza. Gli attacchi politici o criminali non sono mai solo personali. Servono a intimidire, a lanciare segnali, a colpire indirettamente magistrati, intellettuali, opinione pubblica». Sansal è convinto di essere stato usato come una pedina dentro un gioco più grande tra Parigi e Algeri. «Senza le pressioni esercitate da Francia, Germania, Italia e da altri Paesi – aggiunge – il regime non avrebbe mai ceduto».

Sansal riporta la riflessione sul terreno che conosce meglio, quello della dittatura e dell’islamismo che ha devastato il suo Paese. Contro il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune lo scrittore annuncia ora una nuova azione legale. «Non si tratta di accusare in astratto un Paese o un sistema, ma di indicare una responsabilità precisa», spiega. In carcere, racconta, ha visto il reparto dei condannati a morte, uomini ridotti a fantasmi, rinchiusi da decenni in un’attesa senza fine. Sull’islamismo promette di continuare la sua battaglia. «Purtroppo da venticinque anni metto in guardia i governi senza vedere risultati. L’islamismo si infiltra nelle società, le corrode dall’interno come un virus, si diffonde senza lasciare traccia evidente».

Lo scrittore algerino (ospite del prossimo Salone del Libro di Torino con due incontri, il 15 maggio per l’evento di Pen Italia e il 16 per Scrittura e libertà, in collaborazione con il suo editore italiano Neri Pozza e con il festival Francesissimo) ha spesso scelto il romanzo d’anticipazione e la fantascienza, come in 2084. «Guardare il futuro non è solo un esercizio intellettuale, è un dovere morale, perché significa interrogarsi sul destino dei nostri figli» dice, definendosi un «ottimista pessimista». Da un lato riconosce che il futuro resta lo spazio di tutti i possibili e dell’avventura scientifica, con un orizzonte che parla anche alla sua formazione da ingegnere. Dall’altro è convinto che sarà un tempo sempre più duro e doloroso, segnato anche dalla crescita demografica e dalla rarefazione delle risorse. Mette sullo stesso piano le ideologie che promettono un avvenire radioso, siano esse rivoluzionarie o religiose. «Abbelliscono il futuro per accecare. Prepararsi davvero al domani – prosegue – significa invece riconoscerne la durezza, perché solo così si può sperare di attenuarne la violenza». Su questo Saviano rovescia quasi la prospettiva. «Penso al contrario che l’unico spazio che possiamo davvero cambiare sia il passato. Il presente lo viviamo, il futuro non lo conosciamo, il passato invece può essere reinterpretato, riletto. Ed è proprio questo a dare alla letteratura una forza singolare. Scrivere significa restituire a una storia passata la sua capacità di agire sul presente».

Roberto Saviano parla quindi del suo libro su Giovanni Falcone, ora tradotto in Francia. «Se una società come quella francese, oggi attraversata dalla violenza del narcotraffico, si riconosce in una storia italiana di quarant’anni fa, non è per semplice curiosità storica», conclude. «È perché la letteratura riesce a rendere attuale ciò che sembra archiviato, a creare ponti tra tempi e Paesi diversi, a mostrare che certe storie fondano ancora il presente».

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