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Tutto su una madre tornata dal passato. Il nuovo libro di Marco Franzoso

Particolare dalla copertina del libro di Marco Franzoso "La madre del mare" (Mondadori) 

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Le spiagge del boom, un trauma di famiglia a cui dare voce. In libreria per Mondadori
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Ha voluto che le raccontassi, che attraverso il racconto colmassi il tempo di quei quindici anni come si rattoppano gli strappi nei vecchi tessuti lasciati al sole. Come se davvero la vita potesse narrata così, con ordine, con un inizio chiaro, una linea tracciata, uno svolgimento preciso. E poi anche una fine, come se ce ne potesse essere davvero una definitiva, che dà senso a ogni cosa. Ci aveva lasciati bambini su quella spiaggia e ora voleva salvare ciò che si poteva salvare».

È già tutto qui il senso dell’ultimo, intenso romanzo di Marco Franzoso, La madre del mare (Mondadori). Il libro più autobiografico dello scrittore veneto, sicuramente il più sofferto, impegnativo, che lo ha costretto con fatica a lavorare sui ricordi. Sulle infinite estati al mare negli anni del boom economico (l’autore è nato nel 1965), sempre le stesse tappe, Bibione, la laguna di Marano, vacanze fatte di settimane identiche, anni identici. Fino a “quel giorno”. Perché è una storia che parte dalla sua in…

Ha voluto che le raccontassi, che attraverso il racconto colmassi il tempo di quei quindici anni come si rattoppano gli strappi nei vecchi tessuti lasciati al sole. Come se davvero la vita potesse narrata così, con ordine, con un inizio chiaro, una linea tracciata, uno svolgimento preciso. E poi anche una fine, come se ce ne potesse essere davvero una definitiva, che dà senso a ogni cosa. Ci aveva lasciati bambini su quella spiaggia e ora voleva salvare ciò che si poteva salvare».

È già tutto qui il senso dell’ultimo, intenso romanzo di Marco Franzoso, La madre del mare (Mondadori). Il libro più autobiografico dello scrittore veneto, sicuramente il più sofferto, impegnativo, che lo ha costretto con fatica a lavorare sui ricordi. Sulle infinite estati al mare negli anni del boom economico (l’autore è nato nel 1965), sempre le stesse tappe, Bibione, la laguna di Marano, vacanze fatte di settimane identiche, anni identici. Fino a “quel giorno”. Perché è una storia che parte dalla sua infanzia, da voci ascoltate a lungo, racconti ripetuti, deformati dal tempo e custoditi come si custodiscono le cose che non si vogliono perdere, come confessa lo scrittore stesso in una nota finale rivolgendosi a cuore aperto al lettore. E dove precisa: «Quello che è scritto qui è tutto vero, soprattutto quando sembra inventato. Non ho trovato altro modo che questo, perché il più delle volte la verità sa farsi strada solo passando attraverso una storia».

E allora vediamola qual è, questa storia. C’è una famiglia lacerata da una ferita antica, uno dei peggiori drammi possibili. Una madre che, come supremo atto d’amore, per proteggere da sé stessa i figli ancora bambini, sparisce. E dopo quindici anni all’improvviso ritorna. Con i figli che, ormai cresciuti, dopo essersi abituati all’assenza, devono imparare a fare i conti con questa presenza, ad affrontare silenzi densi come «nebbia sospesa in una stanza chiusa da anni», carichi di «parole che non era ancora il momento di dire». Come si fa a far tornare vivo qualcosa che ha dimenticato di esserlo stato? È una delle domande che il protagonista e voce narrante si pone quando, con una valigia leggera, i vestiti che profumavano di lavanda («se fossi stato cieco l’avrei riconosciuta dall’odore, il suo odore, sempre lo stesso di quando da bambino mi abbracciava»), lei gli si presenta alla porta con uno di quei suoi sorrisi indecifrabili.

E fa quasi tenerezza questa madre che, fragile nei gesti, incerta nelle parole eppure fermissima nella volontà di recuperare, ripristinare, decide di tornare quando nessuno ormai se lo aspetta più. Non il figlio, che però l’accoglie e prova a ricostruire con lei quello che si era perso. Non la figlia, Emma, che invece continua a condannare e da madre a sua volta non comprende le ragioni di un abbandono che ancora brucia sulla pelle. Fino a quando sullo sfondo del mare dove tutto era cominciato la frattura sembra potersi ricomporre. E il tempo tornare indietro. «Eccolo il tempo fermo che avevamo atteso e cercato da sempre. Perché non è vero che il tempo necessariamente scorre e fluisce via, alle volte basta volerlo e lo possiamo inceppare, bloccare, trattenere senza che ci sfugga come sabbia tra le dita».

E sono proprio le immagini legate al mare che danno il ritmo a una narrazione in cui il dramma, celato tra le pagine, a poco a poco viene svelato. Immagini potenti, ancora una volta cinematografiche, che candidano anche questo romanzo di Franzoso a una seconda vita sullo schermo. Come accaduto per i precedenti: Il bambino indaco, da cui è stato tratto il film di Saverio Costanzo Hungry Hearts, o L’innocente (opzionato da Netflix) e il più recente La lezione, thriller psicologico arrivato nelle sale a marzo scorso.

Ma questo non vuole essere un romanzo sul dramma, la perdita, il lutto, sia chiaro. Tutt’altro: è la storia di una famiglia dispersa, imperfetta, infelice a modo suo, che usa tutte le forze per tornare insieme. Ed è dunque un romanzo sulla memoria, sul perdono e sulla possibilità di riconciliarsi con ciò che siamo stati: l’autore non smette mai di ribadirlo. «Ho scavato in quello che ricordavo e in quello che avevo dimenticato apposta, perché anche a questo servono i romanzi: a recuperare ciò che hai sotterrato, e a capire finalmente perché lo avevi fatto».

Il libro – La madre del mare di Marco Franzoso (Mondadori, euro 19, pagg. 216)

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