Il premio Nobel Gurnah: “Basta con la retorica antimigranti. La mia Zanzibar? Invasa dai turisti”
Ci sono cose che vanno dette senza fronzoli. Abdulrazak Gurnah parla dei temi che gli stanno a cuore con la compostezza che in genere si ha quando l’argomento è serio: i rifugiati, le persone ai margini della società, gli esiliati sono figure ricorrenti nei suoi libri e tornano in questa conversazione che parte dalla pubblicazione in Italia del suo romanzo Dottie, uscito nel 1990 e finalmente tradotto per La nave di Teseo.
Lo scrittore – premio Nobel della Letteratura nel 2021 – nasce nel 1948 nell’isola di Zanzibar, allora protettorato britannico, e approda in Inghilterra negli anni Sessanta, dove tuttora vive. Risponde dalla sua casa a Canterbury. Per tutta la videochiamata Gurnah farà pochissimi sorrisi, dando l’impressione di misurare ogni parola. La storia di Dottie è quella di una donna che cresce senza conoscere il padre, con una madre talmente povera che finisce per vendersi. Dottie cerca disperatamente di tenere unita la famiglia, aiutando la sorella e il fratello come può. I…
Ci sono cose che vanno dette senza fronzoli. Abdulrazak Gurnah parla dei temi che gli stanno a cuore con la compostezza che in genere si ha quando l’argomento è serio: i rifugiati, le persone ai margini della società, gli esiliati sono figure ricorrenti nei suoi libri e tornano in questa conversazione che parte dalla pubblicazione in Italia del suo romanzo Dottie, uscito nel 1990 e finalmente tradotto per La nave di Teseo.
Lo scrittore – premio Nobel della Letteratura nel 2021 – nasce nel 1948 nell’isola di Zanzibar, allora protettorato britannico, e approda in Inghilterra negli anni Sessanta, dove tuttora vive. Risponde dalla sua casa a Canterbury. Per tutta la videochiamata Gurnah farà pochissimi sorrisi, dando l’impressione di misurare ogni parola. La storia di Dottie è quella di una donna che cresce senza conoscere il padre, con una madre talmente povera che finisce per vendersi. Dottie cerca disperatamente di tenere unita la famiglia, aiutando la sorella e il fratello come può. Il romanzo è straordinariamente avventuroso anche nella descrizione del quotidiano, leggerlo è un piacere. Evocare Dickens viene facile ma è vero che Gurnah, premio Nobel nel 2021, è un Dickens che si è contaminato con altre culture. Un Dickens del mondo post coloniale.
Dottie vive con disagio il razzismo della società britannica del dopoguerra, fatica a sentirsi pienamente accolta.
«Persone come Dottie non si sentono a casa perché si ritrovano a vivere ai margini della società e quella marginalità, quella estraneità, gli viene continuamente ricordata».
Lei nel 1966 ha lasciato Zanzibar per andare a studiare in Inghilterra.
«A Zanzibar non era possibile continuare negli studi. In Inghilterra avevo un cugino, mi ha detto: vieni. Avevo 18 anni, ero avventato. E così sono partito. Ovviamente si è rivelato molto più complicato di come immaginassi. Ma alla fine ha davvero funzionato».
Che faceva suo cugino in Inghilterra?
«Stava completando un dottorato di ricerca».
Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna a Zanzibar nel 1964 c’era stata la rivoluzione.
«La mia speranza era, come le dicevo, frequentare l’università. Ma al governo rivoluzionario non interessava che noi studiassimo. Non sapevo nulla dell’Inghilterra, avevo molte cose da imparare. Ero un ragazzo senza alcuna esperienza, non credo avessi un conto in banca allora. L’età mi ha aiutato. A 18 anni si è pieni di curiosità. Scoprivo una nuova libertà, non vivevo più sotto il controllo dei genitori, ero libero da vincoli. E poi naturalmente c’è stata la scoperta dei libri. A Zanzibar non ce n’erano molti, ma in Inghilterra c’erano biblioteche e librerie ovunque».
Anche per Dottie i libri, che legge in biblioteca, sono uno strumento di emancipazione.
«I miei genitori non erano tipi da letture, non erano andati a scuola. Mio padre era un commerciante, importava merci dall’estero e le rivendeva: pesce, prodotti essiccati, conserve, cose del genere. E mia madre era la tipica mamma di una volta, stava a casa, ha avuto figli e ci ha cresciuti».
Torna spesso a Zanzibar?
«Ogni volta che ne ho voglia. È molto cambiata, è piena di turisti di varie nazionalità, non solo europei ma provenienti anche da altre parti dell’Africa».
È passata dal cosmopolitismo alla globalizzazione?
«È una distinzione interessante. Ma il cosmopolitismo non scompare, perché è qualcosa profondamente radicato nel modo in cui le persone vivono, pensano, nelle loro tradizioni ancestrali, nella loro cultura, nella loro cucina, nella loro lingua. Il tipo di turismo che c’è a Zanzibar è in realtà piuttosto superficiale, non penetra nelle vite ordinarie delle persone. Dall’altra parte è vero che alcuni cambiamenti avvenuti grazie alla presenza dei turisti non sono negativi: è arrivata una certa prosperità, i servizi sono migliorati, le strade pure, i marciapiedi sono stati sistemati, c’è l’elettricità. Ma i turisti arrivano, si divertono e poi se ne vanno. A differenza dei migranti, che vivono la nuova realtà, lavorano, stanno a stretto contatto con la gente del posto, imparano la loro lingua».
Come spiega il successo delle retoriche antimigranti in Europa e anche oltreoceano?
«La storia dell’umanità è legata ai movimenti delle persone, alle migrazioni. Nulla di nuovo. Nonostante questo l’arrivo di persone provenienti dalle ex colonie africane o asiatiche in Europa, attratte da una prosperità di cui sperano di riuscire a far parte, è diventato motivo di panico».
Che idea se n’è fatta?
«Non ho soluzioni, deploro solo che la disumanità a volte è incoraggiata dalla stampa e dai politici che dovrebbero avere più senso di responsabilità. I migranti in genere lasciano i loro Paesi perché le loro vite sono in pericolo e le loro libertà a rischio. Altri semplicemente hanno bisogno di cambiare aria per vivere meglio, per coltivare ambizioni. Che c’è di sbagliato in questo?».
Lei dove si sente a casa?
«La mia casa è Zanzibar, in un certo senso. Sono nato lì, sono cresciuto lì. Ma ho anche vissuto per quasi cinquant’anni nel Regno Unito. È anche qui è la mia casa. Non dobbiamo sempre pensare alla casa come a un unico posto, si può essere legati in modi diversi a più di un luogo».
Ci si può legare anche a più lingue. Lei scrive in inglese, che è la lingua dei colonizzatori, e non in swahili.
«Per uno studioso di letteratura come me la lingua si porta dietro il passato, alcuni modi di pensare. Ma il rapporto con il linguaggio è sempre una negoziazione, uno scambio con la sua storia, i suoi significati, i suoi pregiudizi. Il coinvolgimento è attivo, mai passivo».
Quanto conta la classe sociale di partenza nel percorso di adattamento?
«La classe e le condizioni economiche sono determinanti. Naturalmente per chi è ricco e arriva con la sua carta di credito è più facile. Può comprare quello che vuole, guidare una bella macchina, vivere in una casa incantevole».
Lei dopo aver ricevuto il Nobel, parlando dei migranti, ha detto: “Nessuno arriva a mani vuote”.
«Intendevo dire che danno un contributo alle società in cui si trovano, naturalmente se viene data loro un’opportunità. Non arrivano come mendicanti ma con un proprio talento. Un talento che non possono certo mostrare se vengono trattati come se fossero pericolosi e rinchiusi in centri di detenzione».
Ha qualche rimpianto?
«Di non essere stato vicino a mia madre quando è morta. Era il 2000, ero andato fuori per Capodanno con altre persone, non avevo ancora il cellulare. Quando l’ho saputo era stata già sepolta».