«I nostri amori sono cambiali firmate al dolore, e bisogna pagarle: e tanto è più grande l’amore tanto più grande il dolore», scrive Benedetto Croce a un’amica di gioventù che aveva perso la madre. La vita non ci appartiene, anche se dobbiamo viverla con impegno e concentrazione. Ma non chiusi in noi stessi, in una cieca “brama” di riconoscimento. Che presto inaridisce, lasciandoci «vuoti e spossati». Perché solo «perderci negli altri e nelle cose» può restituirci il senso profondo dell’esistenza. Sono queste parole – «perderci negli altri e nelle cose» – a dare il titolo alla scelta di lettere crociane, in uscita da Adelphi, per la cura di Emanuele Cutinelli-Rendina, uno dei maggiori studiosi del filosofo. In un’altra lettera Croce aggiunge che, se non si avesse un continuo riferimento a ciò che ci oltrepassa, si mancherebbe il fulcro della vita. Quel riferimento ci attira verso cose e persone care, ma insieme ci ricorda che dovremo, prima o poi, distaccarcene. Solo questo ci è conce…
«I nostri amori sono cambiali firmate al dolore, e bisogna pagarle: e tanto è più grande l’amore tanto più grande il dolore», scrive Benedetto Croce a un’amica di gioventù che aveva perso la madre. La vita non ci appartiene, anche se dobbiamo viverla con impegno e concentrazione. Ma non chiusi in noi stessi, in una cieca “brama” di riconoscimento. Che presto inaridisce, lasciandoci «vuoti e spossati». Perché solo «perderci negli altri e nelle cose» può restituirci il senso profondo dell’esistenza. Sono queste parole – «perderci negli altri e nelle cose» – a dare il titolo alla scelta di lettere crociane, in uscita da Adelphi, per la cura di Emanuele Cutinelli-Rendina, uno dei maggiori studiosi del filosofo. In un’altra lettera Croce aggiunge che, se non si avesse un continuo riferimento a ciò che ci oltrepassa, si mancherebbe il fulcro della vita. Quel riferimento ci attira verso cose e persone care, ma insieme ci ricorda che dovremo, prima o poi, distaccarcene. Solo questo ci è concesso: «una pace che è insieme anche guerra e che è sempre venata dal dolore».
Basterebbero queste espressioni a restituire l’intensità di un percorso epistolare che si snoda per quasi un settantennio, in una trama stesa sulla vita privata e pubblica di Croce, ma che offre uno spaccato dell’intera storia italiana primonovecentesca. Scelte tra molte migliaia di lettere, quelle pubblicate da Cutinelli-Rendina costituiscono un frammento esemplare di una prosa sobria ed efficacissima. Ma anche della propensione del filosofo a dialogare con chiunque lo interrogasse. Non solo con i maggiori nomi della cultura e della politica europea – da Mann e Einstein, da Einaudi a Parri, da Marinetti a Togliatti – e con i familiari più stretti, l’amata moglie Adele Rossi e la figlia Elena. Ma anche con persone comuni che lo interrogano su questioni generali o quotidiane, come Natalia Ginzburg tredicenne o Federica Maroni, un’ebrea piemontese che gli aveva scritto delle leggi razziali del ’38, provocando la risposta nettissima del filosofo, che si vergogna dell’Italia «per l’assurdo concetto di razza».
Scorrono, in queste lettere, come fotogrammi ancora vividi, momenti diversi della storia italiana, filtrati dalla sensibilità accesa del filosofo impegnato a fondo nella costruzione della propria opera – l’unico conforto rispetto al fascismo montante e alle tragedie della guerra: «Il lavoro, invece di stancarmi, mi fa bene», scrive del 1939, aiutandolo a contrastare le “immagini nere” che affollano le sue notti insonni. E poi il bombardamento di Napoli del 1942. I danni, le vittime, il timore di vedere dispersa la sua biblioteca. E come se nella storia d’Italia e d’Europa si fosse aperto uno squarcio in cui tutto, passione e intelligenza, memorie e speranze, rischia di essere risucchiato. Il rapporto con Gentile è il sismografo di questa discesa agli inferi. Il mutamento del tono delle lettere all’amico misura una crescente distanza, prima filosofica – alla mistica metafisica del filosofo ormaiinterno al fascismo risponde la concezione laica di Croce. Poi politica, in un crescendo di asprezza che arriva alla rottura dichiarata nella lettera del 24 ottobre 1924, dopo la quale i rapporti tra i due filosofi s’interrompono bruscamente, con un dispiacere profondo da parte di entrambi.
Ma già dagli anni precedenti le lettere crociane sono percorse da sentimenti alterni – di soddisfazione per i risultati raggiunti in un lavoro apprezzato nel mondo. Di attaccamento alla vita e alle persone amate. A partire dalla fidanzata, e poi moglie, cui il filosofo scrive parole appassionate, in cui dichiara l’amore che lo riscalda e insieme lo turba. Amore cui la vita non si riduce, ma che pure la percorre vivificandola. Fin da giovane il filosofo afferma di essere atterrito dall’amore, proprio per la tendenza a lasciarsene sopraffare. Quanto diverso appare, in questi momenti, Croce da quel filosofo olimpico di cui si è spesso favoleggiato con singolare incapacità a entrare in sintonia con una sensibilità complessa e tutt’altro che priva di contraddizioni. Del resto con l’incomprensione – in particolare della generazione più giovane, presto attratta dall’irrazionalismo e dall’estremismo – il filosofo si era scontrato già dapprima, pur consapevole che il tempo avrebbe ristabilito le distanze e misurato i valori autentici.
Croce è sempre stato consapevole delle sue straordinarie potenzialità di lavoro, fatte di determinazione ferrea e tensione sorvegliatissima. Ma anche delle sue fragilità e dei suoi limiti. Una consapevolezza che lo porta talvolta a prendere le distanze da sé come quando, contro coloro che lo accusano di volere imporre un’egemonia nel panorama culturale italiano, dichiara di sentirsi meno crociano dei crociani. O di essere, più che un vero pittore, un maestro di disegno che offre modelli anziché dipingere capolavori. Una reticenza che torna anche nella vicenda pubblica, allorché, ormai avanti negli anni, rifiuta la carica di presidente della Repubblica offertagli dai socialisti. Perfino l’elaborazione del proprio sistema filosofico, cui pure dedica l’intera vita, è per lui problematica e sofferta. Tanto che, nel tempo, più che la compiutezza dell’edificio, colpiscono il lettore contemporaneo gli scarti e le fratture che si aprono al suo interno, come incrinature di una vita sempre cosciente dell’estremo limite verso cui procede.
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Il libro – Perdersi negli altri e nelle cose di Benedetto Croce (Adelphi, pagg. 214, euro 14). Esce il 2 giugno