Wang Shu:“Progettare nuove architetture è un gesto politico”
di Lara CrinòNingbo Museum di Yinzhou progettato da Wang Shu (PHOTO_BY_LV_HENGZHONG)
Un titolo secco, quasi banale:Do Architecture, traducibile con “Fare architettura”. Un sottotitolo che chiama in causa la filosofia orientale, “La possibilità di coesistenza nella realtà reale”. La Biennale Architettura del 2027 (dall’8 maggio al 21 novembre), affidata dal presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco alla curatela degli architetti – i primi cinesi – Wang Shu e Lu Wenyu e presentata ieri a Venezia nella sede di Ca’ Giustinian, si annuncia assai diversa dalle ultime due. Non certo una chiamata alle armi, con l’ausilio della tecnologia, contro il climate change come quella del 2025 capitanata da Carlo Ratti. E nemmeno un invito ad abbracciare il caos, guardando alle pratiche “altre”, come la Biennale del 2023 di Lesley Lokko. Piuttosto, un’esortazione a riscoprire la tradizione e l’artigianalità (che probabilmente piacerà ai conservatori) e insieme un invito a costruire insieme un “giardino”, metaforico e reale, in cui confucianamente le differenze coesistano in ar…
Un titolo secco, quasi banale:Do Architecture, traducibile con “Fare architettura”. Un sottotitolo che chiama in causa la filosofia orientale, “La possibilità di coesistenza nella realtà reale”. La Biennale Architettura del 2027 (dall’8 maggio al 21 novembre), affidata dal presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco alla curatela degli architetti – i primi cinesi – Wang Shu e Lu Wenyu e presentata ieri a Venezia nella sede di Ca’ Giustinian, si annuncia assai diversa dalle ultime due. Non certo una chiamata alle armi, con l’ausilio della tecnologia, contro il climate change come quella del 2025 capitanata da Carlo Ratti. E nemmeno un invito ad abbracciare il caos, guardando alle pratiche “altre”, come la Biennale del 2023 di Lesley Lokko. Piuttosto, un’esortazione a riscoprire la tradizione e l’artigianalità (che probabilmente piacerà ai conservatori) e insieme un invito a costruire insieme un “giardino”, metaforico e reale, in cui confucianamente le differenze coesistano in armonia. Appena arrivati da Hangzhou, Wang Shu e Lu Wenyu sono stati accolti in Laguna da un Buttafuoco poetico e politico insieme, pronto a citare Marco Polo che a Hangzhou fece tappa, ad annunciare che la Biennale guarda alla Cina (le comunicazioni della prossima edizione saranno anche in cinese) e a rivendicare il ruolo dell’istituzione che guida – «Siamo un libro di geografia che fa la Storia» – mentre aspetta per le prossime ore l’arrivo del ministro della Cultura Giuli, dopo le polemiche politiche sulla mostra d’arte appena inaugurata. È Wang Shu, parlando anche a nome della cocuratrice, collega e moglie Lu Wenyu, con cui fondò negli anni Novanta lo studio Amateur Architecture, a rispondere a Repubblica, ripercorrendo una storia professionale che è un pezzo di storia della Cina di oggi.
Wang Shu e Lu Wenyu, marito e moglie, sono i curatori della Biennale Architettura del 2027
Il vostro lavoro coniuga il richiamo alla tradizione del vostro Paese e la contemporaneità. Cosa vi ha influenzato?
«L’influenza più profonda che ho ricevuto crescendo in Cina è stata quella del viaggio. Sono nato nello Xinjiang e ho trascorso l’infanzia a Pechino. Dall’età di due anni mi sono spostato spesso in treno tra queste due località; all’epoca ci volevano quattro giorni e tre notti. Quei lunghi viaggi mi hanno permesso di osservare il mutare della geografia, degli ecosistemi e delle culture lungo tutto il territorio cinese. Quando sono entrato all’università, ho iniziato a viaggiare con lo zaino in spalla avventurandomi sia nelle città che nelle zone rurali. Questo mi ha dato una comprensione più ampia e profonda della Cina. Lo stesso vale per mia moglie Lu».
Quali sono stati i vostri maestri?
«Quando frequentavo architettura, nei primi anni ’80, ho scoperto in biblioteca due opuscoli: uno era Verso un’architettura di Le Corbusier, l’altro riguardava il Bauhaus. Esperienze diverse da ciò che mi veniva insegnato: più personali, libere, indipendenti. Mi hanno aperto gli occhi sull’idea che il mondo racchiude molte possibilità».
È stato difficile portare avanti questa idea più “aperta” di architettura in Cina?
«Sia Liu che io apparteniamo alla prima generazione di architetti indipendenti in Cina. Negli anni ’90 probabilmente c’erano solo tre giovani come noi in tutto il Paese. Ci scontrammo con l’enorme sistema degli istituti di progettazione statali e con un modo di pensare all’architettura rigido e stagnante. La vita era dura, lottavamo ai margini, ma proprio quella lotta ci ha portato a contatto con gli aspetti reali della società».
Che cosa progettavate?
«I progetti erano piccoli e a basso budget, e questo ci ha costretti a pensare a come lavorare con ciò che avevamo a disposizione, i materiali locali, e a essere profondamente coinvolti nel processo di costruzione. Poiché le commissioni per nuove costruzioni erano difficili da ottenere, ristrutturavamo edifici antichi. Questo ci ha insegnato che occuparsi di ciò che arriva dal passato richiede una serie di principi e metodi completamente diversi. Bisogna rispettare l’edificio originale ed entrare in dialogo con esso. Ci siamo resi conto che l’architettura moderna che amiamo è di origine occidentale, ma questo non dovrebbe essere un pretesto per distruggere le culture architettoniche e locali. Rispetto ad architetti come noi, i grandi studi di progettazione operano più come fabbriche di design su larga scala».
In termini di materiali e forme, qual è lo scopo della disciplina all’inizio del XXI secolo?
«I problemi che la Cina affronta nel suo sviluppo si ritrovano simili in altre parti del mondo, ma in Cina la portata del cambiamento è maggiore, il ritmo è più veloce e i problemi sono più complessi. Quindi le nostre esplorazioni potrebbero offrire ispirazione altrove. Noi crediamo che la materia determini la forma. Solo quando la forma esprime onestamente i materiali e il processo di costruzione può lasciare alle persone un’esperienza. Nel XXI secolo, se l’architettura è sostenibile, se è più naturale ed ecologica, ciò diventa una questione di vita o di morte. Per il futuro del mondo stesso e per l’architettura come disciplina».
L’architettura, come l’arte, è sempre politica?
«L’architettura è sempre soggetta a influenze politiche perché è, e deve essere, radicata nella società. Ma ha anche il compito di pensare a direzioni e possibilità a più lungo termine. La sua visione dovrebbe riguardare il modo in cui le diverse culture possono coesistere. E, aggiungerei, a come diventare più ecologiche e più sostenibili».
Come vivete il fatto che la Biennale sia una mostra globale, e che, come tale, sia soggetta ad attacchi e a controversie?
«La Biennale è probabilmente la piattaforma di scambio più influente al mondo. Il successo di ogni edizione dipende dalla profondità intellettuale del curatore o dei curatori e dalla sua attenzione al requisito unico dell’architettura come forma d’arte: la specificità rispetto al luogo».
Presentando il vostro progetto avete usato il “Giardino cinese” come metafora.
«Il Giardino cinese come forma architettonica si basa sulla coesistenza di specie diverse e sull’integrazione di elementi naturali e artificiali. Inoltre, richiede tempo per essere completato, anche venti o trent’anni. Un’immagine di armonia e di pace che ben si sposa con la missione della Biennale, che è quella di promuovere lo scambio e i dialoghi equi tra paesi e culture diverse. Lo spazio per questo scambio esiste sempre: speriamo di renderlo più aperto, più sperimentale e più profondo. Ora siamo nell’anno del cavallo che è impaziente e inquieto. Ma poi verrà l’anno della capra, che invece è paziente. Speriamo che il 2027 porti la pace».