Oggi gli attacchi alle università americane d’élite non provengono solo dalla destra e da Trump, ma anche dalla sinistra e dai liberali in senso esteso, anche se sul piano elettorale in quei campus il rapporto tra democratici e repubblicani sta 36 a 1. Paradossi del nostro tempo. David Brooks ha scritto un saggio “Come la Ivy League ha distrutto l’America”. Michael Sandel ha denunciato la tirannia del merito in un bel libro, subito dopo la prima elezione di Donald nel 2016, quando si scoprì che star hollywoodiane mandavano i figli ad Harvard corrompendo gli insegnanti di attività sportive. Ora circolano saggi intitolati, sul serio, “La necessità di eliminare Harvard”. Tutte cose citate nel recente Yale Report, un documento che diagnostica i mali anche se propone solo alcune blande riforme. In sostanza la meritocrazia finirebbe per produrre un regime peggiore dell’aristocrazia dell’ancien régime perché, come dicono i post-liberali, si riproducono ineguaglianze con l’accompagnamento del…
Oggi gli attacchi alle università americane d’élite non provengono solo dalla destra e da Trump, ma anche dalla sinistra e dai liberali in senso esteso, anche se sul piano elettorale in quei campus il rapporto tra democratici e repubblicani sta 36 a 1. Paradossi del nostro tempo. David Brooks ha scritto un saggio “Come la Ivy League ha distrutto l’America”. Michael Sandel ha denunciato la tirannia del merito in un bel libro, subito dopo la prima elezione di Donald nel 2016, quando si scoprì che star hollywoodiane mandavano i figli ad Harvard corrompendo gli insegnanti di attività sportive. Ora circolano saggi intitolati, sul serio, “La necessità di eliminare Harvard”. Tutte cose citate nel recente Yale Report, un documento che diagnostica i mali anche se propone solo alcune blande riforme. In sostanza la meritocrazia finirebbe per produrre un regime peggiore dell’aristocrazia dell’ancien régime perché, come dicono i post-liberali, si riproducono ineguaglianze con l’accompagnamento del rimprovero: colpa tua che non ce l’hai fatta.
Arjun Appadurai è un antropologo indiano-americano che ha avuto riconoscimenti e responsabilità accademiche in Inghilterra e negli Stati Uniti, a Chicago, a New York, a Yale e altrove e mette l’accento su quello che considera un difetto centrale: l’educazione superiore centrata sul branding di sé stesso di ogni studente, la costruzione dell’io come una miniera di valore da estrarre nel tempo. Lo studioso è a Roma per la preparazione di un libro-manifesto collettivo per una riforma della educazione superiore in funzione della difesa della democrazia liberale.
Come hanno potuto le università finire per incarnare il simbolo del privilegio, delle detestate élite, con Harvard e Columbia bersagli prediletti del presidente?
«Accumulano risentimento politico, mentre erano un tempo considerate istituzioni capaci di ampliare le opportunità e plasmare la cultura civica e Trump le presenta come centri di privilegio che tiene fuori gran parte della popolazione. Eppure l’enorme crescita delle università americane avvenne negli anni ’50 e ’60 grazie a politiche come il GI Bill, una legge che ampliò l’accesso all’istruzione superiore. Le università divennero luoghi di ampia erogazione di lauree, di formazione e costruzione del futuro per molti cittadini americani comuni. Per Trump c’è anche una storia personale: la sensazione di essere un outsider, deliberatamente dai circoli dell’élite istruita. Una seconda ragione ha a che fare con concetti come merito, mobilità e inclusione, che sono finiti sotto sospetto».
Cosa è cambiato dagli anni ’50 e ’60?
«Quell’energia è svanita. I costi sono aumentati drasticamente. I donatori ora svolgono un ruolo più importante e l’accesso di massa ha subito un rallentamento. Allo stesso tempo, le classifiche concentrano la domanda. Tutti vogliono Harvard, Stanford, Yale o Princeton. Eppure gli Stati Uniti hanno più istituzioni di alto livello dell’Europa nel suo complesso. Il fulcro della rabbia – qualunque sia la sua legittimità – è una fascia relativamente ristretta di istituzioni di prim’ordine all’interno di un sistema che ne conta più di 2.000».
Come sarebbe una vera riforma?
«Un punto che, in linea di principio, sarebbe apprezzato da tutte le parti è quello di snellire il focus della missione delle università, che non possono fare tutto: asili nido, assistenza all’infanzia o arbitrati legali su diritti civili e discriminazione. Il loro ruolo dovrebbe essere quello di ammettere gli studenti in modo equo e di educarli bene, attingendo a principi di selezione e imparzialità. E qui si apre l’enorme capitolo del riequilibrio nell’insegnamento delle humanities e delle arti liberali in rapporto al fare soldi e alla coltivazione di quello che chiamo il mineable self, l’individuo trasformato in una risorsa da scavare, profilare, monetizzare e ottimizzare. È su questo che dovrebbe concentrarsi l’attenzione».
Come può la democrazia diventare più di un impegno retorico nelle università?
«La democrazia è molte cose, una delle quali è l’apertura al dissenso scientifico e al dibattito come motore della conoscenza. Come sosteneva Karl Popper, la congettura e la confutazione sono al centro della scienza – e più in generale del pensiero critico liberale. Per comunicare questo spirito è necessario coinvolgere una vasta gamma di persone, aprire le porte a un certo tipo di diversità e poi concentrarsi sullo sviluppo di quel temperamento. Le università possono coltivare il dibattito, la diversità di vedute e la differenza. Questi sono ideali democratici – ideali che solo le università possono sviluppare pienamente, non le scuole superiori, non le professioni, non le aziende, non le chiese».
Come si può restituire legittimità democratica alla formazione delle élite?
«La vera domanda è come impedire che il sistema diventi un motore che si autoalimenta per un gruppo chiuso. Un recente studio su The Chronicle of Higher Education mostra un modello sorprendente: nel corso di decenni, le stesse dieci-quindici istituzioni producono i vincitori delle principali borse di studio. Le ragioni sono chiare: supporto nella stesura delle domande, reti solide, referenze influenti e riconoscimento reputazionale. Se vieni da Harvard, le tue possibilità aumentano. Il risultato è un sistema che si autoalimenta».
Allora, dov’è la risposta?
«Per secoli, il sistema degli esami imperiali in Cina ha offerto per esempio un percorso impegnativo ma aperto verso la burocrazia e l’intellighenzia: in linea di principio, chiunque poteva competere, e il successo determinava l’avanzamento. Una logica simile si ritrova negli esami per la pubblica amministrazione indiana, che consentono a candidati di diversa provenienza di entrare nel servizio pubblico. Questi sistemi non sono privi di difetti, ma condividono una caratteristica distintiva: l’apertura unita al rigore. Al contrario, negli Stati Uniti troppo spesso prevale la selezione informale: reti, donatori, legami personali. Bisogna cambiare le pratiche di ammissione con una azione politica decisa che mostri come tutti fanno parte di una storia nazionale più ampia, non ne sono escluse».
Gli incontri – A partire dagli attacchi alle università americane più prestigiose, da destra e da sinistra, che cosa si può fare per renderle utili alla democrazia liberale in crisi? Si tiene a Roma un incontro promosso da Reset Dialogues on Civilizations insieme a Carnegie Corporation, Boston College, all’Università di Zurigo, ospitato dalla Luiss Guido Carli, oggi (14 maggio) e domani 15 maggio. Vi parteciperanno rettori e vicerettori di Oxford, della London School of Economics, dell’Università americana del Cairo: tra gli altri Craig Calhoun, Arjun Appadurai, Lisa Anderson, Chris Higgins, Silja Haeusermann, Giovanni Orsina