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Contro i populismi una via democratica alla sicurezza, il libro di Carlo Bonini e Franco Gabrielli

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Il saggio analizza la propaganda delle destre sul tema della paura e l’inutilità delle misure adottate. Ma anche la necessità di politiche efficaci per la tutela dei cittadini
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Nell’era dei populismi uno dei territori strategici dello scontro politico è quello del linguaggio. Parole importanti del lessico civile vengono manipolate, manomesse, a volte addirittura sequestrate. “Sicurezza” è una di queste. Per anni è stata sottratta a un serio confronto pubblico e brandita dalla destra come un’arma retorica capace di produrre consenso attraverso la paura. In questo processo, una parte della cultura progressista ha finito per arretrare, come se occuparsi di sicurezza, anche solo nominarla, significasse tradire i propri valori. È stato un cedimento linguistico e un grave errore politico.

Contro la paura di Carlo Bonini e Franco Gabrielli (Feltrinelli) nasce dentro questa frattura e prova a sanarla. Lo fa innanzitutto smontando le menz…

Nell’era dei populismi uno dei territori strategici dello scontro politico è quello del linguaggio. Parole importanti del lessico civile vengono manipolate, manomesse, a volte addirittura sequestrate. “Sicurezza” è una di queste. Per anni è stata sottratta a un serio confronto pubblico e brandita dalla destra come un’arma retorica capace di produrre consenso attraverso la paura. In questo processo, una parte della cultura progressista ha finito per arretrare, come se occuparsi di sicurezza, anche solo nominarla, significasse tradire i propri valori. È stato un cedimento linguistico e un grave errore politico.

Contro la paura di Carlo Bonini e Franco Gabrielli (Feltrinelli) nasce dentro questa frattura e prova a sanarla. Lo fa innanzitutto smontando le menzogne dei populisti nostrani con dati precisi e impietosi: i rimpatri clamorosamente crollati sotto il governo Meloni, il fiasco dei centri in Albania, la tendenza compulsiva a moltiplicare le fattispecie di reato senza fare nulla per l’accertamento e la repressione. È un’operazione serrata, dove i numeri sono usati come strumento di igiene argomentativa. Il libro individua il meccanismo del “format della paura”, fondato sulla costruzione del nemico, sull’amplificazione simbolica e sull’uso sistematico e spregiudicato di false rappresentazioni.

Ma il libro non cade nell’errore di liquidare come infondata la percezione di insicurezza. E in effetti tale percezione va compresa e rispettata, non trattata con sufficienza; ad essa vanno date risposte basate sull’analisi e la comprensione. Le sue cause più profonde stanno nelle amministrazioni malfunzionanti, nella sanità sempre più diseguale, nella precarietà del lavoro e delle pensioni, nel logoramento del welfare, nella giustizia spesso iniqua per inefficienza, nelle periferie invivibili. Sicurezza è sapere che tuo figlio può andare a scuola senza essere lasciato in un edificio che cade a pezzi; è sapere che un genitore anziano può camminare per strada senza timore. Ma è anche, e nello stesso tempo, un quartiere illuminato e munito di servizi, una casa protetta, un sistema sanitario che funziona, retribuzioni adeguate che non ti fanno sentire schiacciato da un imprevisto, da una malattia, da un affitto impossibile. Non c’è sicurezza senza giustizia sociale, o detta in altri termini: gran parte del senso di insicurezza individuale e collettivo nasce dall’ingiustizia sociale.

Ma per evitare ogni equivoco va detto con forza che la sicurezza non è soltanto questione di servizi pubblici, uguaglianza, coesione sociale. È anche – senza ambiguità – difesa dal crimine, perché proteggere i cittadini da furti, rapine, aggressioni è un dovere democratico. È un tema cruciale che, per convinzioni e storia personale, mi sta molto a cuore: essere di sinistra non significa indulgenza con chi viola la legge, né voltarsi dall’altra parte con un filo di supponenza quando le persone sono intrappolate da paure che ne comprimono la dignità. Significa pretendere risposte serie e proporzionate, che non si affidano a proclami grotteschi ma all’efficacia di norme ben scritte e di una giustizia funzionante. Significa combattere il crimine in tutte le sue forme: quelle antiche e quelle modernissime che stanno sul confine opaco fra economia legale e illegale, tra impresa e mafie, tra finanza e riciclaggio.

Detto questo, il libro propone una diagnosi penetrante e garbatamente spietata dell’attuale situazione e dell’inadeguatezza di chi dovrebbe gestirla. Le pagine sulle zone rosse (qui gli autori citano Tacito: «Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace») mostrano come la segregazione spaziale della marginalità non produca sicurezza ma «silenzio amministrato, vuoto scambiato per soluzione». L’analisi del caso Ramy Elgaml, il ragazzo morto a Milano durante un inseguimento dei carabinieri, pone con nettezza la questione della proporzionalità nell’uso della forza e del rapporto tra Stato e cittadini quando il primo detiene il monopolio della coercizione. Le pagine sul carcere documentano un sistema al collasso – sovraffollamento, altissimo numero di suicidi – e smontano l’equazione più galera uguale più sicurezza. La critica alla gestione dell’ordine pubblico da parte del ministro Piantedosi, con il caso Bologna come episodio emblematico, mette a fuoco il cortocircuito di una concezione muscolare e identitaria che finisce per screditare e indebolire le stesse forze dell’ordine che pretende di difendere.

Al contrario di quanto spesso accade con questo tipo di analisi, il libro è anche ricco di serie proposte operative: le dieci mosse sulle migrazioni, la riforma dell’architettura delle forze di polizia, la proposta di un’agenzia unica dell’intelligence con fusione di Aise e Aisi, il rilancio dei tavoli di osservazione sperimentati a Roma quando Gabrielli era prefetto.

C’è un punto, tuttavia, in cui la riflessione di Bonini e Gabrielli rivela una tensione interna e suggerisce una prospettiva di ulteriore approfondimento. La visione è dichiaratamente partecipativa: gli autori parlano di «sicurezza relazionale», di alleanze civiche, di patto tra istituzioni e comunità. Ma le proposte operative restano prevalentemente dentro una logica istituzionale — riforma delle forze di polizia, riassetto dell’intelligence, tavoli prefettizi. C’è uno scarto tra l’orizzonte e la cassetta degli attrezzi. La domanda allora non è se il libro pensi ai cittadini come attori — lo fa, e con apprezzabile convinzione — ma se proponga strumenti concreti perché lo diventino davvero. E da questa tensione viene uno spunto che meriterebbe di essere raccolto anche sul piano politico: se la sinistra vuole riappropriarsi della sicurezza come tema suo, non le basterà costruire politiche pubbliche migliori. Dovrà immaginare forme di partecipazione reale, in cui le comunità non siano soltanto protette ma coinvolte nella costruzione di ciò che le protegge. È forse lo spazio più fertile che il libro, avendo riaperto il discorso, consegna a chi vorrà proseguirlo.

Il libro

Contro la paura di Carlo Bonini e Franco Gabrielli (Feltrinelli, pagg. 176, euro 18)

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