Hogre e Pignotti, quando l’arte mette in guardia contro la seduzione della pubblicità
di Maddalena MesseriL’arte come critica alla società di massa, il collage usato come sberleffo alle pubblicità stereotipate, i murales come moderne “pasquinate” contro il monopolio dell’algoritmo: sono le opere di Lamberto Pignotti, figura centrale della poesia visiva italiana tra i fondatori del Gruppo 70 che quest’anno ha varcato la soglia dei cento anni, e Hogre, famoso street artist. Due universi creativi, messi in dialogo alla galleria Bianco Contemporaneo di Roma nella nuova mostra Identikit.
È questo il filo rosso che unisce i due artisti che pur appartenendo a due generazioni lontane, e pur vivendo in contesti storici totalmente diversi, sembrano parlare uno stesso linguaggio, portando a terra l’ideale “guerriglia semiologica” professata a fine anni Sessanta da Umberto Eco.
Il sovvertimento dell’estetica dominante è infatti alla base sia dei celebri collage di Pignotti, sia dei provocatori “subadvertising” di Hogre.
L’arte come critica alla società di massa, il collage usato come sberleffo alle pubblicità stereotipate, i murales come moderne “pasquinate” contro il monopolio dell’algoritmo: sono le opere di Lamberto Pignotti, figura centrale della poesia visiva italiana tra i fondatori del Gruppo 70 che quest’anno ha varcato la soglia dei cento anni, e Hogre, famoso street artist. Due universi creativi, messi in dialogo alla galleria Bianco Contemporaneo di Roma nella nuova mostra Identikit.
È questo il filo rosso che unisce i due artisti che pur appartenendo a due generazioni lontane, e pur vivendo in contesti storici totalmente diversi, sembrano parlare uno stesso linguaggio, portando a terra l’ideale “guerriglia semiologica” professata a fine anni Sessanta da Umberto Eco.
Il sovvertimento dell’estetica dominante è infatti alla base sia dei celebri collage di Pignotti, sia dei provocatori “subadvertising” di Hogre.
Marco Giovenale, che ha curato il testo critico dell’esposizione, osserva: “In Pignotti la pubblicità estrae valore, desiderio come denaro, da chi la osserva, e lo rende passivo; in Hogre l’hackeraggio induce sguardo critico, e desiderio come gioco, in chi lo apprezza e se ne fa innesco e moltiplicatore. Con il primo artista il soggetto multiplo è all’inizio: sono i tanti mittenti che creano un coro di invii mentre per lo street artist il soggetto multiplo è alla fine, all’estremità del colpo d’occhio, e ciò in chi riceve decifra e riattiva criticamente il messaggio della pagina-muro”.
La mostra, aperta fino al 6 giugno nella galleria Bianco Contemporaneo di via Reno, nasce infatti dalla volontà di affiancare in un unico spazio due mondi accomunati da “un discorso comune sulla politica dello sguardo e dell’identità” e infatti sulle pareti sono affiancate le opere del centenario Pignotti, che oltre alla buffa collezione di lettere a lui indirizzate con nomi e indirizzi sbagliati spicca per i suoi allegri collage verbovisivi, realizzati fra gli anni Settanta e il Duemila, istantanee di un’estetica ormai superata.
La produzione di Hogre invece è frutto del moderno “subvertising”, cioè l’advertising sovversivo, la pubblicità al contrario, con cui lo street artist anonimo trasforma i grandi brand come Apple, Facebook o Pepsi in opere critiche: il social diventa “Thought police”, il lettering della Pepsi “Free Palestine”, il logo del colosso di Cupertino diventa la mela avvelenata nelle mani di una magra strega. E continua Giovenale: “Queste opere, suggerisco, sono infatti pura e auto consapevole efflorescenza del clima e momento storico. È la stessa società a non poter evitare di produrle, come una sorta di antivirus, o nuovo virus, opposto alle malattie che di fatto la strutturano. Chiaramente l'artista non è, in ciò, soltanto un mediatore del contesto, ma il punto preciso in cui i codici della critica si riattivano e reagiscono al di là e contro il sonno indotto dalla natura ipnotica delle merci”.
Una mostra che, grazie a questi graffi violenti su immagini patinate e fasulle, grazie all’intervento della sperimentazione artistica sugli slogan pubblicitari, porta il visitatore a riflettere sul bombardamento comunicativo a cui siamo sottoposti quotidianamente, lasciando intendere che chi controlla le immagini finisce per controllare anche il modo in cui pensiamo.