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Il giovane nero del ritratto di Reynolds non è più uno schiavo senza nome

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Identificato in Gran Bretagna il servitore ritratto in un celebre quadro del pittore inglese: un tipo di ricerca sempre più frequente da parte dei musei britannici per recuperare i vuoti della storia
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LONDRA. Il quadro ritrae un ufficiale della Marina inglese. Ma nel dipinto, accanto al capitano di vascello, appare una seconda figura: un ragazzo nero. Uno schiavo, considerata l’epoca – la metà del Settecento – che fissa con una certa soggezione il suo master, ovvero il suo padrone, come erano chiamati apertamente nell’Impero britannico i proprietari di esseri umani, fino all’abolizione dello schiavismo nel 1833 (in America fu abolito nel 1865, dopo la guerra civile fra Nord e Sud, nella Russia zarista nel 1861).

Dell’ufficiale si sapeva già tutto, ma adesso, per la prima volta, si è scoperta anche l’identità del ragazzo nero, nel tentativo di raccontare, attraverso l’arte, la storia dei dimenticati, degli sfruttati, dei sottomessi, non soltanto quella di chi aveva il potere, il comando, i soldi.

Completato nel 1748, il ritratto in questione è opera di sir Joshua Reynolds, un noto pittore del diciottesimo secolo, del quale è considerato uno dei capolavori. È esposto al National Trus…

LONDRA. Il quadro ritrae un ufficiale della Marina inglese. Ma nel dipinto, accanto al capitano di vascello, appare una seconda figura: un ragazzo nero. Uno schiavo, considerata l’epoca – la metà del Settecento – che fissa con una certa soggezione il suo master, ovvero il suo padrone, come erano chiamati apertamente nell’Impero britannico i proprietari di esseri umani, fino all’abolizione dello schiavismo nel 1833 (in America fu abolito nel 1865, dopo la guerra civile fra Nord e Sud, nella Russia zarista nel 1861).

Dell’ufficiale si sapeva già tutto, ma adesso, per la prima volta, si è scoperta anche l’identità del ragazzo nero, nel tentativo di raccontare, attraverso l’arte, la storia dei dimenticati, degli sfruttati, dei sottomessi, non soltanto quella di chi aveva il potere, il comando, i soldi.

Completato nel 1748, il ritratto in questione è opera di sir Joshua Reynolds, un noto pittore del diciottesimo secolo, del quale è considerato uno dei capolavori. È esposto al National Trust Georgian Mansion, una casa museo del Devon, nel sud dell’Inghilterra, nelle vicinanze di Plymouth, storica città portuale e marinara.

Il personaggio raffigurato è il luogotenente Paul Henry Ourry, in seguito promosso capitano ed eletto anche deputato al parlamento di Westminster. È lui evidentemente che aveva commissionato il quadro. Al fianco dell’ufficiale in alta uniforme c’è un ragazzo nero, identificato nel ritratto soltanto come Jersey.

Joshua Reynolds, "Paul Henry Ourry e il suo giovane servitore", 1748 

Su iniziativa del National Trust, della National Gallery di Londra e del Royal Museum Greenwich, come parte di un programma per mettere in rilievo le voci e le vite ignorate o andate perdute, un gruppo di ricercatori ha scavato negli archivi di stato e appreso qualcosa di più sul giovanissimo schiavo, inserito in un dipinto piuttosto famoso, ma rimasto nell’ombra rispetto al personaggio in primo piano.

È venuto fuori che il suo nome completo era Boston Jersey: Boston perché era probabilmente nato o aveva vissuto nella città del Massachusetts, a quei tempi ancora una colonia britannica, Jersey forse perché sull’isoletta sulla Manica era nato il capitano Ourry.

Il ragazzo venne battezzato a 15 anni, nel 1752, per cui nel periodo del ritratto doveva avere circa 11 anni. Un altro documento, del 1751, lo registra fra i membri dell’equipaggio che dovevano ricevere una paga su una nave capitanata da Ourry: segno che a 14 anni potrebbe essere stato per così dire promosso da servitore a marinaio. Poi però dopo il 1753 si perdono le sue tracce: fra le varie ipotesi, c’è che sia stato liberato, ossia tolto dalla condizione di schiavitù, venduto a un altro master o che sia morto.

“Raccontare la storia di Jersey significa confrontarci con i silenzi del nostro passato e riconoscere gli individui le cui vite troppo spesso rimangono oscurate”, dice il professor David Olusoga, uno storico che ha partecipato alle ricerche, interpellato dal Guardian, che dedica un servizio alla vicenda. “Questo progetto ci ricorda che la storia è fatta non soltanto da coloro che vengono ricordati ma pure da chi viene reso invisibile”. Nella vita, come nei libri e nei quadri.

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