✕

Perdersi con gioia nel labirinto del professor Eco

Umberto Eco, Italian writer, Modena, Italy, 15th April 1977. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) 

Ascolta l'audio

La biblioteca moderna del grande semiologo si trasferisce dalla sua casa milanese all’università di Bologna. Viaggio tra i segreti della classificazione dei libri e delle loro infinite connessioni
3 minuti di lettura

Si potrebbe cominciare da una bimba che pattina in un corridoio di libri lungo 16 metri, la biblioteca moderna di Umberto Eco nella sua casa milanese di piazza Castello. Un luogo suggestivo di Milano, dove il Comune gli ha dedicato uno spazio alberato, una “passeggiata”, che lo scrittore amava. Si chiudeva così il filmato di Davide Ferrario sulla biblioteca di Eco: 44 mila volumi moderni, 1.300 libri rari e incunaboli del Quattrocento (Umberto Eco. La biblioteca del mondo, 2022). La piccola Anita, la nipotina, sfrecciava disinvolta fra quei libri che sono «memoria tangibile del mondo e insieme rimando a un resto immenso che i limiti della cornice obbligano a tacere».

I libri antichi (che nelle parole di Eco erano “Bibliotheca semiologica curiosa lunatica magica et pneumatica…

Si potrebbe cominciare da una bimba che pattina in un corridoio di libri lungo 16 metri, la biblioteca moderna di Umberto Eco nella sua casa milanese di piazza Castello. Un luogo suggestivo di Milano, dove il Comune gli ha dedicato uno spazio alberato, una “passeggiata”, che lo scrittore amava. Si chiudeva così il filmato di Davide Ferrario sulla biblioteca di Eco: 44 mila volumi moderni, 1.300 libri rari e incunaboli del Quattrocento (Umberto Eco. La biblioteca del mondo, 2022). La piccola Anita, la nipotina, sfrecciava disinvolta fra quei libri che sono «memoria tangibile del mondo e insieme rimando a un resto immenso che i limiti della cornice obbligano a tacere».

I libri antichi (che nelle parole di Eco erano “Bibliotheca semiologica curiosa lunatica magica et pneumatica”) hanno conquistato da tempo una collocazione molto nobile alla Braidense di Milano accanto al fondo di Alessandro Manzoni, mentre la biblioteca moderna approda ora, per volontà di Renate Eco e dei figli Carlotta e Stefano, alla Biblioteca universitaria di Bologna nell’accordo promosso dallo Stato con il rettore Giovanni Molari. Inaugurazione il primo luglio, ore 12.

Non è irrilevante che, da città e capitali diverse, la Biblioteca/Fototeca di Federico Zeri e la Biblioteca Eco siano oggi entrambe ricollocate, catalogate, accessibili in questa università di Bologna dove Eco si è speso nell’arco di oltre trent’anni (1971-2007), creando una scuola, formando generazioni di studenti, calamitando in città il meglio di una cultura internazionale che ha difeso la fisicità del libro nell’avanzata del digitale.

Quella fisicità che è il principio essenziale di una “biblioteca d’autore”, quale è quella di Eco, dove l’accostamento dei libri è pensato come un percorso di scoperta, nella sequenza molto studiata che apre a connessioni intellettuali sempre nuove, letterarie e scientifiche. Perché l’ordine dei volumi non è quello di una tradizionale classificazione bibliotecaria, ma segue il principio cardine della biblioteca d’autore, formulato nel primo Novecento da Aby Warburg sulla base della regola del buon vicino.

«L’ordine, la disposizione e le relazioni tra i volumi sono dunque parte integrante del contenuto intellettuale della collezione, testimonianza del metodo di lavoro dell’autore, delle sue fonti e dei suoi interessi a largo spettro». Stralcio dalla relazione di Riccardo Fedriga direttore scientifico della Fondazione Umberto Eco e di Francesca Tancini, project manager del delicato riallestimento della biblioteca a Bologna, dove il passaggio da casa privata a luogo pubblico comportava il trasferimento da una planimetria lineare (il lungo corridoio milanese che immette nel grande studio circolare) a un percorso frammentato e diverso negli spazi a piano terra della Biblioteca universitaria.

Per mesi è stata studiata l’organizzazione dei libri a scaffale nella sede originaria di Milano con l’obiettivo di salvare la natura esplorativa, la potenzialità combinatoria, le intuizioni impreviste, generate dalla prossimità fisica dei libri. «La principale funzione della biblioteca di casa mia – scriveva Umberto Eco – è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si rivelano di estrema importanza per noi». Perché i libri non sono accostati per discipline dai netti contorni. Prevale l’affinità di ricerca sui grandi temi che attraversano l’opera di Eco: Medioevo, semiotica, linguistica, letteratura, cultura di massa, storia delle idee… Nessun compartimento stagno, piuttosto la costruzione di tematiche trasversali entro uno schema molto libero «nel continuo ricomporsi di ordine e disordine», dove a esempio il settore letteratura (italiana e straniera) comprende narrativa e poesia, feuilleton e poliziesco, fantascienza, fumetto, critica letteraria, giornalismo, mass media. Giosuè Carducci di fianco al Pinocchio di Collodi e agli scritti pedagogici di Don Bosco; i romanzi a puntate di Dumas vicini a Conan Doyle e alle detective story britanniche.

Già si è capito che la ricollocazione dei volumi negli scaffali a Bologna ha comportato un lavoro di ricognizione complesso (rilievi fotografici, mappe, disegni, inventari dettagliati) per non perdere le informazioni e i possibili link che quella “vicinanza”, impostata personalmente da Eco, suggeriva. Il tracciato di una vita si faceva a quel punto strumento di nuove traiettorie interpretative.

Nella sua “traduzione” a Bologna, si è dunque cercato di salvare, con la biblioteca, una costruzione mentale. Cosa non facile e neppure scontata perché la cultura, nel caso di Eco, è cultura allo stato di grazia, cultura d’avanguardia in dialogo con l’accademia. Un’accademia che Eco incarnava nei suoi valori istituzionali e insieme apriva a una costellazione di nuove discipline, a una visione integrata delle idee: «L’università, con tutti i suoi difetti secolari, è ancora un posto dove si vive con i giovani e si discutono le idee che arriveranno ai media più tardi negli anni. E questo è un altro modo di vincere la morte» (2002, intervista di Laura Lilli su Repubblica).

La presenza attrattiva di Eco a Bologna ha coinvolto artisti e intellettuali (da George Steiner a Luciano Berio, da Julia Kristeva a Elie Wiesel e Orhan Pamuk, Joan Baez, Claude Lévi-Strauss, Marc Fumaroli, Roland Barthes, Nadine Gordimer) e studenti molto speciali. È stata per anni la linfa di questa città. Straparlando – anche lo humour era parte di quella cultura – Bologna ci appariva per iperbole quasi come Atene, nell’età di Pericle naturalmente.

È sull’onda di quelle aperture ai molti campi del sapere che l’approdo della Biblioteca di Eco – progetto che ha impegnato per anni la famiglia, il ministero, il rettore – va accolto come un dono salvifico, da proteggere, promuovere e mantenere vivo. D’altronde, se ECO è l’acronimo della formula latina ex coelis oblatus (così si indicava il “casato” dei bimbi abbandonati), anche il suo lascito va preso alla lettera: un dono del cielo.

Leggi i commenti