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A cinquant’anni dalla morte tutto quel che resta di Mao. Il saggio di Sergio Basso

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Il sinologo e autore di docufilm, indaganell’enigma di un leader dal doppio volto. Che cambiò la storia
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Una monaca. Chissà come sarebbe cambiata la storia della Cina se in quella giornata di fine Ottocento nelle campagne dello Hunan quella monaca avesse accettato di crescere quel bambino che una madre disperata e impaurita le aveva offerto. La donna aveva il terrore che dopo i primi due figli, morti piccolissimi, anche questo terzo, nato nel villaggio di Shaoshan il 26 dicembre del 1893 e che aveva chiamato Mao Zedong, non ce l’avrebbe fatta. La religiosa rifiutò di accogliere quel bimbo nel tempio: non era necessario offrirlo a Buddha perché sopravvivesse, quel pargolo stava benissimo e se la sarebbe cavata. Chissà come sarebbe cambiata la storia se quella monaca avesse accettato quel piccolo: molto probabilmente la Cina di oggi non esisterebbe.

Libri e saggi sul Grande Timoniere abbondan…

Una monaca. Chissà come sarebbe cambiata la storia della Cina se in quella giornata di fine Ottocento nelle campagne dello Hunan quella monaca avesse accettato di crescere quel bambino che una madre disperata e impaurita le aveva offerto. La donna aveva il terrore che dopo i primi due figli, morti piccolissimi, anche questo terzo, nato nel villaggio di Shaoshan il 26 dicembre del 1893 e che aveva chiamato Mao Zedong, non ce l’avrebbe fatta. La religiosa rifiutò di accogliere quel bimbo nel tempio: non era necessario offrirlo a Buddha perché sopravvivesse, quel pargolo stava benissimo e se la sarebbe cavata. Chissà come sarebbe cambiata la storia se quella monaca avesse accettato quel piccolo: molto probabilmente la Cina di oggi non esisterebbe.

Libri e saggi sul Grande Timoniere abbondano: dunque perché la necessità di un altro racconto su Mao? Perché quest’anno sono i cinquant’anni dalla morte. Perché ripercorrere la storia di quest’uomo significa ripercorrere la storia recente di questo immenso Paese. Perché se si vuole capire la Cina diventata superpotenza di oggi, bisogna comprendere che cosa fu la Cina che Mao ha creato e come lo ha fatto: geniali intuizioni e atroci errori.

In Mao Zedong. L’uomo che ha inventato la Cina di oggi (Rizzoli), Sergio Basso da buon regista e sinologo - ha scritto e girato diversi documentari sulla vita di Mao per la Rai e per la televisione di Stato cinese - lo fa con una scrittura molto scorrevole, piacevolissima, un racconto che sembra quasi un film, appunto. Capitoli brevi, alcuni brevissimi: come una macchina da presa che si muove rapida da una scena all’altra, dove al protagonista Mao si alternano i paesaggi - come quelli della Lunga Marcia - i comprimari - come Zhou Enlai, che diventò il suo abilissimo premier, o l’ultima moglie, l’attrice Jiang Qing - e le grandi masse. Un racconto infarcito di aneddoti e testimonianze, ora divertenti ora terribili.

Sognare, lottare, cadere: i tre atti che Basso mette in scena. Il racconto di un uomo che si è inventato la rivoluzione insieme ad altri giovani sognatori come lui e che vincendola ha dato al Paese una nuova dinastia, quella comunista, che regna ancora oggi. Un uomo che a mezzo secolo dalla sua morte - il 9 settembre 1976 - è ancora venerato da più di qualcuno come un eroe, un dio. «La gente comune pensa ancora che sia stato il miglior imperatore che abbiano mai avuto», come dice nel libro Andrew Walder, professore di Sociologia a Stanford.

Ha unificato il Paese, ha combattuto gli invasori giapponesi, ha fatto nascere la Nuova Cina - la Repubblica Popolare proclamata da Tiananmen il 1° ottobre 1949 - ha avviato importanti riforme. Ma ha pure portato avanti strategie economiche disastrose come il Grande Balzo in Avanti - una delle peggiori carestie della storia - ha purgato senza pietà chi osava contraddirlo, ha scatenato quel delirio collettivo durato dieci anni che va sotto il nome di Rivoluzione culturale: che finisce con la morte di Mao, ma i cui segni rimangono.

«E quindi chi è Mao? Il salvatore della nazione o il suo spietato dittatore?», si chiede Basso. Una risposta diretta, semplice, non c’è. Un mosaico contraddittorio. Come afferma la scrittrice cinese Zhang Lijia, «se si vuole capire la Cina, bisogna capire Mao. Per alcuni un eroe rivoluzionario, per altri un mostro».

L’odio per il padre in gioventù, le moltissime letture ma uno studio irregolare, le sue donne, la rivalità con il generalissimo nazionalista Chiang Kai-shek, l’epopea della Lunga Marcia, l’idea di lotta di classe perenne, i nemici a volte inventati e le purghe per mantenere il potere, il culto del capo (lui, divenuto guofu, “padre della nazione”), la collaborazione con Mosca ma pure i forti sospetti verso l’Unione Sovietica, la battaglia ideologica all’imperialismo statunitense ma pure il riavvicinamento strategico all’America negli ultimi anni della sua vita: con la diplomazia del ping pong prima e poi con il presidente Nixon in visita storica a Pechino nel 1972.

Un triangolo di amore-odio tra Cina, Usa e Russia che valeva ieri e vale oggi. Un libro che si legge come si guarda un film.

Il libro – Mao Zedong di Sergio Basso (Rizzoli, pagg. 368, euro 14)

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