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Povera generazione Z rimasta ancora una volta orfana del rito “mundial”

Marcello Lippi solleva la coppa dopo dei Mondiali 2006 

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Per un’intera generazione di italiani i mondiali restano un sogno proibito. La Gen Z non potrà fare neanche questa volta l’esperienza struggente ed esaltante di tifare per l’Italia. È come se si fosse interrotto quel filo che lega le generazioni attraverso la trasmissione e la condivisione dei sentimenti, delle passioni, delle emozioni. Le mancherà la possibilità di vivere e di ricordare quel rito di passaggio, quella riaffermazione del legame identitario che ti fa sentire in campo con i tuoi campioni e al tempo stesso rende parte di una comunità allargata che unisce genitori e figli.

A questi ragazzi mancheranno per la prima volta quelle finestre della memoria, quell’elenco di ricordanze che ci collocano nella storia nostra e in quella degli altri. L’assist decisivo, il rigore segnato e perfino quello sbagliato che in …

Per un’intera generazione di italiani i mondiali restano un sogno proibito. La Gen Z non potrà fare neanche questa volta l’esperienza struggente ed esaltante di tifare per l’Italia. È come se si fosse interrotto quel filo che lega le generazioni attraverso la trasmissione e la condivisione dei sentimenti, delle passioni, delle emozioni. Le mancherà la possibilità di vivere e di ricordare quel rito di passaggio, quella riaffermazione del legame identitario che ti fa sentire in campo con i tuoi campioni e al tempo stesso rende parte di una comunità allargata che unisce genitori e figli.

A questi ragazzi mancheranno per la prima volta quelle finestre della memoria, quell’elenco di ricordanze che ci collocano nella storia nostra e in quella degli altri. L’assist decisivo, il rigore segnato e perfino quello sbagliato che in una competizione planetaria hanno un sapore diverso. Diventano mito, epica, lirica ed etica di gruppo. Gli under 18 saranno orfani di questa mitologia e di questi rituali che hanno sempre avuto tanta parte nella formazione dell’immaginario italico. Di cui il calcio è una delle sorgenti poetiche e civiche, dove si formano molti dei suoi modelli di bene e male, di virtù, di lealtà, di sacrificio, di attaccamento alla maglia. Non avranno neanche l’esperienza esaltante dell’entusiasmo contagioso, di quella scarica di adrenalina collettiva che costituisce uno straordinario collante del legame sociale. E che in tante occasioni ci ha fatto sentire un collettivo, una squadra.

Insomma, i più giovani, insieme al resto degli italiani, hanno perduto la possibilità di sentirsi parte attiva di quello che resta uno degli ultimi riti unificanti e condivisi di questo tempo senza entusiasmi e senza illusioni. Si dovranno accontentare dei nostri ricordi, visto che non ne hanno di loro, poiché da quando sono nati il mondiale senza l’Italia non è più un’eccezione. Purtroppo è la normalità. Da Brasile 2014 sono passati dodici anni. Se tutto andrà bene, cioè se l’Italia si qualificherà, il prossimo appuntamento sarà nel 2030: molti di quei ragazzi saranno ormai adulti. Intanto quel mese di orgia calcistica in cui il pallone occupa sogni e fantasie vedrà loro e noi spettatori estranei e intristiti. Orfani di quella che è una grande festa corale, per tifosi e no. Perché il mondiale non è fatto solo di partite e il calcio non si gioca solo in campo. Ma è una narrazione corale che muove le anime e scalda i cuori. Crea consuetudini, rinsalda amicizie, accende passioni. Basta pensare alle manifestazioni spontanee dopo le vittorie degli azzurri che ahinoi sembrano nostalgie da età dell’oro, abissalmente distanti dalla realtà grama di oggi. Ai nostri figli mancheranno le veglie notturne davanti allo schermo, quando a causa dei fusi orari le partite si giocano in orari antelucani, che però l’attesa trepidante trasforma in autentiche vigilie, piene di magia e di liturgia. Scaramanzie, amuleti, talismani, simboli propiziatori, gesti che uniscono, creano racconto, fanno comunità, e quindi diventano fattori di socializzazione intergenerazionali. Fanno squadra dentro e fuori dal terreno di gioco. Non avranno nemmeno le riunioni familiari e amicali che di solito fanno di ogni match un’occasione di incontro, di apertura agli amici e agli amici degli amici. Diventando un civilissimo modello di ospitalità, di inclusione, allargando sempre di più i confini del nostro spirito comunitario che adesso, invece, si chiude come la sistole di un cuore sofferente. E soprattutto gli mancherà la caciara virtuosa, i cortei stradali, le processioni laiche che da sempre sacralizzano le vittorie dell’Italia risvegliando quel patriottismo ad assetto variabile che si riaccende ad ogni vittoria degli azzurri. Basta pensare a quel che accadde dopo il trionfo di Madrid che ci regalò la coppa nel 1982. O al tripudio inatteso e quasi incredulo che nell’estate del 2006 esplose dopo la finale vittoriosa sulla Francia di Zidane. Per non dire della semifinale dell’Azteca a Messico ’70, quell’Italia Germania 4-3 che è molto più del risultato di una partita di calcio. Ma un mito, un’epica, un mood collettivo, addirittura il titolo di un film.

Mentre Bosnia Italia 4- 1 di martedì è la conferma inesorabile che quell’età dell’oro in cui ce la battevamo alla pari con i migliori è finita da un pezzo. Insomma, in un certo senso il risultato di Zenica va oltre sé stesso. Perché non rispecchia semplicemente l’attuale divario che ci separa perfino dai bosniaci. Ma misura il divario fra il Belpaese di allora e quello di adesso. Fra un Paese che caricava i giovani per andarsi a prendere il futuro e un Paese che li lascia soli e sconsolati in panchina.

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