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Torino omaggia l’“altro” Sgarbi

Vittorio Sgarbi durante l'incontro al Salone del libro

 

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Il critico torna in pubblico e mostra il suo lato più intimista
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TORINO – Come se fosse arrivato a una sintesi radicale, all’essenza: non solo perché le risposte sono più asciutte, senza divagazioni e soprattutto senza slancio provocatorio, ma soprattutto perché sembrano maturare da una concentrazione estrema. Vengono da lontano, o dal profondo. Vittorio Sgarbi torna al Salone del libro da ospite imprevisto, dopo il silenzio di questa ultima stagione, la sosta in quella “stazione sconosciuta”, come l’ha definita rispondendo alle domande di Antonio Gnoli su Robinson. La depressione, la distanza, la sospensione di un’esistenza appassionata, frenetica e vorticosa fino all’eccesso.

L’applauso che lo accoglie - lui entra, non sai se più distaccato o stupito - è un’ovazione. Tutti in piedi per tributare al più popolare dei critici d’arte italiani un omaggio che è un segno di affetto e di riconoscenza. Con nostalgia per le antiche e perdute intemperanze? No, forse piuttosto con il desiderio di ascoltarlo ancora parlare del suo mondo, lo spazio che gli è …

TORINO – Come se fosse arrivato a una sintesi radicale, all’essenza: non solo perché le risposte sono più asciutte, senza divagazioni e soprattutto senza slancio provocatorio, ma soprattutto perché sembrano maturare da una concentrazione estrema. Vengono da lontano, o dal profondo. Vittorio Sgarbi torna al Salone del libro da ospite imprevisto, dopo il silenzio di questa ultima stagione, la sosta in quella “stazione sconosciuta”, come l’ha definita rispondendo alle domande di Antonio Gnoli su Robinson. La depressione, la distanza, la sospensione di un’esistenza appassionata, frenetica e vorticosa fino all’eccesso.

L’applauso che lo accoglie - lui entra, non sai se più distaccato o stupito - è un’ovazione. Tutti in piedi per tributare al più popolare dei critici d’arte italiani un omaggio che è un segno di affetto e di riconoscenza. Con nostalgia per le antiche e perdute intemperanze? No, forse piuttosto con il desiderio di ascoltarlo ancora parlare del suo mondo, lo spazio che gli è più caro e congeniale, al netto di accensioni e impegni politici, prestiti di sé al mondo dello spettacolo e della tv, querelle, diverbi infuocati.

Ci sono molti Sgarbi, e poi c’è Vittorio: il ragazzino che appare in una fotografia in bianco e nero mostrata alla platea, a bordo di una macchinina. Fa ciao con la mano: «A un futuro imprevedibile», come dice lui stesso, con un’esattezza lessicale che colpisce, rispetto alla fatica della voce meno nitida. Durante l’incontro nel centro congressi del Lingotto, Sgarbi più volte si fermerà sull’album di famiglia: l’immagine di suo padre, la farmacia dei genitori nel ferrarese, l’immagine di lui con la sorella Elisabetta («in cui ritrovo lo sguardo e l’ansia protettiva di mia madre»), la compagna Sabrina Colle. A cui fa una bellissima dichiarazione d’amore («ha il cielo negli occhi»). Ma le fotografie sono un intermezzo biografico tra opera d’arte e opera d’arte, nel percorso tracciato dall’ultimo libro, Il cielo più vicino. La montagna nell’arte (La nave di Teseo). Giotto, «primo pittore moderno», che lo folgorò nella prima visita alla Cappella degli Scrovegni. Nel ciclo di affreschi ad Assisi, il paesaggio montano è brullo. Dio non c’è, dice Sgarbi, ma c’è la montagna, che raccorcia la strada verso il cielo. Il romantico Friedrich con il suo viandante fra vette nebbiose. Giovanni Segantini - viste alpine e misticismo - e ancora, i pittori che per Sgarbi sono «maestri liberi» e spesso dimenticati. Commenta anche un Warhol proverbiale - la Marilyn icona colorata, con un affondo intensissimo su «ciò che resta in noi dei miti». Caravaggio, Pasolini. E poi Banksy: e qui Sgarbi, a proposito di un’opera recente, The Migrant Child, tocca una nota civile. Il bambino di Banksy porta con sé la speranza di un’alternativa al mondo come è, «e ci ricorda che l’arte è una soluzione per affrontare in maniera libera quello che altrimenti appare impossibile».

Elogia l’intemperanza degli artisti, il loro disordine creativo nell’ordine che il potere pretende (e torna di sfuggita sulle polemiche intorno al padiglione russo alla Biennale: «Anche l’arte del Rinascimento nasceva sotto regimi autocratici. L’artista esprime sempre la sua individualità, e va osservata»). C’è qualcosa di malinconico e insieme di intensissimo, in questo Sgarbi più fragile: il volto senza più maschere, lo sguardo basso, ma anche il maggior nitore che acquista la sua radice di studioso, l’antica fiamma dell’interprete d’arte. Nessuna passione spenta.

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