Il premio Nobel Krasznahorkai: “Piacere, László, rocker mancato e Nobel per caso”
di Raffaella De SantisLászló Krasznahorkai ospite del Salone Internazionale del Libro
(agf)TORINO - Chissà perché i premi Nobel uno se li aspetta seri e compassati. László Krasznahorkai ieri al Salone del libro ha spiazzato con risposte ironiche e molte battute. Era arrivato per ricevere il Premio Mondello, sezione autore straniero. Sul palco con lui a stimolarlo con domande puntuali Vanni Santoni. Sala Azzurra pienissima, molti giovani, la direttrice Annalena Benini arrivata a introdurre e ringraziare l’ospite illustre. Krasznahorkai esibisce una calma sorniona. Look total black, capelli candidi lunghi. Lo guardi e pensi: ora entra la band. Si racconta di presentazioni in Ungheria, il suo Paese, in teatri off, performance adatte a un autore di romanzi vorticosi comeSatantango e Melancolia della resistenza.
Nessun incenso da scrittore laureato, semmai la casualità come legge che muove ogni cosa. «Tutto è casualità, anche il nostro essere umani è una casualità». La scrittura non fa differenza: «Non volevo diventare scrittore, né tenevo a quel ruolo sociale. Non avevo alcuna…
TORINO - Chissà perché i premi Nobel uno se li aspetta seri e compassati. László Krasznahorkai ieri al Salone del libro ha spiazzato con risposte ironiche e molte battute. Era arrivato per ricevere il Premio Mondello, sezione autore straniero. Sul palco con lui a stimolarlo con domande puntuali Vanni Santoni. Sala Azzurra pienissima, molti giovani, la direttrice Annalena Benini arrivata a introdurre e ringraziare l’ospite illustre. Krasznahorkai esibisce una calma sorniona. Look total black, capelli candidi lunghi. Lo guardi e pensi: ora entra la band. Si racconta di presentazioni in Ungheria, il suo Paese, in teatri off, performance adatte a un autore di romanzi vorticosi comeSatantango e Melancolia della resistenza.
Nessun incenso da scrittore laureato, semmai la casualità come legge che muove ogni cosa. «Tutto è casualità, anche il nostro essere umani è una casualità». La scrittura non fa differenza: «Non volevo diventare scrittore, né tenevo a quel ruolo sociale. Non avevo alcuna urgenza di esprimermi». Quello che è capitato poi, dai primi passi alla consacrazione dell’Accademia svedese, non fa eccezione. La vocazione letteraria nasce per caso quando László, classe 1954, assiste alla castrazione di un maiale. La scena è talmente violenta che lo costringe ad alzare lo sguardo in alto e in cielo gli appare un sole marrone, scuro. Che farsene di quel sole e del maiale? «Non potevo che raccontare quella scena».
Ecco come nasce uno scrittore riluttante, che amava fare il musicista, suonava il pianoforte, ascoltava free jazz americano, e aveva messo su un gruppo beat che faceva cover dei Cream, di Hendrix e dei Rolling Stones. Il passo verso la scrittura sembra un salto nel buio: «D’altra parte la crisi è lo stato naturale delle cose e dell’umanità. La stessa evoluzione non è che una crisi continua. La nostra vita, la nostra natura sono crisi». Lo dice sorridendo, che per un apocalittico è una bella concessione. «Quella crisi l’ho portata dentro il mio primo romanzo, Satantango, che mi è apparso subito pieno di errori a tal punto da volerlo migliorare. Ne ho scritti altri sperando di riuscirci, ma è andata sempre peggio. La mia carriera si è rivelata un precipizio: ho continuato a scrivere libri per correggere in qualche modo quelli orribili che avevo già scritto, ma non ci sono riuscito». Di romanzo in romanzo, senza mai sentirsi un letterato: «L’unica occasione in cui mi sono dichiarato scrittore è quando mi hanno fermato per strada dei poliziotti. Sotto il socialismo non avevano niente di meglio da fare che chiedere documenti alla gente». È chiaro che sul palco László non è László ma forse un personaggio dei suoi libri. Nel recenteLa sicurezza della nazione ungherese (Bompiani), lo scrittore gioca con la finzione letteraria e dice che vorrebbe smettere prima o poi. «Sono andato avanti così di premio in premio, sempre più in basso, fino al Nobel. Quando mi sono ritrovato davanti al re svedese avrei voluto dire: “Io non sono niente. Ho fatto tutto per essere nulla. Il risultato è che sono qui!”». Quindi la resa: «Quando un giovanotto di nome Peter Esterházy, parlando di me, mi ha definito un collega, ho capito che era la fine». C’è però sempre la musica, che è la salvezza dall’Apocalisse. «Sono ossessionato dalla bellezza. Anche se volevo scrivere di cose orribili, sapevo che avrei dovuto scriverne in maniera bella. Le mie frasi lunghissime sono elementi melodici, musicali».
Nessuna incursione nella politica ungherese, nessun commento sulla sconfitta di Orbán. Solo una pagina di letteratura e la raccomandazione: «Se siete amanti di Orbán potete abbandonare la sala». La traduttrice Dora Varnai legge dall’ultimo libro: «Lascerei il denso tramonto che scende sul paesaggio, lascerei il peso, la speranza, l’incanto... perché ho guardato dentro ciò che sta per arrivare e non voglio nulla da qui».