«Ci sono 196 paesi nel mondo, e io ne ho visitati più di cento. Riflettendo sulla varietà geografica della Terra, mi sento di affermare con certezza che l’Italia è un Paese davvero magnifico, uno dei più belli del pianeta sotto vari aspetti. La sua cultura, la sua gente, i successi in settori industriali di nicchia e gran prestigio, il fatto che la sua storia sia ancora viva e pulsante: non esiste un’altra nazione come questa».
Alec Ross non è solo un americano in Italia. È la personificazione di quanti si chiedono: ma com’è possibile che con un tale potenziale, non esista un “sogno italiano”? Anzi, che ancora oggi, «a oltre un secolo da quando i miei bisnonni sbarcarono a Ellis Island provenienti dalle montagne abruzzesi, l’unico sogno di cui si continua a parlare sia quello americano e Biografilm festival Bolognatantissimi giovani fra i più dotati non abbiano altra aspirazione che andare a lavorare a Wall Street o in Silicon Valley?». Cinquantaquattro anni, nato in West Virginia, R…
«Ci sono 196 paesi nel mondo, e io ne ho visitati più di cento. Riflettendo sulla varietà geografica della Terra, mi sento di affermare con certezza che l’Italia è un Paese davvero magnifico, uno dei più belli del pianeta sotto vari aspetti. La sua cultura, la sua gente, i successi in settori industriali di nicchia e gran prestigio, il fatto che la sua storia sia ancora viva e pulsante: non esiste un’altra nazione come questa».
Alec Ross non è solo un americano in Italia. È la personificazione di quanti si chiedono: ma com’è possibile che con un tale potenziale, non esista un “sogno italiano”? Anzi, che ancora oggi, «a oltre un secolo da quando i miei bisnonni sbarcarono a Ellis Island provenienti dalle montagne abruzzesi, l’unico sogno di cui si continua a parlare sia quello americano e Biografilm festival Bolognatantissimi giovani fra i più dotati non abbiano altra aspirazione che andare a lavorare a Wall Street o in Silicon Valley?». Cinquantaquattro anni, nato in West Virginia, Ross vive da sempre fra i due continenti: responsabile della politica tecnologica che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008, poi a lungo consigliere per l’innovazione nel Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton, da sei anni insegna analisi geopolitica e geoeconomica alla Bologna Business School, «dove mi sento veramente a casa mia». Ora ha raccontato la sua esperienza nel saggioIl sogno italiano (Feltrinelli). Sottotitolo molto esplicativo: “Riprendersi il futuro”.
Una prima risposta ai suoi interrogativi sembra semplice: esiste ancora un “sogno americano” perché in America si guadagna molto di più.
«E invece la risposta è molto più articolata. Si guadagna di più, è vero, ma la differenza non è così abissale per un semplice motivo: in America si guarda al merito di una persona, non alla sua età né tantomeno al lignaggio. La madre di Steve Jobs era una studentessa che aveva dato il suo bambino, avuto da un immigrato siriano, in adozione subito dopo la nascita. Lo stesso Obama era figlio di una donna bianca che era rimasta incinta a diciotto anni di uno studente africano durante uno scambio culturale. Poi non si guarda all’età: mio figlio a 23 anni ricopre già ruoli di responsabilità in un fondo d’investimento. In Italia a quell’età ti prendono a fare uno stage non pagato e passi il giorno a fare fotocopie. Se non hai trenta o quarant’anni non vieni preso in considerazione».
E il fatto che si è a diretto contatto con chi l’innovazione la produce veramente?
«Anche qui: guardate che in Europa ci sono fior di tecnici che non hanno niente da invidiare a nessuno, senza voler andare indietro fino a Leonardo da Vinci. La medicina europea, e italiana in particolare, è del massimo livello, e così la tecnica e l’ingegneria. La differenza la fa il concetto di fare squadra: anche se divisi spesso da acerrime faide, i boss tecnologici o finanziari statunitensi sanno di far parte di una formazione forte decisa a continuare a giocare in serie A, l’Italia è come se si fosse rassegnata a giocare in serie B».
E la disponibilità di fondi?
«Ecco un altro equivoco da chiarire: in Italia, più ancora che nel resto d’Europa, c’è una gran massa di risparmio privato. Ci darà pure sicurezza ma se non viene messo almeno in parte in gioco come capitale di rischio, è una preziosissima risorse sprecata».
Insomma non c’è motivo perché non debba esistere un sogno italiano?
«Il sogno italiano è la convinzione che l’Italia possa riprendersi il futuro costruendo un modello di crescita e rinnovamento radicato non nell’imitazione dell’America o di altri Paesi, ma nei propri valori: bellezza, comunità, creatività, innovazione, qualità della vita, e un rinnovato senso di fiducia collettiva. Un intellettuale di spicco una volta mi ha detto: “L’Italia è già un sogno, per la cultura, la bellezza e l’allegria della gente”.
Allo stesso tempo ha aggiunto: “L’unica cosa che deprime questo Paese è non avere un sogno”. Nonostante la ricerca italiana sia tra le migliori al mondo, l’Italia non figura tra i primi quindici Paesi europei per la spesa in ricerca e sviluppo come percentuale del Pil. Il livello di investimento è inferiore all’1 per cento e si avvicina di più a quello di Ungheria, Slovacchia e Croazia che a quello di Francia, Germania o dei paesi scandinavi e del Benelux».
C’è tempo per colmare il gap?
«Certo, e guardate che le famose riforme strutturali sono a portata di mano: a differenza di Cina e Stati Uniti, dove il venture capital alimenta l’innovazione a lungo termine, per esempio, le imprese italiane sono ostacolate da burocrazia eccessiva, tasse elevate e scarsi incentivi finanziari a correre rischi sostenuti da capitale in fase iniziale».
Però non è andata sempre così, pensiamo allo slancio del dopoguerra: l’Autostrada del Sole fu costruita in otto anni e inaugurata nel 1964, dopo aver attraversato valli impervie e canaloni paurosi.
«Appunto: non si capisce cosa sia successo da allora ad oggi. L’incapacità della classe politica non basta a spiegarlo, né dettagli tecnici come il fatto che il capo di un’azienda pubblica ha a disposizione un mandato di soli tre anni. Eppure un sogno nazionale è fondamentale: collega le lotte individuali a uno scopo collettivo, trasformando il lavoro quotidiano in costruzione della nazione. Il sogno di un Paese rappresentato in primo luogo dai giovani che quel sogno lo respirano crescendo e poi lo mettono in pratica. E quel sogno giustifica l’impegno, il lavoro, la fatica e il voler superare gli ostacoli. Per questo bisogna valorizzare i giovani. Se non altro perché ciò permetterebbe la ripresa della crescita. Intendiamoci: parlavamo di bassi stipendi ma l’unico modo perché gli stipendi si alzino sta nella crescita economica».
Il libro – The Italian Dream di Alec Ross (Feltrinelli, pagg. 192, euro 18). Alec Ross (nella foto) presenta il nuovo libro il 26 maggio alle ore 18 alla Bologna Business School di Bologna con Beppe Severgnini Introduce Max Bergam