Edgar Morin, ritratto del filosofo della complessità dalle molte vite
dalla nostra corrispondente Anais GinoriParigi – «La speranza non è una probabilità, è una possibilità», aveva detto in una delle sue ultime interviste, con quella voce ancora vigile che sembrava voler tenere insieme il tragico e la salvezza. Edgar Morin è morto a 104 anni, lasciando un’opera immensa e irregolare, attraversata dall’ossessione di capire l’uomo senza separarlo dal mondo e dalla Storia. Aveva da poco pubblicato il suo primo romanzo, L’anno ha perso la sua primavera, scritto nel 1946 e rimasto inedito per quasi ottant’anni. Una lunga attesa dovuta a un doppio pudore: il passaggio a una forma puramente narrativa e i tanti riferimenti autobiografici. Il libro è un romanzo di formazione e di elaborazione del lutto che riporta alla luce la perdita della madre, Luna, quando Morin aveva dieci anni: «La mia Hiroshima», come l’aveva definita, una ferita che ha continuato a irradiare tutta la sua opera.
Parigi – «La speranza non è una probabilità, è una possibilità», aveva detto in una delle sue ultime interviste, con quella voce ancora vigile che sembrava voler tenere insieme il tragico e la salvezza. Edgar Morin è morto a 104 anni, lasciando un’opera immensa e irregolare, attraversata dall’ossessione di capire l’uomo senza separarlo dal mondo e dalla Storia. Aveva da poco pubblicato il suo primo romanzo, L’anno ha perso la sua primavera, scritto nel 1946 e rimasto inedito per quasi ottant’anni. Una lunga attesa dovuta a un doppio pudore: il passaggio a una forma puramente narrativa e i tanti riferimenti autobiografici. Il libro è un romanzo di formazione e di elaborazione del lutto che riporta alla luce la perdita della madre, Luna, quando Morin aveva dieci anni: «La mia Hiroshima», come l’aveva definita, una ferita che ha continuato a irradiare tutta la sua opera.
Nato Edgar Nahoum l’8 luglio 1921 a Parigi, in una famiglia ebrea sefardita originaria di Salonicco, durante la guerra entra nella Resistenza e sceglie il nome Morin, ispirandosi a un personaggio de L’Espoir di André Malraux. Quel nome di clandestinità diventerà il suo per sempre. Comunista “di guerra”, come amava precisare, lascerà poi il partito dopo le epurazioni e lo stalinismo. Nel 1959 pubblica Autocritique, racconto della sua rottura con il Pcf e dei propri accecamenti ideologici. Aveva continuato a polemizzare con tanti leader della sinistra francese, da Maurice Thorez a François Mitterrand.
Sociologo, filosofo, antropologo, resistente, giornalista, Morin ha sempre rifiutato la frammentazione della conoscenza. La sua opera maggiore, La Méthode, costruita in sei volumi tra il 1977 e il 2006, è stata il grande laboratorio della pensée complexe, il pensiero complesso. Morin ha ripreso la tradizione enciclopedica per collegare ciò che le discipline separano, per far emergere l’interdipendenza. «Più conosciamo l’umano, meno lo comprendiamo», scriveva. È stato tra i pionieri della sociologia del presente. Si è occupato di cinema, cultura di massa, giovani, tecnologia, campagne, ecologia, antisemitismo.
Con La Rumeur d’Orléans, nel 1969, aveva analizzato una psicosi collettiva antisemita. Con Terre-Patrie, nel 1992, aveva anticipato l’urgenza ecologica e planetaria. NeLa mia Parigi, i miei ricordi raccontava la trasformazione del quartiere popolare di Ménilmontant, dove era cresciuto, fino all’intellettuale Montparnasse, passando per le feste di Saint-Germain-des-Présin compagnia di Marguerite Duras, il Marais medievale non ancora gentrificato, place d’Italie con i suoi grattacieli in costruzione.
Nei tanti incontri che accompagnavano le uscite dei suoi libri, Morin dava appuntamento a indirizzi sempre diversi, tra cui gli uffici del Cnrs, con un asino di cartapesta riportato dai suoi viaggi in America Latina, dove aveva vissuto gli anni Settanta con la modella canadese Johanne Harelle. Un altro asino, vero, gli era stato regalato in Marocco dove passava sempre più tempo insieme alla moglie Sabah. Due anni fa l’avevamo incontrato in un grande appartamento sopra alla brasserie Lipp, ospite di amici. Ci aveva ricevuti con una sfavillante camicia a fiori arancioni, seduto al computer, con lo sguardo curioso di sempre.
Osservava con inquietudine il ritorno degli estremismi, dei populismi, delle chiusure identitarie. «Viviamo un’epoca pericolosa», diceva, ma sottolineava che la globalizzazione aveva creato per la prima volta una “comunità di destino” dell’umanità. La coscienza di questa interdipendenza, aggiungeva, restava debole, soffocata da nazioni, religioni, etnie. «Solo un umanesimo rigenerato può salvarci». Forse il futuro di una sinistra e di un progressismo in cui non ha mai smesso di credere.
Alla domanda se fosse ottimista o pessimista, rispondeva «optipessimista». «Il probabile è molto inquietante, ma accade talvolta che un evento inatteso si produca e ci salvi. Non bisogna mai cedere alla disperazione. La speranza non è una probabilità, è una possibilità». Fino alla fine ha continuato a leggere, scrivere, rispondere ai messaggi, pubblicare riflessioni. Qualche settimana fa era atteso all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi per i cinquant’anni del premio Nonino, che aveva ricevuto nel 2004. «Mi mancheranno le sue videotelefonate che arrivavano nei momenti più diversi, dal Marocco o da Parigi», ricorda Antonella Nonino, invitata insieme alla madre Giannola anche al suo centesimo compleanno festeggiato all’Eliseo.
«Soldato della Resistenza, militante e uomo libero, scrittore e pensatore del secolo, difensore della natura e dei popoli, Edgar Morin era l’umanesimo incarnato», ha scritto Emmanuel Macron, rendendo omaggio a «l’uomo-secolo». La ministra della Cultura Catherine Pégard lo ha definito «un instancabile combattente per la libertà, che considerava una necessità vitale». Anche l’ex presidente François Hollande, con il quale Morin aveva pubblicato nel 2012 il libro a due voci Dialogo sulla politica, la sinistra e la crisi, ha salutato «un uomo che ha vissuto il secolo illuminandolo».
Gli omaggi sono arrivati numerosi anche dall’Italia, Paese con il quale Morin aveva costruito nel tempo un legame speciale attraverso editori, università, premi e amicizie intellettuali. Tradotto da numerose case editrici italiane e particolarmente legato al catalogo di Raffaello Cortina, era diventato negli anni una delle voci francesi più ascoltate nel dibattito culturale italiano. «Con la scomparsa di Edgar Morin il mondo perde uno dei grandi pensatori del nostro tempo, un intellettuale che ha saputo attraversare un secolo di storia mantenendo sempre uno sguardo lucido, aggiornato e profondamente umano» è stato il commento del ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
Morin nel 1975
Morin guardava all’età come qualcosa di impalpabile e non sembrava mai angosciato. «La morte mi ha sempre accompagnato» raccontava Morin. La madre aveva tentato di abortire, poi era sfuggito a un agguato durante la Resistenza, ai bombardamenti della guerra, e nel tempo aveva imparato a elaborare il dolore per la perdita degli amici più cari. Il suo primo saggio di antropologia, pubblicato nel 1951, s’intitolavaL’Homme et la Mort. In quel testo approfondiva il potere della resilienza, una parola che allora non era ancora diffusa e che oggi resta come una delle sue tante eredità intellettuali.