In un caffè di Dublino due giovani aspiranti scrittori siedono a un tavolino tentando di cambiare le loro vite. Uno si chiama John e sta scrivendo una raccolta di racconti. L’altra si chiama Sally e non sa ancora che le parole che sta digitando sul suo laptop saranno amate da milioni di lettori. John è John Patrick McHugh, che ha appena portato in libreria un romanzo riuscito e intenso in cui esplora con delicatezza la terra di mezzo dell’adolescenza: è il primo grande colpo editoriale di una casa editrice (Heloola Books) nata dalla passione di due sorelle trentenni che abitano a Milano. Sally è Sally Rooney che di John è grande amica, prima lettrice e che ha definito Fine primo tempo, così si chiama il libro di McHugh, «il trionfo di un fuoriclasse». Quando si sono conosciuti a vent’anni grazie a una rivista letteraria, Rooney stava scrivendo Persone normali. «Ho dei ricordi speciali del lavoro con Sally su quel libro», dice McHugh collegato dalla sua casa di Galway, in Irlanda.
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In un caffè di Dublino due giovani aspiranti scrittori siedono a un tavolino tentando di cambiare le loro vite. Uno si chiama John e sta scrivendo una raccolta di racconti. L’altra si chiama Sally e non sa ancora che le parole che sta digitando sul suo laptop saranno amate da milioni di lettori. John è John Patrick McHugh, che ha appena portato in libreria un romanzo riuscito e intenso in cui esplora con delicatezza la terra di mezzo dell’adolescenza: è il primo grande colpo editoriale di una casa editrice (Heloola Books) nata dalla passione di due sorelle trentenni che abitano a Milano. Sally è Sally Rooney che di John è grande amica, prima lettrice e che ha definito Fine primo tempo, così si chiama il libro di McHugh, «il trionfo di un fuoriclasse». Quando si sono conosciuti a vent’anni grazie a una rivista letteraria, Rooney stava scrivendo Persone normali. «Ho dei ricordi speciali del lavoro con Sally su quel libro», dice McHugh collegato dalla sua casa di Galway, in Irlanda.
Che ricordi?
«Ci incontravamo in un bar, stavamo provando a fare della scrittura il nostro lavoro. Io stavo lavorando al mio racconto breve, lei stava scrivendo questo romanzo che è quello al quale sono più legato per ragioni sentimentali. Ma adoro tutti i suoi libri, il suo tentativo di fare cose nuove: lei si spinge sempre oltre».
Vi leggete a vicenda?
«È una lettrice straordinaria dei miei lavori. Sa meglio di me cosa sto cercando di fare: mi fido di lei. E adoro leggere le sue cose in anteprima. È una grande amica e una persona fantastica: calorosa, generosa e gentile. Ma poi la sua integrità, quando si tratta di temi come la Palestina, è sbalorditiva».
È una lettrice severa?
«Lo siamo entrambi. Bisogna essere onesti quando si tratta di scrittura. Ma non c’è competizione: vogliamo solo che l’altro tiri fuori il miglior libro possibile».
John McHugh è un trentenne irlandese gentilissimo e sorridente che non ha paura del successo delle donne. Anzi. «Le scrittrici stanno vivendo un momento d’oro, perché stanno producendo libri fantastici, penso a Claire-Louise Bennett o a Gwendoline Riley che sto leggendo proprio adesso».
La rivista Granta, per la quale lei scrive spesso, ha incluso solo quattro romanzieri nella lista dei venti narratori esordienti più promettenti. La letteratura scritta dagli uomini è in crisi?
«Credo che la crisi sia tra i giovani uomini e le discipline umanistiche, nel fatto che non vanno all’università o non apprezzano davvero ciò che un romanzo può fare. Lavoro anche come editor e leggo tanta narrativa: ci sono molti scrittori ma forse devono migliorare un po’. Nella rivista che curo pubblichiamo cinque racconti e spesso la maggior parte sono di donne. E non è una scelta: sono semplicemente migliori».
In “Fine primo tempo” John, il protagonista, ha 19 anni. Gioca a calcio gaelico. Grazie allo sport da autore analizza in modo profondo le relazioni tra uomini.
«Sono sempre stato affascinato dallo spogliatoio e dalle relazioni che nascono lì dentro. Quando avevo 17 anni sono stato invitato ad allenarmi con la squadra senior, composta tutta da adulti, uomini tra i venti e i trent’anni. Non avevo nulla in comune con loro. Ma poi quando si gioca, quando si vince una partita, si crea questo legame miracoloso, questa capacità di abbracciare gente che per strada ignoreresti. Fuori dal campo è tutto più complicato».
“Fine primo tempo” è in fondo un romanzo sulla fragilità maschile. Perché ha scelto di raccontare la storia di un diciassettenne e le complessità della sua vita e dei suoi sentimenti?
«Volevo esplorare l’idea di un ragazzo instabile, pieno di buone intenzioni ma che in realtà prende molte decisioni sbagliate perché sente molto su di sé lo sguardo degli altri. Ho cambiato quattro scuole diverse prima dei 12 anni. Ero sempre consapevole di come i ragazzi più in vista potessero farti cambiare completamente idea. Non potevi essere te stesso».
La prima scena è un racconto molto vero di petting goffo tra due adolescenti. Tra MeToo e Epstein files, l’immagine dell’uomo che viene fuori è quella del maschio che usa il sesso come strumento di potere. Ma è sempre così?
«Ricordo che da adolescente avevo paura del sesso, perché non lo facevo. Io non lo facevo e qualcun altro sì. Il sesso era qualcosa di cui vantarsi. E questo ti stravolge la mente. Quando si tratta di sesso, i ragazzi rispetto alle ragazze sono sempre in svantaggio, nel senso che non credo che nessuno di loro abbia la minima idea di confini, intimità, del potere che ne deriva e di ciò che può darti come persona».
I commenti di John e dei suoi amici sulle donne possono essere spietati.
«Sono, siamo, figli del patriarcato anche se non abbiamo idea di cosa sia esattamente. È un meccanismo potente e inconscio. Nessuno si considera misogino, ma lo è. Nessuno si considera sessista, ma lo è. Penso che oggi ci sia una maggiore consapevolezza, ma quella struttura è ancora lì e dovremmo davvero cercare di smantellare».
Perché ha scelto di ambientare la storia nel 2009?
«In questo libro ci sono i cellulari e, come scrittori, non credo che dovremmo scrivere libri senza introdurre la tecnologia: mi sembra una scappatoia. Ma il 2009 era perfetto. Volevo quel tipo di sensazione tattile, che ci fossero ancora i telefoni nelle case, che ci fossero ancora i messaggi di testo. La gente ha i telefoni, li usa, chiami le persone, ma non 24 ore su 24. Ma mi rendo conto che sembra passato remoto».
Come vivrebbe John oggi?
«John avrebbe gli stessi problemi – le ragazze, l’amicizia, cercare di entrare nella squadra di football – ma avrebbe questo strano, aggiuntivo scrutinio dei social, una sorta di feedback istantaneo. Mi dispiace davvero per i ragazzi di oggi. Sono di gran lunga più intelligenti di quanto fossi io. Ma l’idea di quella pressione costante quando stai cercando di capire le cose, mi spezza un po’ il cuore».
I libri possono ancora fare la differenza per le giovani generazioni?
«È difficile sedersi e leggere un libro. È molto più facile guardare il telefono. Ma è così importante dover pensare a qualcosa, essere soli con qualcosa, studiare, affrontare la noia e le difficoltà. Ripenso a me stesso a 18 anni, quando non avevo letto molto, e poi mi è stato regalato un libro di James Joyce, Gente di Dublino, di un tizio che stava emergendo all’inizio del XX secolo. Leggerlo ha toccato qualcosa nel profondo del mio cervello e ha cambiato tutta la mia vita».
Joyce è una delle passioni dichiarate di Rooney. Non si è mai amici per caso.
Il libro
Fine primo tempo di John Patrick McHugh, Heloola Books, trad. Bianca Rita Cataldi, pagg. 384, euro 20