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Post-democrazia, quando la libertà cancella se stessa

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Lo studioso che ora pubblica un saggio sulla necessità della politica racconta qui il paradosso da cui sono nati sovranismi e populismi. E dato origine al nuovo, poco rassicurante scenario internazionale
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In quanto libero dal passato l’uomo postdemocratico è libero anche dal futuro: l’ideologia del progresso non è più operante, e il dinamismo che la sorreggeva si è trasformato in stagnazione immaginativa, in eterno presente. Il pensiero di un mondo nuovo, più umano, è stato sostituito (per esempio da Raymond Kurzweil o da Marc Andreessen) dalle fantasie del transumanesimo tecno-titanista, dalla gigantografia di un superuomo ibridato con supermacchine che ha il sapore dell’evasione, della fantasticheria, e che in realtà non fa altro che ribadire acriticamente l’ineluttabilità del presente estendendola al futuro.

Una trasformazione che coinvolge tanto la necessità della politica quanto gli spazi di libertà che la modernità aveva ricavato nella liberaldemocrazia. Si può dire, in sintesi, che la postdemocrazia sostituisce il nesso democratico (apertamente politico) tra unità e pluralità, tra sicurezza e conflitto, tra forma e dinamismo, con il nesso (presunto non politico, ma in realtà in…

In quanto libero dal passato l’uomo postdemocratico è libero anche dal futuro: l’ideologia del progresso non è più operante, e il dinamismo che la sorreggeva si è trasformato in stagnazione immaginativa, in eterno presente. Il pensiero di un mondo nuovo, più umano, è stato sostituito (per esempio da Raymond Kurzweil o da Marc Andreessen) dalle fantasie del transumanesimo tecno-titanista, dalla gigantografia di un superuomo ibridato con supermacchine che ha il sapore dell’evasione, della fantasticheria, e che in realtà non fa altro che ribadire acriticamente l’ineluttabilità del presente estendendola al futuro.

Una trasformazione che coinvolge tanto la necessità della politica quanto gli spazi di libertà che la modernità aveva ricavato nella liberaldemocrazia. Si può dire, in sintesi, che la postdemocrazia sostituisce il nesso democratico (apertamente politico) tra unità e pluralità, tra sicurezza e conflitto, tra forma e dinamismo, con il nesso (presunto non politico, ma in realtà indirettamente politico) tra mercato e rischio. E l’accento cade molto più sul rischio che sulla sicurezza, più sulla contingenza che sull’ordine.

Se il neoliberismo è uno sviluppo del liberalismo classico per quanto riguarda l’incomprimibilità da parte della politica delle logiche individualistiche proprietarie, nondimeno qui non solo la politica in forma istituzionale ma anche il soggetto, le sue libertà e la sua stessa consistenza ontologica, sono messi a repentaglio per il prevalere di poteri economici di fatto, di oligarchie incontrollate. Ovvero, la compressione della politica istituzionale come arche non elimina il potere comekratos (cioè come dominio, ndr) ma lo lascia sussistere come dominio indiretto di nuove oligarchie.

Il liberalismo finisce così per promuovere l’illibertà, la società aperta si chiude in logiche di coazione. La sovrapposizione evolutiva e civile fra economia e politica, teorizzata da Adam Smith, ha sconfitto il costruttivismo razionalistico, ma si è trasformata in sopraffazione della prima sulla seconda. Di fatto non c’è più economia politica, né politica economica, sostituite dalla postura ancillare di ciò che resta della politica istituzionale e dal ruolo politico indiretto assunto dall’economia; né questa, impostata soltanto sulla dimensione individualistica e privatistica, è in grado di ristabilire un legame sociale consistente.

Tutto ciò viene proposto come “naturale” e quindi la sua gestione viene presentata come “tecnica”, come meramente strumentale, rispettosa di coazioni oggettive, insuperabili – il che significa che è impossibile fermare o correggere il dinamismo del mercato e l’accumulazione diseguale dei profitti e che quindi il neoliberismo non esprime libertà ma coazione (ovvero there is no alternative) – mentre è ovvio che questi assetti di potere (e i governi tecnici che li difendono) sono intrinsecamente politici.

L’idea neoliberista dogmatica che l’agire umano non possa modificare lo stato delle cose, e particolarmente la politica, è anche alla base tanto del crollo generalizzato della partecipazione elettorale quanto della furiosa protesta sociale scatenata dalla crisi del 2008, quando l’ultima libertà, quella dell’imprenditorialità individuale in grado di rendere tutti partecipi del crescente benessere, si è rivelata un’illusione, travolta da dinamiche macroeconomiche trascendenti le capacità di controllo dei singoli cittadini.

In pratica, le promesse del neoliberismo non trovano più credito. Quella protesta, che ha preso il nome di “populismo” e che si nutre della rabbia contro le istituzioni democratiche di cui si scopre l’impotenza, non va però oltre l’individualismo istillato dal neoliberismo (nessuna comunità si forma nella società disgregata) e lo interpreta rivolgendolo contro la politica in generale, venendo così a costituire l’ultima figura della “libertà dalla politica”. Una libertà ancora una volta impossibile, come è dimostrato dalla subalternità dei populismi al paradigma economico neoliberista, ancorché in crisi – del quale condividono la diffidenza per lo Stato, per la dimensione pubblica, per le forme miste dell’economia –, e dal loro scivolamento verso il “populismo autoritario”, ovvero verso sovranismi, cioè verso un ritorno della politica in chiave aggressiva e punitiva nei confronti di capri espiatori di diversa qualità: la “casta”, le élite, la cultura woke, il pensiero mainstream (liberal), i migranti (...).

Dagli inizi del secondo decennio del XXI secolo due fenomeni concomitanti hanno modificato il quadro internazionale: da una parte la difficoltà oggettiva del neoliberismo (la crisi dei mutui subprime negli Usa e la crisi dei debiti sovrani in Europa) che ha colpito le economie occidentali generando una forte delegittimazione del sistema economico e politico; mentre dall’altra proprio grazie alla globalizzazione parecchie realtà politiche sono emerse, potenziate e arricchite – Cina, India, Russia, Brasile, Indonesia e altre ancora – così che il quadro internazionale è divenuto di fatto pluralistico, e hanno ripreso forza e vigore le logiche della geopolitica, che affiancano ormai, non senza tensioni reciproche, quelle economiche.

Dal Due all’Uno al Tre (almeno): questo, in sintesi, il passaggio delle logiche politiche internazionali dal 1945 a oggi. Il nuovo pluralismo implica una postura revisionista della Russia, che cerca di porre rimedio alla sconfitta subita nella Guerra fredda; una posizione sempre più centrale ed egemonica della Cina in Asia e in Africa (con forti proiezioni verso l’Europa); un generale spostamento del potere economico e politico mondiale verso Est; e una reazione di timore e incredulità da parte degli Stati Uniti che percepiscono il proprio declino relativo come una inconcepibile smentita del proprio “destino manifesto”, del proprio eccezionalismo universalistico. Con la conseguente tentazione, a cui stanno cedendo, di recuperare rango e potere correndo precipitosamente ai ripari, e ingaggiando confronti economici e militari ovunque si sentano minacciati, tanto nello spazio che si sono autoassegnati come “cortile di casa” grazie alla vecchia dottrina Monroe (1823) quanto nei punti caldi della loro sfera di potere, di alleanze e di inimicizie internazionali (particolarmente in Medio Oriente).

Queste dinamiche attive e reattive sono frizioni tra blocchi politico-economici di dimensioni continentali o subcontinentali, che cercano di prendere forma o di affermare un nuovo equilibrio pluralistico del mondo o di impedirlo per ripristinare la vecchia egemonia solitaria. Scontri armati, interventi diretti o indiretti nelle zone geopoliticamente calde o instabili non sono guerre fra imperi in atto ma sono sforzi e tentativi di arrivare a un nuovo compromesso fra imperi i cui confini, i cui ruoli e le cui gerarchie sono ancora in corso di definizione. Che avviene con la forza e la minaccia, non con il diritto.

Il libro

Necessità della politica di Carlo Galli (Raffaello Cortina, pagg. 256, euro 16)

Questo testo è tratto dal libro

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