Quando succede un fatto importante, nella memoria resta inciso per sempre il luogo in cui ti trovavi e quello che stavi facendo. Quando è morto Franco Battiato, il 18 maggio 2021, mi trovavo alla Nuvola di Fuksas ma non per una manifestazione letteraria o musicale: era stato riadattato alle esigenze della pandemia e stavo facendo il vaccino anti Covid. Erano le 8 del mattino. Nella mente mentre ero seduto ad aspettare eventuali effetti collaterali del vaccino era arrivata la notizia dalla redazione. E così ecco che una memoria involontaria inevitabilmente incomincia a far passare nella mente le immagini degli incontri con lui avvenuti negli anni e, soprattutto, quello nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna, dove suonò il pianoforte per noi. Fu lì che parlammo della morte.
Nel suo disco Apriti sesamo del 2012, il suo ultimo album di inediti a parte lo stupendo prog…
Quando succede un fatto importante, nella memoria resta inciso per sempre il luogo in cui ti trovavi e quello che stavi facendo. Quando è morto Franco Battiato, il 18 maggio 2021, mi trovavo alla Nuvola di Fuksas ma non per una manifestazione letteraria o musicale: era stato riadattato alle esigenze della pandemia e stavo facendo il vaccino anti Covid. Erano le 8 del mattino. Nella mente mentre ero seduto ad aspettare eventuali effetti collaterali del vaccino era arrivata la notizia dalla redazione. E così ecco che una memoria involontaria inevitabilmente incomincia a far passare nella mente le immagini degli incontri con lui avvenuti negli anni e, soprattutto, quello nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna, dove suonò il pianoforte per noi. Fu lì che parlammo della morte.
Nel suo disco Apriti sesamo del 2012, il suo ultimo album di inediti a parte lo stupendo progetto sperimentale Joe Patti’s Experimental Group (2014), c’era un brano intitolato Il testamento. A distanza di cinque anni dalla sua morte vale la pena di farsi una domanda: chi era davvero Battiato? Un artista popolare che ha portato un lessico completamente diverso dentro la canzone italiana, certo. Ma anche un uomo che ha attraversato discipline, pratiche, tradizioni, crisi e silenzi senza mai trasformare il proprio cammino in una posa. Battiato come un “trickster”, uno sciamano irridente, ha ribaltato qualsiasi tipo di convenzione, con la musica ma anche attraverso le interviste, il cinema, le apparizioni in tv. Non si era mai visto prima qualcuno così. Uno che, come tutti i veri maestri, odiava farsi chiamare maestro, refrattario a qualsiasi tipo di definizione, capace di stupire tutti quelli che aspettavano dalla sua bocca verità divine raccontando una barzelletta e, al contrario, inserendo in pezzi che tutti hanno cantato e ballato, testi di mistici d’Occidente e d’Oriente, di straordinaria complessità dal “centro di gravità permanenti” alle “cavigliere dei danzatori di Kathakali” di Voglio vederti danzare fino all’“oceano di silenzio”.
Il Maxxi di Roma, poco tempo fa gli ha dedicato una mostra che ci auguriamo venga riproposta anche in altri spazi e in altri luoghi ma anche una serie di interessanti incontri organizzati dal curatore, Giorgio Calcara, con una serie di testimoni molto diversi tra loro, da Juri Camisasca compagno di avventura di Franco dai primi anni Settanta a Padre Guidalberto Bormolini amico dell’ultimo periodo, dal cantautore Giovanni Caccamo, scoperto da Franco, a Mariella Fumagalli e Maurizio Piazza, membri dell’Institut Gurdjieff di Parigi, dal venerabile Massimo Stordi, Presidente dell’Associazione Monastica Sangha Lhungtok Choekhorling, ai due pittori Giuseppe Puglisi e Piero Zuccaro che hanno istruito Battiato sull’arte del disegno.
In questa ricorrenza non si vuole costruire un santino di Battiato ma la mappa di una ricerca. E la partenza non può che essere da quella domanda che abbiamo citato in precedenza, di un giorno lontano a Milo con Franco elegantissimo nella sua camicia bianca, la poltrona ergonomica nel salotto circondato da libri che raccontano frammenti di insegnamenti sconosciuti: si partiva dall’idea che nella sua opera c'è spesso l'idea della morte ma non rappresentata in senso negativo: un po’ come esprime in giapponese l’ideogramma “Mu” che indica il vuoto, quello che si mette sulle tombe ma che sta in realtà a indicare un pieno, proprio del buddhismo zen: «Dell'Esistenza permettimi di dire questo», raccontava, «gli umani esistono, ma non muoiono come si pensa, ci si trasforma. Anche se per certa gente sarebbe anche meglio cambiare proprio in senso figurato». «Quindi tu non hai paura della morte?», Franco aveva preteso che gli si desse del “tu” fin dal primo incontro, stranamente forse, visto che con l’amico Sgalambro, leggenda narra che si siano dati sempre del “lei”: «Non posso affermare questo. Sto lavorando per essere degno di un passaggio. Il passaggio di un essere umano da una dimensione all'altra. Questo sì, ce la sto mettendo tutta».
Il collega Valerio Mattioli, uno dei musicologi più interessanti rimasti, che conduceva insieme a me l’intervista, insisteva: «Nel brano Il testamento dice: "Lascio agli eredi l'imparzialità/ La volontà di crescere e capire/ Uno sguardo feroce e indulgente/ Per non offendere inutilmente", cosa intende?». «Vuol dire non avere debolezza nei propri confronti: devi chiedere a te stesso di superare l'inerzia, l'indifferenza, la grossolanità, la non voglia di metterti seriamente a cercarlo. Perché la materia gioca brutti scherzi». Continuo: «Nello stesso brano dice anche: "Mi piaceva tutto della mia vita mortale", le piace tutto davvero?». «Può essere sì. Però, ripeto, quello è un limite, non è un complimento. Noi siamo impermanenti, dobbiamo abituarci a questo. Quando parliamo di "io" e diciamo: "Io penso così", in realtà dico "oggi tu pensi così, ma tra cinque minuti magari pensi in maniera diversa". E allora che cosa abbiamo di permanente? Niente! Fa anche rima (ride)».
Per Juri Camisasca, la persona da sempre più vicina a Franco musicista e da sempre studioso della mistica cristiana, la differenza tra preghiera e meditazione è netta, anche se poi «arriva anche a un punto di congiunzione». La preghiera, dice, è «un movimento verso l’esterno, alla ricerca di un incontro», mentre la meditazione è «un accrescimento della consapevolezza interiore». Due strade diverse, insomma, che però in profondità conducono allo stesso approdo: «Quando c’è il silenzio interiore, la preghiera non è più necessariamente un dire delle parole» e la meditazione diventa un abitare il presente fuori «dalle rotaie del tempo».
È un passaggio importante, perché sposta subito il discorso su Battiato da un generico spiritualismo alla pratica concreta di una trasformazione interiore. Camisasca lo dice con un’immagine: «La mente è una stanza. La preghiera è il sistema di aprire la porta affinché entri l’ospite. Invece la meditazione accende la luce per vedere la presenza che c’è». E quando torna a Franco, il punto è il metodo: «Franco aveva composto una sua meditazione basata sulle frequenze». Sequenze ferme, costanti, un lavoro sul suono capace di riportare la mente «a una determinata quiete, a un determinato silenzio». Da musicista, cioè, aveva trovato una via personale alla trascendenza del fenomenico.
Anche nella sperimentazione con le droghe psichedeliche, Battiato si distingue da molti artisti del tempo: in lui non c’è compiacimento, né mitologia legata alla Beat generation, né, soprattutto l’idea della sostanza psichedelica come scorciatoia creativa. C’è piuttosto, semmai, una curiosità e una verifica presto archiviata. Lo dice lui stesso con la consueta schiettezza in un’altra intervista fatta questa volta a Milano: «In effetti in vita mia ho fatto solo tre esperimenti con le droghe: una con la mescalina, fantastico nella salita e terribile nella discesa, una con l’Lsd, e una con la cocaina. Delle tre, quest’ultima è senza dubbio la sostanza più stupida, inutile e superflua. Non ti mette in discussione, per capirci. In quei giorni tutti provavano le droghe: era il periodo delle comuni, la gente era convinta di scrivere poesie meravigliose e poi quando la mattina le rileggeva diceva: "Ma che cos’è questa schifezza?". Non è che le droghe aiutassero a fare cose belle, al contrario di quello che molti credevano». La sua ricerca insomma non passa dall’alterazione come posa generazionale, ma dal desiderio di conoscenza e dalla successiva disciplina del distacco.
È qui che entra in scena l’altra parola chiave del convegno organizzato da Calcara: Gurdjieff. Mariella Fumagalli e Maurizio Piazza, presenti come antichi amici di Franco e non come portavoce ufficiali dell’Institut Gurdjieff di Parigi, raccontano un incontro che per Battiato fu decisivo. «Lui ha riconosciuto nel libro che si chiama Frammenti di un insegnamento sconosciuto qualcosa che lui già sentiva», dice Fumagalli. «Quella crudezza che a volte ha Gurdjieff per lui era reale». Il punto è esattamente questo: non una fascinazione esotica, ma il riconoscimento di una verità già intuita. Per questo, continua, Battiato «ha cominciato a seguire quella strada in maniera molto seria, piena e profonda». E poi aggiunge il dettaglio più interessante: quello che Franco è riuscito a far passare nelle canzoni «è una qualità che trascende il piano in cui viviamo». Una qualità percepibile a tratti, quasi per via laterale, come qualcosa che ti ferma e ti costringe a chiederti che cos’è questa cosa. Avvicinato per un approfondimento Maurizio Piazza spiega che all’Institut Gurdjeff non interessa rilasciare dichiarazioni o fare proselitismo ribadendo che questo incontro è un’occasione unica in virtù dell’incontro con tanti vecchi amici.
Aggiunge però che «nessuno è davvero riuscito a imitare Battiato perché in lui c’era una consapevolezza, una ricerca interiore, una ricerca profonda». Gurdjieff, per Franco, non fu una sovrastruttura intellettuale, ma il luogo in cui trovò «un riscontro» a qualcosa che aveva già sperimentato umanamente. La quarta via, continua Piazza, parla dell’uomo nella sua totalità, «senza dimenticare nulla», e non chiede di diventare qualcuno, anzi, «non chiede di diventare nulla, chiede di essere». Questa formula, semplice e definitiva, forse basta da sola a spiegare perché tante canzoni di Battiato, anche le più colte, non suonano mai come esercizi di superiorità, ma come tentativi di allineare il pensiero, il corpo, il desiderio, la memoria, il suono.
Con il violino nella casa dei genitori, 1981
Padre Guidalberto Bormolini allarga il discorso alla potenza spirituale della parola artistica: «La potenza della parola dell’artista supera quella dello scienziato». Non perché la contraddica, ma perché la integra, la rilancia, la spinge verso ciò che il linguaggio concettuale da solo non riesce a nominare. Per Bormolini, Battiato ha avuto la capacità di intuire che all’origine di tutto non c’è soltanto una dinamica meccanica, ma anche «musica, canto, bellezza». È una lettura che può sembrare ardita, ma diventa convincente quando il monaco tocca un altro nodo centrale dell’opera di Battiato: la critica al consumismo come sostituzione industriale dell’infinito. «Noi abbiamo sete di infinito», dice Bormolini, e il mondo dei consumi rivende questa sete sotto forma di prodotti, esperienze, paradisi prefabbricati. Battiato, invece, non si opponeva semplicemente al rumore: «intonava un modo diverso, più alto».
Su un altro versante si colloca il venerabile Massimo Stordi. Il suo incontro con Battiato è più tardo, legato a un interesse concreto per testi buddhisti e chiarimenti dottrinali, ma ciò che colpisce è il modo in cui descrive il musicista: uno che ha attraversato «un sacco di sentieri sbattendo la testa», uno che cercava davvero, senza scorciatoie identitarie. «Non posso dire che era buddista» precisa Stordi che, durante tutto l’incontro, non smetterà mai di sgranare un rosario recitando con un tono di voce impercepibile un mantra infinito, «ma questo non diminuisce affatto l’importanza del buddhismo tibetano nel suo percorso. Anzi: dice qualcosa di più profondo. Dice che Battiato apparteneva alla specie rara di quelli per cui il cammino vale più dell’etichetta, l’esperienza più del cartellino spirituale. Persino gli ultimi lavori si possono leggere come il segno di una ricerca rimasta aperta fino in fondo».
In mezzo a queste voci più legate a pratiche e tradizioni, quella del musicista Giovanni Caccamo, una delle scoperte di Battiato, sposta il fuoco su un’eredità più intima, quasi etica. Caccamo si definisce «uno spettatore grato dell’ultimo atto di una traiettoria personale straordinaria» e racconta il privilegio più raro: stare in silenzio con qualcuno senza imbarazzo. È da lì che nasce il ricordo più forte, affidato a una frase che Battiato gli disse su un divano a Milano: «Ricordati che avrai solo una strada per rimanere un uomo e artista libero: cercare ogni giorno di scardinare la tua arte dal fine». E ancora: «Non chiederti come fare ad avere più successo. Chiediti piuttosto di cosa voglio innamorarmi nei prossimi mesi della mia vita». È un consiglio che suona come una poetica, ma anche come una forma di ascesi laica. Scardinare l’arte dal fine significa sottrarla al risultato, al mercato, al tornaconto, al narcisismo. Significa riportarla a una sorgente di necessità, di innamoramento, di verità. Caccamo definisce Battiato «un monolite», e non si fa fatica a capire perché.
C’è un altro musicista, Vasco Brondi, da sempre molto vicino a Battiato per i temi trattati nelle sua canzoni ma anche per la sua ricerca spirituale che incontriamo invece al Salone del libro di Torino: il suo libro appena uscito per Einaudi si intitola, non a caso, Una cosa spirituale. «Ricordo che una volta sono andato all’Arena di Verona dove lui faceva questo concerto con Antony and the Johnsons», racconta. «L'Arena, anche se sei Battiato, è un posto speciale, che incute un certo timore. Si inizia ma qualcosa non funziona: probabilmente problemi di in-ear monitor, e lui, tranquillissimo, fa: "No no stop, stop, ferma ferma". Si ferma tutto. Silenzio. E lui dice, in modo tranquillissimo e totalmente sereno: "Che facciamo adesso? Vi racconto una barzelletta?". E tutti giù a ridere.
È stata una lezione incredibile vedere una persona così tranquilla e serena nel peggior momento possibile. È appena iniziato il concerto all'Arena, ti devi fermare perché c’è qualcosa che non va, e lui, invece di andare nel panico era a posto, perfettamente a suo agio. Mamma mia, quanto lavoro devi fare proprio per arrivare a essere così!». Anche Vasco si ricorda che cosa stava facendo quando la notizia del “passaggio” di Franco è arrivata: «Si sapeva che stava male. In quei giorni ero anche in contatto con Guidalberto Bormolini, che è molto presente, non a caso, nel mio libro. Quando ho saputo della sua morte ho pensato a una cosa che diceva spesso Battiato: che la più grande illusione è credersi separati dagli altri. Per lui la meditazione serviva a superare questa separazione. Ho pensato che la sua "partenza" potesse essere anche un ulteriore superamento di quei confini». E anche Vasco ricorda Battiato come «una persona di una disponibilità incredibile. L’ho incontrato anche a Milo, al suo festival, ed è stato il suo ultimo concerto. Avevo un grande timore reverenziale, invece lui metteva tutti a proprio agio, come se ci conoscessimo già».
E poi c’è il capitolo meno noto e forse proprio per questo più rivelatore: la pittura. Qui entrano in scena Giuseppe Puglisi e Piero Zuccaro, i due pittori siciliani che Battiato aveva incontrato nel suo mondo di relazioni artistiche e che poi volle accanto a sé anche a Villa Grazia, a Milo, dove finirono per accompagnarlo in quell’apprendistato personalissimo. Puglisi dice una cosa che coglie un punto decisivo: «Nella pittura, secondo me la sua natura ci stava tutta: c’erano l’essenzialità delle forme, quella dei colori, e soprattutto la ricerca del silenzio». In quei tratti ridotti, in quella sottrazione, Puglisi vedeva quasi una bocca chiusa, «suggellata», una forma che non impone il silenzio ma ti chiede di sentirlo. Anche qui, come nella musica, Battiato non riempie: leva, asciuga, concentra. Una volta Battiato disse: «Non riesco a disegnare l’occhio». Giuseppe allora provò a intervenire, tracciando una linea per correggerlo e renderlo più convincente anatomicamente. Ma il giorno dopo quell’occhio era tornato alla forma iniziale. Franco aveva rimesso tutto com’era prima, liquidando la questione con la sua semplicità disarmante: «Mi piace di più così».
Ma con Puglisi il discorso si fa ancora più toccante quando un giorno in cui Battiato era già molto malato esce dallo studio e va in giardino, sempre a Villa Grazia. Ci sono gli odori forti, persino sgradevoli delle piante e dei fiori, che col tempo diventano familiari. «Sai che l’odore di quei tigli mi sembrava orribile all’inizio e invece adesso mi piace?», confidava. Battiato amava camminare per quel giardino, fino all’ultimo. «Alla fine era sempre la luce che cercava Franco», dice Puglisi. E poi racconta due piccole storie. In una, Battiato si ferma davanti a una camelia bellissima, la accarezza e poi, inaspettatamente le dice: «Spudorata». Un’ironia che ha il fascino di un’illuminazione. Nell’altra, Puglisi passa davanti a una rosa che Franco amava toccare quando passava ma che non fioriva mai. E resta sbalordito. Rientra subito in casa, gli prende la mano e gli dice: «Franco, la tua rosa è fiorita! E ha un profumo bellissimo». Franco apre gli occhi e lo guarda: «È stato un regalo enorme per me», racconta il pittore, «perché non so dov’era in quel momento, ma è tornato per un attimo lì a dirmi: io sono sempre qui».
E, forse, il punto è proprio questo: cinque anni dopo, la spiritualità di Franco Battiato resta viva proprio perché non si lascia chiudere in un sistema, in una definizione: continua a riapparire per lampi, per ritorni come la mostra del Maxxi provvidamente intitolata Battiato. Un’altra vita. O, naturalmente, si manifesta attraverso suoni come la Messa Arcaica riproposta nel Duomo di Milano o l’evento speciale della Biennale di Venezia, “Arcipelago Battiato” realizzato dal compositore Michele Tadini. E poi, e questa è davvero la meraviglia, per profumi. Proprio come una rosa che fiorisce quando pensavi che fosse troppo tardi.