Perché ignorare la cultura scientifica è pericoloso? Perché significa non essere più in grado di capire quel che succede nel mondo, non saper “leggere” il proprio tempo.
La cultura classica e quella scientifica continuano a rimanere separate, o almeno quella classica continua a ignorare i valori di quella scientifica. Nessuno scienziato oserebbe ammettere la sua ignoranza nei confronti dei grandi classici della letteratura, si sentirebbe menomato, incolto, mentre un letterato può tranquillamente dire, senza vergognarsi, di non capire nulla di scienza. Anzi, solitamente tale affermazione viene accolta con un risolino di solidarietà. Eppure, non comprendere il crescente ruolo e l’impatto che scienza e tecnologia hanno nelle nostre società significa anche non avere più l…
Perché ignorare la cultura scientifica è pericoloso? Perché significa non essere più in grado di capire quel che succede nel mondo, non saper “leggere” il proprio tempo.
La cultura classica e quella scientifica continuano a rimanere separate, o almeno quella classica continua a ignorare i valori di quella scientifica. Nessuno scienziato oserebbe ammettere la sua ignoranza nei confronti dei grandi classici della letteratura, si sentirebbe menomato, incolto, mentre un letterato può tranquillamente dire, senza vergognarsi, di non capire nulla di scienza. Anzi, solitamente tale affermazione viene accolta con un risolino di solidarietà. Eppure, non comprendere il crescente ruolo e l’impatto che scienza e tecnologia hanno nelle nostre società significa anche non avere più la capacità di intervenire in modo efficace nelle scelte, per prevedere, prevenire e provvedere. In altre parole, significa non essere più in grado di “scrivere” sul proprio tempo, orientandolo in modo consapevole. Il rischio, ovviamente, è quello di una progressiva e inarrestabile “analfabetizzazione”.
Perché la scuola non riesce a formare una vera cultura scientifica? Perché purtroppo la scuola non sostiene adeguatamente il processo di “alfabetizzazione scientifica”. La scienza è confinata nei suoi scaffali come i barattoli di caramelle nelle drogherie. Si insegnano fisica, matematica, biologia ecc. ma, malgrado i lodevolissimi sforzi individuali di tanti docenti, manca un insegnamento che permetta il sorgere di una mentalità, di una cultura scientifica, che consenta ai giovani di acquisire una forma mentis capace di aiutarli quando si trovano di fronte a problemi che debbono essere affrontati con razionalità.
Non occorre studiare filosofia della scienza: è sufficiente comprendere il ruolo di scienza e tecnologia nei cambiamenti – non solo industriali ed economici, ma nei rapporti sociali, nella circolazione delle idee, nella struttura gerarchica, nei movimenti di liberazione ecc. –; capire in che modo si influenzino vicendevolmente diversi elementi del sistema (educazione, ricerca, reddito, lavoro, produttività, innovazione, informazione); saper cogliere le connessioni e le incompatibilità (a ogni vantaggio corrisponde uno svantaggio, il lungo termine dipende dalle decisioni a breve termine, non si può chiedere una cosa e il suo contrario).
Occorre comprendere, infine, che un Paese che umilia la ricerca e che, di fatto, rifiuta una moderna cultura scientifica è inesorabilmente relegato ai margini della civiltà.
Perché si parla così poco di scienza e tecnologia nel dibattito pubblico?
Perché la politica, e spesso anche l’informazione, tendono a concentrarsi sul presente immediato e sulle promesse che portano più voti, piuttosto che sui problemi strutturali e di lungo periodo. Si discute molto su come distribuire la ricchezza, ma quasi mai su come produrla. Eppure, il futuro di un Paese dipende anche – anzi, soprattutto – dalla sua capacità di innovare, di investire in ricerca e di preparare i giovani alle sfide della società tecnologica in cui viviamo. Purtroppo, anche intellettuali e giornalisti vengono spesso risucchiati dalle polemiche del momento, dimenticando quanto sia urgente costruire una visione a lungo termine.
Perché è importante unire cultura umanistica e cultura scientifica?
Perché la conoscenza non ha confini: è un’unica grande impresa collettiva. Per capire davvero il mondo serve una visione d’insieme, capace di connettere mente e cuore, logica e immaginazione. Da un lato, le arti e le lettere ci parlano di emozioni, valori e bellezza. Dall’altro, la scienza ci offre strumenti per comprendere i meccanismi della natura e affrontare i problemi complessi del nostro tempo. Separarle significa impoverire entrambe.
Come diceva il fisico e filosofo Giuliano Toraldo di Francia, bisogna avere sì tecnologie a misura d’uomo, ma anche e soprattutto uomini e donne a misura di tecnologia. È questa la vera sfida: formare persone capaci di muoversi con naturalezza tra linguaggi diversi, di interpretare i cambiamenti accelerati della società globale, di orientarsi in un ecosistema che non è più solo naturale, ma anche artificiale, fatto di reti, energia, industrie e conoscenza.
Per troppo tempo abbiamo parlato di “due culture”. In realtà ne esiste una sola, che deve saper fondere il patrimonio umanistico con quello scientifico. Perché solo chi riesce a navigare in entrambi i mondi può contribuire a scrivere il futuro con intelligenza, responsabilità e creatività.
Il libro
Chiedetevi sempre perché di Piero Angela (Mondadori, a cura di Massimo Polidoro, pagg. 512, euro 24)