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Susan Choi: “Svegliatevi il sogno americano non è mai esistito”

Un manifesto coreano di liberazione del 1945 (Photo by: Universal History Archive/Universal Images Group via Getty Images)

 

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Nel suo romanzo l’autrice di origine coreana fa i conti con le sue radici. E con un padre che non ha mai voluto insegnarle la propria lingua
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ROMA – C’è un messaggio struggente e universale nel nuovo bellissimo romanzo di Susan Choi, Flashlight, finalista al Booker Prize 2025 e candidato al National Book Award. Suona più o meno così: tutte le famiglie sono infelici a modo loro, ma a un certo punto si può fare pace con le proprie radici. Ma ce n’è anche un altro non meno importante: non esiste un libro che non sia politico. Ed è per questo che sedute per quasi due ore nei pressi di piazza Barberini a Roma, nella sede di Mondadori che la pubblica in Italia, con Choi parleremo di libertà compressa, democrazia in pericolo e nuovi autoritarismi: senza mai citare Donald Trump.

Choi è una elegantissima signora di 57 anni, avida lettrice di autori e autrici capitali come Dickens, Woolf, George Eliot. Nata in Indiana da padre coreano e madre ebrea russa, vive a Brooklyn e insegna scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimora. Nel romanzo esplora la st…

ROMA – C’è un messaggio struggente e universale nel nuovo bellissimo romanzo di Susan Choi, Flashlight, finalista al Booker Prize 2025 e candidato al National Book Award. Suona più o meno così: tutte le famiglie sono infelici a modo loro, ma a un certo punto si può fare pace con le proprie radici. Ma ce n’è anche un altro non meno importante: non esiste un libro che non sia politico. Ed è per questo che sedute per quasi due ore nei pressi di piazza Barberini a Roma, nella sede di Mondadori che la pubblica in Italia, con Choi parleremo di libertà compressa, democrazia in pericolo e nuovi autoritarismi: senza mai citare Donald Trump.

Choi è una elegantissima signora di 57 anni, avida lettrice di autori e autrici capitali come Dickens, Woolf, George Eliot. Nata in Indiana da padre coreano e madre ebrea russa, vive a Brooklyn e insegna scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimora. Nel romanzo esplora la storia – a tratti terribile – che lega gli Stati Uniti, il Giappone e le due Coree. Il padre di Choi, al quale l’autrice ha dedicato il suo primo libro, The Foreign Student, inedito in Italia, emigrò in America scappando dalla guerra di Corea. Serk, il protagonista di Flashlight un po’ lo ricorda. Ma nell’opera che intreccia più punti di vista e attraversa un lungo arco temporale, la voce che più rimane impressa è quella di Louisa che ha dieci anni quando viene ritrovata viva, ma priva di sensi, su una spiaggia giapponese dov’era andata a passeggiare con il papà Serk che tutti credono sia annegato: l’incipit del romanzo. La terza protagonista è la madre, e moglie di Serk, Anne.

“Flashlight” significa torcia: che cosa illumina nella storia che ha scritto?

«La torcia fa luce in modo disomogeneo: illumina delle cose, ma allo stesso tempo ne getta altre in un’oscurità ancora più profonda. È stata la mia editor ad accorgersi che l’oggetto che compare più volte era una potente metafora, io non me ne ero resa conto mentre scrivevo».

La forza del suo romanzo è nell’intrecciare le “piccole” storie dei protagonisti con la grande Storia.

«Volevo scrivere l’epopea di una famiglia che viene toccata in modo devastante da eventi politici e forze che le sono del tutto estranee. In questo caso le azioni illecite di dittatori e autocrati, la colonizzazione della Corea da parte del Giappone, ma anche quello che è accaduto alla fine della Seconda guerra mondiale: il Giappone perde la Corea come colonia e per molte persone il destino è di essere rimpatriate, trattate come merci».

Non le sembra che la torcia attraverso il suo romanzo illumini in qualche modo il nostro presente?

«Mentre scrivevo, temevo che gli americani avrebbero faticato a identificarsi con eventi così tumultuosi accaduti in altre parti del mondo. Ma adesso, a distanza di un po’ di anni, le cose sono cambiate: credo che anche gli Usa inizino a capire che siamo un po’ tutti ostaggio di eventi politici che non possiamo controllare».

“Flashlight” è un romanzo sull’identità?

«Mi ritrovo sempre a scrivere di questo. Tutto nasce dall’interesse per la storia di mio padre, un coreano in una Corea colonia giapponese che rispondeva a un nome giapponese, studiava in giapponese e cantava canzoni giapponesi. Indagando sulla sua vita è nato il personaggio di Serk, un coreano nato in Giappone. E ho scoperto molte altre cose, alcune terribili, che ho voluto raccontare».

A tratti il libro sembra un reportage: è, anche, un inno alla democrazia?

«Assolutamente: è un modo per ricordarci quanto sia importante e anche fragile ed è un campanellino d’allarme estremamente tempestivo e urgente. Le persone negli Stati Uniti, soprattutto quelle che fanno particolare attenzione a cosa sta succedendo nel mondo, sono paralizzate dal vedere la nostra società civile ormai distrutta e quasi a brandelli. Per mio padre gli Usa sono sempre stati una terra di libertà, di democrazia: non riesco a immaginare cosa penserebbe in questo momento».

Il sogno americano di tanti emigrati, compreso suo padre, è stato tradito?

«Non vorrei sembrare cinica: ma quanto ha pesato nell’idea che abbiamo degli Usa lo storytelling della nazione accogliente? Quanto era sincero questo sentimento in un Paese responsabile del genocidio di moltissimi indigeni, che ha schiavizzato popolazioni intere e oggi chiude le frontiere? Certo, anche io credo nel sogno americano al quale mio padre era devoto, ma penso che ci sia una componente mitologica che stride con la realtà».

Scrivere è un atto politico?

«Sempre, anche quando lo scrittore non vuole intenzionalmente essere politico. Attualmente non so dire se negli Stati Uniti ci sia questa consapevolezza dell’intenzionalità della scrittura come atto politico, ma sicuramente stanno accadendo delle cose in relazione alla libertà di espressione che ritenevamo impensabili anche solo fino a cinque anni fa. Penso alla censura di alcuni titoli o alla fatica che devono fare gli autori per pubblicare testi portatori di punti di vista che creano un certo nervosismo».

La Corea vive da qualche anno una stagione d’oro: il Nobel alla scrittrice Han Kang, l’Oscar a “Parasite”. Ma anche il K-Pop che piace ai più giovani. Come vive questa popolarità planetaria?

«Sono abbastanza vecchia da poter percepire che questo è un cambiamento epocale per la Corea del Sud. Lo trovo gratificante: da piccola provavo un senso quasi di vergogna. Nessuno sapeva dove fosse la Corea e questo mi faceva sentire un po’ strana. Adesso invece è fico, fa cool. Mio padre non ha voluto che imparassi il coreano e neppure il giapponese: credeva nell’assimilazione. Voleva che fossi e mi sentissi americana. Forse anche per questo sto cercando di recuperare le mie radici attraverso la narrativa».

Il finale del libro commuove anche i cuori più duri. Possiamo tutti fare pace con il nostro passato?

«Quando ho iniziato a scrivere ho sentito che probabilmente il finale sarebbe stato un po’ troppo triste, commovente, ma allo stesso tempo carico di gioia». Una torcia che illumina quello che il cuore può finalmente vedere.

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