Nasce Dataland, il museo di Los Angeles dedicato all’intelligenza artificiale
di Frank RoseLOS ANGELES. «È pazzesco», ha mormorato uno degli studenti. «Davvero pazzesco», ha aggiunto il ragazzo accanto a lui. Per entrambi, "pazzesco" significava semplicemente "straordinario".
Siamo stati nel centro di Los Angeles, a Dataland, il museo dedicato all'arte generata dall'intelligenza artificiale prossimo all'apertura (il 20 giugno). E sì, l'esperienza è stata davvero straordinaria. Gli studenti, iscritti a un corso di intelligenza artificiale presso l'Università della California di Los Angeles (UCLA), hanno partecipato a una visita in anteprima organizzata dal loro professore, l'artista digitale Refik Anadol.
Fondato da Anadol insieme alla moglie, la pittrice Efsun Erkiliç, Dataland è diventato uno dei progetti più ambiziosi mai realizzati nel campo dell'arte generata dall'IA e una delle nuove attrazioni più attese della scena artistica e tecnologica della città. In quel momento, tuttavia, io e una ventina di studenti siamo stati gli unici visitatori presenti in una vasta galler…
LOS ANGELES. «È pazzesco», ha mormorato uno degli studenti. «Davvero pazzesco», ha aggiunto il ragazzo accanto a lui. Per entrambi, "pazzesco" significava semplicemente "straordinario".
Siamo stati nel centro di Los Angeles, a Dataland, il museo dedicato all'arte generata dall'intelligenza artificiale prossimo all'apertura (il 20 giugno). E sì, l'esperienza è stata davvero straordinaria. Gli studenti, iscritti a un corso di intelligenza artificiale presso l'Università della California di Los Angeles (UCLA), hanno partecipato a una visita in anteprima organizzata dal loro professore, l'artista digitale Refik Anadol.
Fondato da Anadol insieme alla moglie, la pittrice Efsun Erkiliç, Dataland è diventato uno dei progetti più ambiziosi mai realizzati nel campo dell'arte generata dall'IA e una delle nuove attrazioni più attese della scena artistica e tecnologica della città. In quel momento, tuttavia, io e una ventina di studenti siamo stati gli unici visitatori presenti in una vasta galleria dalle pareti nere, alta sei metri e immersa in un flusso continuo di luci, colori e suoni.
Pochi istanti prima, immagini dai colori vivaci della flora e della fauna dell'Amazzonia brasiliana hanno attraversato pareti e pavimento. Poco dopo, le stesse figure sono apparse in tre dimensioni e hanno iniziato a fluttuare verso di noi, accelerando e rallentando all'improvviso. Cerchi e linee luminose si sono intrecciati in motivi complessi, mentre pennellate astratte di verde, giallo e rosso si sono diffuse in tutta la sala. «Sono motivi ispirati alle ali delle farfalle», ha spiegato Anadol.
Ali di farfalla? Proprio così. L'intelligenza artificiale sviluppata da Anadol e dal suo studio per il nuovo museo ha trasformato enormi quantità di dati sulle farfalle della foresta pluviale in immagini in costante movimento, tanto da suscitare l'entusiasmo dei suoi studenti.
«I dati non sono soltanto numeri», ha sottolineato Anadol. Un tempo lo sono stati. Ma con l'esplosione delle informazioni iniziata negli anni Sessanta, quasi ogni cosa è diventata un dato: fotografie, video, registrazioni audio e persino le ali delle farfalle. Le informazioni utilizzate da Anadol — origine, durata della vita, motivi cromatici e comportamenti delle specie — sono arrivate principalmente dall'Encyclopedia of Life, l'archivio online curato dal Museo Nazionale di Storia Naturale.
«Siamo stati in grado di modellare algoritmicamente il modo in cui si muovono le farfalle», ha spiegato. Una volta inseriti nel sofisticato software che alimenta Dataland e nei sistemi di intelligenza artificiale che ne guidano il funzionamento — un'infrastruttura composta, secondo Anadol, da oltre dieci milioni di righe di codice — questi dati hanno dato origine a un'opera d'arte immersiva e in continua trasformazione.
Anadol ha iniziato a farsi conoscere circa dieci anni fa grazie a installazioni molto più contenute e contemplative: onde di colore che scorrevano sugli schermi e forme astratte che traducevano dati meteorologici e altri fenomeni in immagini in movimento. La svolta è arrivata nel 2018, quando la Los Angeles Philharmonic gli ha commissionato un'opera basata sui propri archivi digitalizzati: ogni esecuzione, ogni sinfonia, ogni nota e ogni registrazione accumulata dall'orchestra nel corso della sua storia.
Il risultato è stato WDCH Dreams, un'imponente installazione proiettata sulle superfici ondulate in acciaio della Walt Disney Concert Hall progettata da Frank Gehry. L'opera ha utilizzato quasi 45 terabyte di dati provenienti dagli archivi della Filarmonica di Los Angeles, tra cui fotografie, video, registrazioni audio e manifesti storici.
A quarant'anni, Anadol non ha più l'aspetto di un ragazzo, ma conserva un'energia quasi incontenibile. Veste quasi sempre di nero, parla rapidamente e raramente resta fermo. Negli ultimi anni il suo lavoro è apparso in musei e istituzioni culturali di tutto il mondo, dal Guggenheim Museum di Bilbao alle Serpentine Galleries di Londra, dall'Hammer Museum dell'UCLA fino a sedi espositive in Francia, Belgio, Corea del Sud e nella sua Turchia. La sua prima grande commissione museale negli Stati Uniti, però, ha generato una forte controversia.
Unsupervised, l'installazione ospitata nell'atrio del Museum of Modern Art di New York tra il 2022 e il 2023, ha avuto un tale successo di pubblico da essere prorogata per quasi un anno. Migliaia di visitatori, spesso accompagnati dai figli, sono rimasti affascinati dalle forme fluide e mutevoli che si sviluppavano sul grande schermo dell'installazione. Sul Washington Post, il critico Sebastian Smee l'ha definita «un primo capolavoro dell'arte generata dall'intelligenza artificiale». Altri osservatori hanno espresso giudizi molto diversi. Sul New York Times, Travis Diehl ha liquidato l'opera come «nient'altro che uno screensaver». Jerry Saltz, sulla rivista New York, l'ha descritta come «un'enorme lampada lava tecnologica» fatta di «poltiglie psichedeliche e macchie batteriche».
Eppure, nonostante le critiche, Unsupervised è entrata nella collezione permanente del MoMA grazie alla donazione di tre collezionisti legati ad Anadol. Le polemiche hanno collocato l'artista — e oggi anche Dataland — al centro del dibattito sull'intelligenza artificiale nel mondo dell'arte. Da una parte si sono schierati molti critici tradizionali; dall'altra, numerosi direttori e curatori di musei. «Non esisterà un futuro in cui questo tipo di lavoro non farà parte dell'arte», ha dichiarato Michael Govan, direttore del Los Angeles County Museum of Art. «È come Marcel Duchamp: se si comprende ciò che c'è dietro l'opera, allora la si può comprendere davvero.»
Per chi non possiede quel contesto, invece, il significato rischia di rimanere sfuggente. Con Unsupervised, non è stato subito chiaro se Anadol avesse perso il filo della propria ricerca artistica o se fossero stati i suoi critici a non coglierne la direzione. La mostra inaugurale di Dataland, Machine Dreams: Rainforest, porta invece la dimensione narrativa in primo piano.
Cinque anni fa, Efsun Erkiliç lo ha convinto a intraprendere un viaggio in Amazzonia alla ricerca di ispirazione. Dopo una lunga traversata fatta di voli, trasferimenti in auto e dieci ore di navigazione su una canoa a motore, i due sono arrivati nel territorio degli Yawanawá, una popolazione indigena il cui principale collegamento con il mondo esterno passa oggi attraverso Starlink e WhatsApp.
Anadol ed Erkiliç sono stati accolti con musica cerimoniale, danze tradizionali e ayahuasca, la bevanda sacra utilizzata nei rituali spirituali della comunità. Poco dopo, l'artista ha iniziato a collaborare con i suoi nuovi ospiti alla realizzazione di Winds of the Yawanawá, un'opera basata sui dati la cui presentazione in Grecia, nel 2023, è stata accompagnata dalla vendita di mille NFT destinati a sostenere economicamente la tribù.
«Ne sono rimasto profondamente ispirato», ha ricordato Anadol. «Il popolo Yawanawá, il modo in cui vive nella foresta... non sono più riuscito a dimenticare quella sensazione. Ma naturalmente non potevamo andare nella foresta pluviale ogni giorno. Così ci siamo posti una domanda: può essere la foresta a venire da noi?»
A Dataland, almeno in parte, la risposta è diventata realtà. Il cuore di Machine Dreams: Rainforest è la Infinity Room, un grande ambiente cubico in cui un filmato di otto minuti generato dall'intelligenza artificiale viene proiettato in loop sulle pareti e moltiplicato all'infinito dai riflessi del pavimento e del soffitto a specchio. Tra i protagonisti della narrazione compaiono un colibrì di vetro e un misterioso "albero della saggezza", ispirato a una specie presente nella foresta amazzonica.
«Continuavo a vedere questo colibrì di vetro nei miei sogni», ha raccontato Anadol. «Ho chiesto a un capo tribale perché quell'immagine tornasse così spesso. Mi ha risposto che si trattava di un uccello speciale, capace di cantare soltanto quando vola a raccogliere l'ultimo respiro dell'albero della saggezza.» Nel corso dell'esperienza immersiva, lo spettatore viene risucchiato nell'occhio dell'animale e trasportato in un paesaggio visionario composto da fiori, strutture organiche, forme luminose e flussi di dati.
«Lo chiamo folklore algoritmico», ha spiegato Anadol. «Una nuova forma di narrazione». Farfalle, uccelli, lucciole, alberi e specie vegetali amazzoniche: i dati utilizzati per costruire Machine Dreams: Rainforest sono stati raccolti direttamente dall'artista e dal team multidisciplinare del Refik Anadol Studio, composto da artisti, scienziati, architetti e ingegneri. Il lavoro si è sviluppato grazie a collaborazioni con istituzioni come il Cornell Lab of Ornithology, il Museo di Storia Naturale di Londra e numerosi altri centri di ricerca.
Ma la foresta digitale di Dataland non si limita a essere osservata. All'ingresso, i visitatori ricevono un braccialetto elettronico dotato di display e un dispositivo indossabile che rilascia leggere nebulizzazioni profumate vicino al volto. Il braccialetto monitora parametri fisiologici come la frequenza cardiaca e la risposta galvanica della pelle, indicatori utilizzati per interpretare gli stati emotivi. Una quantità considerevole di dati viene quindi raccolta direttamente dal pubblico. Sensori Lidar installati nelle pareti seguono gli spostamenti dei visitatori nello spazio, mentre i dati biometrici vengono trasmessi ai sistemi informatici che controllano le installazioni, consentendo alle opere di reagire in tempo reale.
Le emozioni dei visitatori — eccitazione, calma, sorpresa o coinvolgimento — diventano così parte integrante dell'esperienza artistica. Anche i profumi e i sapori di Dataland sono stati sviluppati con il supporto dell'intelligenza artificiale. Le fragranze sono nate da una collaborazione con L'Oréal Luxe, mentre i cioccolatini proposti all'interno dell'esperienza sono stati realizzati insieme all'azienda locale Valerie Confections.
«Possiamo osservare un Rothko e provare emozioni straordinarie», ha detto Anadol. «Ma quell'opera non reagirà mai a ciò che stiamo provando.» Le opere di Dataland, invece, sono state progettate proprio per farlo. I dati raccolti durante la visita vengono cancellati al termine dell'esperienza, a meno che il visitatore non ne richieda espressamente la conservazione. Eppure, tutto questo mi ha riportato alla mente un ricordo d'infanzia. Da bambino guardavo la televisione e mi chiedevo se, in qualche modo, anche lei mi stesse osservando. Oggi, da adulto, non provo un senso di tranquillità maggiore sapendo che la tecnologia è davvero in grado di farlo.
Nell'universo immaginato da Anadol, però, questa possibilità non assume i contorni di una distopia. Al contrario, viene presentata come una fonte di meraviglia, una delle tante che l'artista continua a intravedere nel rapporto tra esseri umani, dati e intelligenza artificiale. Una mattina, nello studio di Refik Anadol — il luogo in cui prende forma gran parte di questa tecnologia vertiginosa — io ed Erkiliç siamo usciti per una passeggiata. Lo studio occupa una vasta porzione di un'ex fabbrica di serramenti nel quartiere di Frogtown, a Los Angeles, tra l'autostrada I-5 e il corso cementificato del fiume Los Angeles.
Abbiamo percorso il sentiero che costeggia il fiume passando accanto a edifici di ogni tipo. Dall'altra parte scorrevano pesanti treni merci. Su un palo della luce era affisso un volantino con una scritta surreale: «Smarrito: avete visto il mio robot?». Ovunque guardassimo, il paesaggio mostrava i segni di una natura compressa e addomesticata dalla città. In quel momento ho capito meglio il fascino che la foresta pluviale aveva esercitato su Anadol. Sebbene la mostra inaugurale fosse nata dall'esperienza amazzonica, Dataland è stato soprattutto il prodotto di un'altra esperienza condivisa: la pandemia.
Quando il mondo si è fermato improvvisamente, si sono fermate anche molte delle attività che definivano la vita quotidiana. I sentieri escursionistici sono stati chiusi. Le spiagge sono state chiuse. Ovunque si è iniziato a parlare del metaverso, immaginato come un universo digitale completamente immersivo accessibile attraverso visori per la realtà virtuale. Ma Anadol ed Erkiliç hanno guardato quella prospettiva con scetticismo. «Pensavamo che nessuno avrebbe abbandonato la propria vita fisica per trasferirsi in uno spazio interamente digitale», ha spiegato Erkiliç. «Non sarebbe mai successo. Dovevamo trovare qualcosa che colmasse il divario tra il mondo fisico e quello digitale. È così che è nata l'idea di Dataland».
Dataland è stato concepito come un'istituzione a scopo di lucro. L'idea è arrivata ad Anadol durante una vacanza in Messico, poco dopo il primo viaggio nella foresta pluviale. All'inizio esistevano soltanto un nome e una visione.
«Io sono una realista», ha detto Erkiliç. «Lui è un sognatore. Mi ha raccontato il suo sogno e io ho iniziato a chiedermi come avremmo potuto trasformarlo in realtà.»
Per riuscirci sarebbero serviti molti finanziamenti. Col tempo, però, i tasselli hanno iniziato ad andare al loro posto.
Lo spazio destinato a ospitare il museo si è liberato all'interno di un nuovo grande complesso alberghiero e residenziale progettato da Frank Gehry, dopo l'abbandono di un progetto per un multisala cinematografico. Nvidia ha fornito i chip necessari all'infrastruttura tecnologica. LG ed Epson hanno concesso importanti sconti sulle apparecchiature. Google Arts & Culture ha finanziato quattro residenze da 25.000 dollari dedicate ad artisti interessati a esplorare l'intelligenza artificiale. L'Oréal Luxe ha sostenuto lo sviluppo delle fragranze. A tutto questo si sono aggiunti investitori privati. Dopo diciannove mesi di lavori, la costruzione si è conclusa ad aprile.
E così, nonostante l'enorme quantità di tecnologia che ne costituisce il cuore, l'esperienza di Dataland si svolge interamente nel mondo fisico. Non ci sono visori VR a separare i visitatori dall'opera. Al contrario, l'obiettivo è immergerli direttamente nello spazio. Esistono persino oggetti da portare a casa: cioccolatini ispirati ai profumi della foresta pluviale, opere digitali e altri souvenir concepiti per prolungare l'esperienza oltre la visita.
Un'edizione limitata di mille "quadri viventi", ciascuno accompagnato da una stampa d'archivio, è andata esaurita online in appena trentaquattro minuti al prezzo di 5.000 dollari l'uno. Per 15.000 dollari, inoltre, alcuni visitatori possono farsi realizzare un'opera personalizzata da Qualia, un braccio robotico che dipinge tele astratte utilizzando dati biometrici e informazioni individuali. Anche in questo caso, però, si è formata rapidamente una lista d'attesa.
La sera seguente sono stato invitato nella casa di Anadol ed Erkiliç, sulle colline di Hollywood. L'abitazione, elegante e minimalista, è dominata dal bianco, una scelta fortemente voluta da Erkiliç. Ampie vetrate si affacciano su un canyon ricoperto di alberi. La coppia ha acquistato la proprietà tre anni fa per oltre tre milioni di dollari, ma il lavoro incessante dedicato a Dataland ha lasciato poco tempo per arredarla. Nella sala da pranzo, ad esempio, un tavolo essenziale occupa il centro della stanza senza essere accompagnato da alcuna sedia.
Durante la conversazione ho ricordato la Infinity Room. In particolare, mi è tornato in mente un passaggio in cui il visitatore si ritrova immerso in un ruscello poco profondo. L'illusione è così convincente da far quasi credere che l'acqua possa bagnare i piedi. E poi c'era quel colibrì di vetro.
Per ragioni difficili da spiegare, la sua immagine mi è rimasta impressa. Mi ha colpito soprattutto il momento in cui il suo occhio si trasforma in un portale verso un universo fatto di fiori, strutture organiche e tunnel luminosi. «Li chiamo tunnel della memoria», ha spiegato Anadol. «Per me rappresentano una trasformazione magica e mostrano quanto la natura sia profondamente interconnessa.» Alla fine del film, il colibrì canta una melodia diversa dalle precedenti: il richiamo d'amore di una specie hawaiana ormai estinta.
La registrazione utilizzata nell'opera è l'ultima testimonianza sonora conosciuta di quell'animale e risale al 1987. «È una storia molto triste», ha detto Erkiliç. «Si sente un uccello che continua a chiamare senza ricevere alcuna risposta. E viene spontaneo chiedersi cosa lo spinga ad andare avanti.» Poi ha offerto la propria interpretazione. «Quella era la sua missione: cantare l'ultima canzone. Stava semplicemente onorando il proprio compito. È per questo che questa storia mi commuove così tanto». In un certo senso, Anadol ed Erkiliç hanno iniziato a considerare Dataland come una missione personale.
L'idea può apparire ingenua, ma il loro entusiasmo ha convinto figure di primo piano del mondo dell'arte e della cultura — tra cui Michael Govan, Frank Gehry e l'ex direttore del MoMA Glenn Lowry — a condividere la stessa visione. Nel corso della serata la conversazione si è spostata sul cambiamento e sulla difficoltà che le società incontrano quando sono costrette ad affrontarlo. «Spendiamo enormi quantità di energia per cercare di mantenere le cose esattamente come sono», ha osservato Erkiliç. «Quell'energia finisce per ristagnare. Oggi, come civiltà, siamo costretti a cambiare e questo genera inevitabilmente una crisi. Per questo abbiamo bisogno di persone un po' folli, capaci di proporre idee altrettanto folli. Servono per scuotere il mondo. Dataland può essere una di quelle piccole scosse».
Con questa convinzione, Anadol ed Erkiliç hanno dato vita a un luogo che non vuole soltanto esporre opere generate dall'intelligenza artificiale, ma ridefinire il modo in cui arte, tecnologia e partecipazione del pubblico possono convivere. Che lo si consideri una visione del futuro o una spettacolare illusione, Dataland è diventato uno dei tentativi più ambiziosi di trasformare i dati in esperienza, e l'intelligenza artificiale in racconto.
© 2026, The New York Times