Chissà se esiste un elenco degli scrittori di mezzo mondo (centinaia? migliaia?) che sono passati dalla casa bolognese di Romano e Piera Montroni, in via San Petronio Vecchio, negli ultimi cinquant’anni. Un piccolo portone tra i tanti sotto i portici di Bologna: ma così speciale. Dico casa, e non salotto, perché quel variopinto cumulo di libri, riviste, bottiglie, vassoi, pizzette, polpette, poltrone, sedie, posacenere negli anni in cui si fumava nelle case, e naturalmente persone più o meno accomodate, che a un certo punto come per miracolo trovavano posto, tutte assieme, al tavolone di legno chiaro in mezzo agli scaffali carichi di libri: era davvero l’opposto di un salotto letterario. Anche se di libri, di politica, di vita vissuta e di tutto quanto si può chiacchierare sentendosi in sella all’epoca, in quella casa c’è sempre stata abbondanza. Tanta quanta di tortellini e di altri capisaldi bolognesi.
Romano Montroni, morto ieri a 87 anni, maneggiava i libri, la letteratura, gli s…
Chissà se esiste un elenco degli scrittori di mezzo mondo (centinaia? migliaia?) che sono passati dalla casa bolognese di Romano e Piera Montroni, in via San Petronio Vecchio, negli ultimi cinquant’anni. Un piccolo portone tra i tanti sotto i portici di Bologna: ma così speciale. Dico casa, e non salotto, perché quel variopinto cumulo di libri, riviste, bottiglie, vassoi, pizzette, polpette, poltrone, sedie, posacenere negli anni in cui si fumava nelle case, e naturalmente persone più o meno accomodate, che a un certo punto come per miracolo trovavano posto, tutte assieme, al tavolone di legno chiaro in mezzo agli scaffali carichi di libri: era davvero l’opposto di un salotto letterario. Anche se di libri, di politica, di vita vissuta e di tutto quanto si può chiacchierare sentendosi in sella all’epoca, in quella casa c’è sempre stata abbondanza. Tanta quanta di tortellini e di altri capisaldi bolognesi.
Romano Montroni, morto ieri a 87 anni, maneggiava i libri, la letteratura, gli scrittori, gli intellettuali, con la dimestichezza che un falegname può avere con il legno, o un fornaio con i grani. Poteva essere Günter Grass o il più sconosciuto degli esordienti, Roberto Calasso o un cronista culturale che passava quasi per caso, per Montroni erano il suo lavoro, erano libri e gente che si occupava di libri. Persone da far parlare in una libreria, o in una sala pubblica, e poi da sistemare con le gambe sotto un tavolo. Amici, anche se solamente per una sera. La cultura per lui era qualcosa da frequentare fisicamente, e i libri qualcosa da toccare, da impilare, da mettere in ordine e da riordinare ancora, secondo quel misterioso talento che fa del libraio bravo anche un bibliotecario, un catalogatore, un archivista. Nonché un consigliere insostituibile per il lettore, o aspirante tale, che rischia di smarrirsi nel labirinto di parole – tante, certamente troppe - che vengono stampate e rilegate (i libri sono milioni e io sono uno solo, disse Troisi: non aveva incontrato Romano Montroni).
Questa sua capacità di non farsi sovrastare da una materia in grado di intimidire chiunque – se non i grandi eruditi, o i presuntuosi – gli era servita fino dai suoi primi passi. Se sapeva trasmetterla agli altri, la familiarità con i libri, era perché lui per primo aveva imparato a nuotare in mezzo a quell’oceano di titoli, quasi tutti sconosciuti, senza annegare. Figlio di un vigile urbano e di una casalinga, certo non un intellettuale né per formazione né per vocazione, si ritrovò, giovanissimo, aiuto-commesso alla libreria Rizzoli. In pratica, scaricatore di casse di libri, molto assistito da un fisico bestiale: molto alto, molto forte, pochi anni dopo lo si vedeva svettare, nella “sua” libreria per eccellenza, la Feltrinelli sotto le Due Torri, anche guardando da fuori, attraverso le vetrine. Romano non potevi non vederlo. Sventolava come una bandiera. E vederlo, sapere che c’era, era come avere conferma che le cose stavano andando proprio come dovevano andare.
Romano Montroni con Umberto Eco (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
La sua soggezione per la cultura fu presto superata sul campo, in trincea, grazie all’amore a prima vista per il mestiere di venditore: bottegaio di grande talento, vendere gli piaceva assai, anche se non solo per questo era ospitale con tutti in libreria e con molti nella sua casa sotto i portici - il carattere socievole e la generosità non li puoi simulare per convenienza, sono un tratto della persona. Entrò nel mondo dei libri come ci si addentra in un luogo materiale, da abitare con rispetto ma anche con la confidenza, la naturalezza che il venditore deve avere con le sue merci. E quella naturalezza, nel rapporto con la cultura, era capace di trasmetterla anche agli altri. Se è scritto in un libro, allora è alla portata di chiunque voglia leggerlo. E se non capisci leggendo una prima volta (a Romano era successo con le Lezioni americane di Calvino) fai come diceva Vittorini: rileggilo.
La cultura deve arrivare a tutti, e dunque i libri sono per tutti: ecco il viatico novecentesco, ora forse un poco infeltrito, che animava le prime librerie Feltrinelli (ricordo quella di via Larga a Milano, dove temo di avere rubato, sedicenne, I dannati della terra di Franz Fanon: non ditelo a Romano, per piacere) con visibile entusiasmo. Di quell’entusiasmo democratico – credo sia l’aggettivo più giusto, più preciso - Romano fu tra i grandi, operosi artefici. E tra i più contagiosi: non riusciva a immaginare librerie senza librai, fu maestro di decine, centinaia di giovani apprendisti, tenne corsi all’Università di Bologna in Editoria cartacea e multimediale e alla Scuola librai dei Mauri. Ha scritto Umberto Eco che ascoltarlo quando parlava, con entusiasmo giovanile anche quando gli anni pesavano, del mestiere di libraio, «è come sentire Cellini che parla del mestiere dell’orafo».
Dire che è stato il più celebre e il più innovativo dei librai italiani, gestore ideale di librerie non più accademiche, non più incombenti, grandi bazar di titoli finalmente a portata di mano e a portata di lettore, secondo la rivoluzione editoriale e commerciale di Giangiacomo e Inge Feltrinelli, non dice però abbastanza della persona. Romano è stato soprattutto un creatore instancabile di rapporti umani, amicizia, convivialità, scambio tra persone che senza di lui non si sarebbero mai incontrate. La vita culturale bolognese dai Settanta fino ai giorni attuali gli deve molto, anche dopo il lungo periodo feltrinelliano, quando Montroni prese la guida delle Librerie Coop e proseguì nella sua attività instancabile di organizzatore culturale. «Naturalmente per presentare il tuo libro passi qui da me, che poi si va a mangiare qualcosa» è una frase che ogni scrittore italiano si è sentito dire chissà quante volte da Romano; e la cadenza bolognese rendeva quell’invito ancora più seducente. Era molto difficile non accettare: sapeva trattare scrittori e lettori come persone prima che come funzioni o come ruoli in commedia, secondo quella naturale propensione al rapporto umano che rendeva Romano Montroni così inconfondibilmente figlio della sua città. Quando ebbe, nel 2003, il premio Nettuno d’oro, era felice come un bambino.
Emanava umanità da ogni centimetro della sua ingombrante silhouette. Lo vedo ancora che passa in bicicletta, con il basco in testa, per quelle strade che in pochi metri di larghezza - come la sua casa - sommano persone, voci, parole, saluti e vite che passano e spariscono sotto i portici. Romano è appena passato, un istante fa. Lo salutiamo in tanti, tantissimi, orfani della sua figura fisica forte e rassicurante, della sua presenza umana così gentile, della sua giovialità contagiosa. Ha fatto bene, molto bene il suo mestiere. Lascia tanti amici quanti solamente gli uomini generosi possono contare.