✕

Perché siamo tutti masochisti

Emil Jannings, nei panni del professor Rath, con Marlene Dietrich e Rosa Valetti nell’Angelo azzurro di Josef von Sternberg

 

Ascolta l'audio

La sofferenza autoinflitta nasconde l’incapacità di riconoscere il proprio valore. Un meccanismo che scatta in particolare nelle relazioni affettive
3 minuti di lettura

Nel 1707, Georg Friedrich Händel, ne Il trionfo del tempo e del disinganno, scrive la mia aria preferita. Le parole sembrano un invito ad abbandonare la posizione masochistica: «Lascia la spina, cogli la rosa, tu vai cercando il tuo dolor». Per Freud era un’ossessione teorica: perché c’è chi sceglie la spina anche quando la rosa è a portata di mano? Per Händel un’ossessione musicale, tanto che la melodia, già comparsa una prima volta nell’Almiradel 1705 tornerà nel Rinaldo del 1711. Ma con parole nuove: «Lascia ch’io pianga mia cruda sorte, e che sospiri la libertà». Non più l’invito al piacere, ma il lamento della prigionia. Come se un’unica musica potesse contenere il piacere e il dolore, la seduzione e il pianto. Freud lo chiamava «il problema economico del masochismo». Ha a che fare con il «senso di colpa inconscio», diceva. No, si correggeva: meglio parlare di «bisogno di punizione». Intanto, nei suoi pensieri, si faceva largo l’idea di una pulsione di morte. La psicoanalisi ha c…

Nel 1707, Georg Friedrich Händel, ne Il trionfo del tempo e del disinganno, scrive la mia aria preferita. Le parole sembrano un invito ad abbandonare la posizione masochistica: «Lascia la spina, cogli la rosa, tu vai cercando il tuo dolor». Per Freud era un’ossessione teorica: perché c’è chi sceglie la spina anche quando la rosa è a portata di mano? Per Händel un’ossessione musicale, tanto che la melodia, già comparsa una prima volta nell’Almiradel 1705 tornerà nel Rinaldo del 1711. Ma con parole nuove: «Lascia ch’io pianga mia cruda sorte, e che sospiri la libertà». Non più l’invito al piacere, ma il lamento della prigionia. Come se un’unica musica potesse contenere il piacere e il dolore, la seduzione e il pianto. Freud lo chiamava «il problema economico del masochismo». Ha a che fare con il «senso di colpa inconscio», diceva. No, si correggeva: meglio parlare di «bisogno di punizione». Intanto, nei suoi pensieri, si faceva largo l’idea di una pulsione di morte. La psicoanalisi ha continuato a fare ipotesi: se fosse il bisogno di essere riconosciuti da chi non ha saputo amarci? La richiesta di essere visti, a qualunque costo?

Quando le nostre prime relazioni, ancora bambini, sono segnate da un amore che diventa dolore, può accadere di rimanere legati a quell’alfabeto: la forma del legame originario preclude la ricerca dell’amore gratuito che non abbiamo conosciuto. La relazione masochistica come coazione a ripetere: a volte una riedizione obbligata, altre volte il tentativo di padroneggiare il passato, la speranza di riscriverlo. Prima di esserlo di sé stessa, la persona masochista è stata vittima di qualcuno. Va cercata qui, nella dimensione traumatica, una delle correnti del masochismo: la convinzione che l’attenzione dell’altro, il suo amore, si possa ottenere solo attraverso una subordinazione o un sacrificio. Idealizzando l’inaccessibile. Al punto che devozione, attesa e rassegnazione possono diventare un’identità. Dal professor Rath de L’angelo azzurro di von Sternberg a tutte le vie Crucis di von Trier.

Masochista è un aggettivo che turba. Fa pensare alla sottomissione sessuale. Il mio sguardo si rivolge invece alla personalità e alle relazioni: capire quando il nostro rapporto con il dolore è una convivenza inevitabile e quando è una connivenza inconsapevole; esplorare il confine dove la disponibilità si trasforma in asservimento, il fisiologico bisogno di dipendere diventa obbedienza, la gentilezza si converte in automortificazione.

RepIdee26 - Farsi male: personalità e politica, con Vittorio Lingiardi

Siamo tutti masochisti, ma non allo stesso modo. E non tutti abbiamo quel “disturbo masochistico di personalità” che la psichiatria, attraversata da continui ripensamenti, ha rinominato “disturbo autofrustrante” (self-defeating). Etichetta calzante, ma insufficiente a descrivere le tante situazioni che, da clinico, riconosco ogni giorno: l’incapacità di porre fine a una relazione sbagliata, l’attaccamento malinconico a una relazione finita (e la difficoltà di elaborarne la perdita), la tendenza a rimanere coinvolti in relazioni o situazioni lavorative che fanno soffrire. E poi la resistenza a farsi aiutare, la tentazione di colmare un vuoto col dolore, l’anestesia di fronte a un successo. Ma anche esporsi al pericolo, attribuire a sé colpe non proprie, temere che accada qualcosa di brutto perché è accaduto qualcosa di bello. Insomma la fatica di riconoscere il proprio valore, restando nella palude spaventati o sfiduciati dall’esplorazione di alternative più gratificanti.

Quando conosce Luigi, Monica ha trent’anni. Lui quindici di più. Lavorano nello stesso studio. Sono una coppia, una bellissima coppia. Ma non sono una coppia. Luigi è sposato, le ha sempre promesso che avrebbe trovato il momento: prima perché i figli erano piccoli, poi perché la moglie attraversava un momento difficile, poi perché «abbiamo raggiunto un nostro equilibrio, che senso ha incasinare tutto?». Finché un giorno, dopo tanti anni, Monica inizia un’analisi. «Sono qui per essere aiutata a lasciare un uomo che amo, ma che non mi ha mai scelto. Con lui sto male, ma senza sto peggio».

Non mi preoccupano gli amori infelici, penso, ma gli amori infelici che durano una vita. Il “meglio di niente”, il terrore della separazione, la rinuncia all’autonomia. La remissività che prende il timone, nascondendo sottocoperta la rabbia, che però condiziona la navigazione. La spina che impedisce di aspirare alla rosa. In pochi versi, la lucidità poetica di Patrizia Cavalli ci offre il catalogo del masochismo amoroso: «Cerco l’amore e mi tormento sempre,/ma non voglio l’amore veramente./ Cerco l’amore e non mi tormento affatto,/non verrà mai il mio cuore sopraffatto./ Cerco l’amore per essere punita,/così in anticipo vinco la partita».

Vittorio Lingiardi il 15 giugno sarà ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dove leggerà il testo qui anticipato tratto dalla sua lectio magistralis. Con un prologo di Franco Toffoletto, Milano, Sala Convegni Intesa Sanpaolo, ore 12

Leggi i commenti