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Così la galassia Guggenheim fa crescere il museo del futuro

1071 Fifth Avenue; Solomon R. Guggenheim Museum in New York, New York; Architect Frank Lloyd Wright 

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Artisti nelle scuole, sale aperte a tutti e un linguaggio che non lascia indietro nessuno. Presentati a Venezia i progetti realizzati in collaborazione con Lavazza
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In una Venezia infreddolita dalla pioggia, affollata e febbrile, la Collezione Guggenheim è un luogo sospeso, a fior d'acqua, tra quella che cade dal cielo e quella che scorre in Canal Grande. Ritratti della fondatrice Peggy Guggenheim vigilano sul va e vieni di ospiti. Alla direttrice Karole Vail, nipote della collezionista, si è unita in questi giorni Mariët Westermann, dal 2023 direttrice e Ceo della Fondazione e del Museo Solomon R. Guggenheim, prima donna a ricoprire questo ruolo. Di origini olandesi, storica dell'arte con alle spalle un'intensa attività accademica e di relazioni internazionali, da New York sovrintende ai quattro musei Guggenheim, da New York a quello, di prossima apertura, ad Abu Dhabi. E così, mentre nel cielo sopra la Biennale tuonano conflitti e controversie, qui emerge il volto nuovo di questa costellazione d'arte, il dietro le quinte di un radicale investimento - educativo, sociale, museografico e lungimirante - che disegna il futuro, abbatte muri, scale e …

In una Venezia infreddolita dalla pioggia, affollata e febbrile, la Collezione Guggenheim è un luogo sospeso, a fior d'acqua, tra quella che cade dal cielo e quella che scorre in Canal Grande. Ritratti della fondatrice Peggy Guggenheim vigilano sul va e vieni di ospiti. Alla direttrice Karole Vail, nipote della collezionista, si è unita in questi giorni Mariët Westermann, dal 2023 direttrice e Ceo della Fondazione e del Museo Solomon R. Guggenheim, prima donna a ricoprire questo ruolo. Di origini olandesi, storica dell'arte con alle spalle un'intensa attività accademica e di relazioni internazionali, da New York sovrintende ai quattro musei Guggenheim, da New York a quello, di prossima apertura, ad Abu Dhabi. E così, mentre nel cielo sopra la Biennale tuonano conflitti e controversie, qui emerge il volto nuovo di questa costellazione d'arte, il dietro le quinte di un radicale investimento - educativo, sociale, museografico e lungimirante - che disegna il futuro, abbatte muri, scale e piedistalli. È concepito assieme e sostenuto da più da un decennio da Lavazza, organico e condiviso al punto che Francesca Lavazza, qui con Vail e Westermann, quarta generazione del marchio del caffè italiano, siede nel board dei trustee.

Noi invece siamo sedute in una sala di Palazzo Venier dei Leoni, inondata di luce opalina. La collaborazione tra la Fondazione Guggenheim e Lavazza si è inaugurata nel 2014 a New York e da lì si è estesa alla Collezione di Venezia, con caratteri originali e distinti, ma accomunati nel segno dell'inclusività. Dell'apertura. Dell'accoglienza. Ma cos’è inclusività oggi? «Il museo dev'essere democratico, tutti devono sentirsi i benvenuti», risponde con molta semplicità Karole Vail. Con "Io vado al museo" la Collezione Guggenheim si è data un obiettivo preciso: «Accompagnare al museo persone con background migratorio, che non parlano la nostra lingua. Collaboriamo con l'università Ca' Foscari, con associazioni di volontariato, mediatori culturali. Qui dentro invitiamo queste persone a parlare la loro lingua, usiamo il termine "translanguiging". Un esempio di democrazia linguistica applicata all'arte, attraverso l'arte». Hanno orari di visita dedicati, tutti e solo per loro. Vail lo trova «normalissimo», anzi, «mi meraviglia che non lo facciano tutti i musei».

Con "Learning Through Art", viceversa, il Guggenheim di New York coinvolge direttamente gli artisti, la cui esperienza e la cui voce entrano fisicamente nelle scuole pubbliche. E non episodicamente: gli incontri in classe sono almeno una decina. E tra gli artisti coinvolti, figura anche Nick Cave (omonimo del musicista, è anche tra gli artisti scelti per la Biennale di Koyo Kouoh, "In Minor Keys"). «Natural born teacher», lo definisce Mariët Westermann: insegnante nato - giocoso, coinvolgente. Un altro? Rashid Johnson, artista nero di Chicago, che ha voluto con sé il figlio teenager. Cosa che ha fatto venire in mente al museo di creare il "Teen Circle": hai tra i 13 e i 18 anni? Benissimo, il museo ti dà una tessera che permette a te e a tre tuoi amici (o genitori, o fratelli, quello che vuoi) di visitare il museo gratuitamente, tutte le volte che vuoi. Per "Learning Through Art", «l’ostacolo più serio - confida Westermann - è convincere le scuole». I programmi scolastici sono molto rigidi. Ma è sufficiente che alcuni istituti aderiscano - «parliamo di ragazzini dagli 8 ai 12 anni e di insegnanti grandiosi», perché altri li seguano. Lo scorso anno dodici scuole pubbliche. Pubbliche, non private. A fine anno, mostra dei lavori dei bambini e ragazzi al Solomon Guggenheim Museum, con famiglie, amici, artisti, un'intera comunità fiera e festante. «Quindi, a conti fatti, gli ostacoli sono facilmente superabili e i risultati molto più grandi».

[[(gele.Finegil.Image2014v1) Da sinistra: Karole P. B. Vail, alla guida di Guggenheim Venezia, Francesca Lavazza, board member di Gruppo Lavazza, e Mariët Westermann, direttrice e ceo di Fondazione Guggenheim In alto da sinistra: le sedi dei musei Guggenheim di New York e Venezia. In basso: Learning Through Art a New York]]

Francesca Lavazza, che due anni fa ha presentato la piattaforma "IncluVisity", da cui si irradiano queste e altre iniziative in tredici musei (a partire dal loro, il Museo Lavazza di Torino), non solo in Italia, usa le parole chiave «apertura, rispetto, superamento del gap educativo, abbattimento delle barriere sociali, fisiche. Dignità, parità. Rispetto». Si declinano in tanti modi: alla Kunsthalle di Basilea, ad esempio, Lavazza sostiene l' "Espresso Tour": «Per chi ha poco tempo, una visita guidata di venti minuti che va all'essenziale delle mostre allestite». Per la giornata dell'Icom, il prossimo 18 maggio, la Collezione Guggenheim avrà da Lavazza 400 "biglietti sospesi", da distribuire gratuitamente fino ad esaurimento a chi, in difficoltà economica o in situazioni di fragilità, non può permetterselo.

Nel mondo, dal Black Lives Matter ai Fridays for Future fino al #MeToo, uno sciame intersezionale di istanze politiche sta investendo anche i musei, sollecitati a decolonizzare, correggere, restituire, colmare il gender gap. Istanze che la Collezione Guggenheim prende molto sul serio («i nostri borsisti sono giovani ventenni e su questi temi agguerritissimi»): revisione dei testi della collezione permanente e delle mostre temporanee, contestualizzazione della presenza dell'arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe acquistata da Peggy Guggenheim, «orgogliosa proprietaria - così scrisse - di maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico». Ora hanno una sala dedicata, con fotografie che testimoniano il loro contesto originario. Oggetti migranti, anche a essi viene restituita dignità, autonomia. Inclusività.

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