In vista del decimo anniversario del voto del 23 giugno 2016 per l’uscita dall’Ue, nel Regno Unito si apre un dibattito sull’eventuale reingresso in quella che i britannici chiamano Europa. Ma, come accaduto nella maggior parte dei precedenti dibattiti, si tratta di un’“Europa” in cui l’Europa è assente. La discussione ruota interamente attorno a ciò che sarebbe economicamente vantaggioso per il Regno Unito e alle dinamiche politiche per ottenerlo, tenendo in scarsa o nulla considerazione ciò che il resto d’Europa pensa o considera importante. Di recente il ministro del Tesoro, Lord Spencer Livermore, è stato il primo membro del governo a sostenere pubblicamente il rientro nell’Ue. “Naturalmente,” ha dichiarato alla Camera dei Lord, “il Regno Unito rientrerà nell’Unione europea, perché è assolutamente nel nostro interesse economico nazionale”. Come se bastasse bussare alla porta dell’Ue e – abracadabra! – venissimo immediatamente riaccolti.
In vista del decimo anniversario del voto del 23 giugno 2016 per l’uscita dall’Ue, nel Regno Unito si apre un dibattito sull’eventuale reingresso in quella che i britannici chiamano Europa. Ma, come accaduto nella maggior parte dei precedenti dibattiti, si tratta di un’“Europa” in cui l’Europa è assente. La discussione ruota interamente attorno a ciò che sarebbe economicamente vantaggioso per il Regno Unito e alle dinamiche politiche per ottenerlo, tenendo in scarsa o nulla considerazione ciò che il resto d’Europa pensa o considera importante. Di recente il ministro del Tesoro, Lord Spencer Livermore, è stato il primo membro del governo a sostenere pubblicamente il rientro nell’Ue. “Naturalmente,” ha dichiarato alla Camera dei Lord, “il Regno Unito rientrerà nell’Unione europea, perché è assolutamente nel nostro interesse economico nazionale”. Come se bastasse bussare alla porta dell’Ue e – abracadabra! – venissimo immediatamente riaccolti.
Se si chiedesse a tutti i parlamentari britannici attualmente in carica di dire quando si terrà il prossimo Consiglio europeo a Bruxelles, dubito che in molti saprebbero dare la risposta giusta. Anzi, mi chiedo quanti saprebbero dire su due piedi cosa sia il Consiglio europeo. Vale la pena dare un’occhiata all’ordine del giorno del summit che riunisce i leader nazionali dei 27 Stati membri, insieme ai vertici istituzionali dell’Unione. Tra le 18 di giovedì 18 giugno e l’ora di pranzo di venerdì, si parlerà di Ucraina, Medio Oriente, del prossimo bilancio settennale dell’Unione, delle sfide economiche globali, della difesa e della sicurezza europee, di migrazione e droghe illecite. Insomma, per usare un eufemismo, hanno ben altro da fare.
Se si seguono i media europei, o si ascoltano i tedeschi parlare d’Europa con i polacchi, o gli italiani con i portoghesi, la nostra isola “scettrata”, per citare Shakespeare, compare a malapena nel discorso. Su entrambe le sponde della Manica, l’“Europa” viene di nuovo intesa come qualcosa che non include la Gran Bretagna. L’unica grande eccezione è l’ambito della difesa e sicurezza, nel quale i britannici sono ancora considerati interlocutori importanti. Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, formatosi a Oxford e un tempo anglofilo, descrive oggi freddamente il Regno Unito come un semplice “fornitore di sicurezza”.
Quanto ai paesi desiderosi di aderire all’Unione, i candidati certo non mancano. Ce ne sono già nove ufficialmente riconosciuti, dal piccolo Montenegro – oggi in pole position – alla vastissima Ucraina. (Oggi, per l’Europa, la sigla UKR conta di più di quella UK) Ad agosto l’Islanda terrà un referendum per decidere se riprendere i negoziati di adesione. Anche nella prospera Norvegia si è riaperto il dibattito. E diciamolo chiaramente: nell’UE c’è anche chi – una minoranza, certo, ma non irrilevante – non vedrebbe di buon occhio il reingresso della Gran Bretagna.
Tutti i paesi pensano soprattutto a sé stessi, ma se esistesse una Coppa del mondo del solipsismo i britannici si aggiudicherebbero il trofeo senza il minimo sforzo. Un nuovo documentario della Bbc che ripercorre il voto del 2016 ci ricorda tristemente quanto sia stato povero in Gran Bretagna il dibattito sull’Europa. In mezzo alla passerella di ragazzi ambiziosi e manovratori che ci hanno regalato il maggiore atto di autolesionismo nazionale della nostra storia recente, ritroviamo Boris Johnson, le idee disordinate quanto la chioma. Per lui, il nodo della questione è tutto qui: “O vuoi che il paese sia indipendente o pensi che vada creata un’Europa federale». In realtà, oggi tutta la politica europea continentale più influente ruota proprio attorno alla ricerca di una via di mezzo tra questi due estremi. A voler essere generosi, Johnson non ha imparato nulla e non ha dimenticato nulla da quando faceva il corrispondente da Bruxelles nei primi anni Novanta.
Se si guarda alla possibile evoluzione internazionale dei prossimi vent’anni – un mondo di grandi potenze e imperi in competizione, con la Russia militarmente aggressiva, la Cina economicamente aggressiva e gli Stati Uniti che non torneranno mai più al livello eccezionale di impegno transatlantico del secondo dopoguerra – è evidente che, per una media potenza come il Regno Unito, la scelta più sensata è far parte di un raggruppamento più ampio di paesi che condividono in larga misura interessi e valori. “La Gran Bretagna deve diventare più grande!” ebbe una volta a dichiarare, con enfasi piuttosto grottesca, un Tony Blair fresco di nomina a primo ministro. Tutti gli altri paesi europei, a cominciare da Francia e Germania, possono spiegare che è così che si diventa “più grandi”. La Gran Bretagna dovrebbe quindi avere l’obiettivo politico di tornare a essere membro a pieno titolo di quella che, nel frattempo, sarà un’Unione europea diversa. E, con tutta la dovuta modestia, un’analisi lucida suggerisce che nel lungo periodo sarebbe nell’interesse collettivo dell’Ue avere tra i propri oltre trenta membri una Gran Bretagna fermamente intenzionata a farne parte.
Ci vorrà però una maratona di persuasione democratica per arrivarci. E la persuasione dovrà aver luogo su entrambe le sponde della Manica. Nei sondaggi britannici esiste già una maggioranza stabile favorevole al rientro nell’Ue, e tra i giovani il consenso è schiacciante – secondo Ipsos, il 68 per cento degli elettori tra i 18 e i 34 anni è favorevole. Insomma, il tempo lavora a favore del Breturn. Ma sul piano politico le cose resteranno complicate. La persona oggi più accreditata per succedere a Keir Starmer come primo ministro laburista in autunno è Andy Burnham, ex sindaco di Manchester – sempre che vinca l’elezione suppletiva di questo giovedì, lo stesso giorno in cui si riunisce il Consiglio europeo. Lui (o chiunque succeda a Starmer) potrebbe sentirsi ancora vincolato ai paletti del partito, che escludono il ritorno all’unione doganale, al mercato unico e alla libera circolazione. Il nuovo governo, però, dovrebbe dichiarare subito e con coraggio un’ambizione strategica molto più ampia.
Il Labour dovrebbe affrontare le prossime elezioni, previste al più tardi nel 2029, senza paletti, limitandosi a dire che punta a costruire il rapporto più vantaggioso possibile con l’Unione europea. Idealmente, l’intero nascente e frammentato blocco della sinistra liberale (molto “europeo”, nello stile) formato da Liberal Democratici, Labour, Verdi e nazionalisti scozzesi e gallesi dovrebbe fare propria questa posizione. Molte cose cambieranno in Europa nei prossimi tre anni e potrebbero rendersi necessari alcuni passaggi intermedi (per esempio l’adesione al mercato unico) già nella prossima legislatura; ma il lavoro di persuasione democratica deve iniziare subito. In questo pericoloso mondo post americano, per il Regno Unito non c’è posto migliore del “cuore dell’Europa” e l’unico modo per stare nel cuore dell’Europa è essere membro a pieno titolo dell’Ue. La strada resta incerta, ma la meta dovrebbe essere chiara.
Ogni passo, tuttavia, dipenderà dalla controparte europea, che ha in mano gran parte delle carte. I britannici devono quindi capire anche da dove vengono gli altri europei, come funziona davvero la loro complicata Unione e, detto brutalmente, che cosa ci guadagnano. E i rappresentanti eletti britannici devono imparare a parlare europeo, quella peculiare lingua multilingue in cui il perseguimento dell’interesse nazionale si intreccia con una concezione storicamente consapevole di un futuro europeo condiviso. L’attuale classe politica britannica ne è capace? Me lo auguro più di quanto ne dubiti.
Traduzione di Emilia Benghi