Perché va riscoperta la nobile arte della retorica
di Maurizio BettiniLa voce di un mio bisnonno piemontese, professore in pensione, che chinandosi su mia madre bambina le chiede: hai fatto l’esame di retorica? Mia madre lo raccontava sempre con stupore. Cosa mai avrebbe potuto rispondere? Storie di un’Italia diversa, in cui l’insegnamento di questa disciplina, la retorica, resisteva ancora nelle scuole del regno. Possibile? Sì: solo che poi era intervenuta la condanna di Benedetto Croce, in nome della libertà dell’espressione; e soprattutto la riforma Gentile, così che la retorica, come disciplina, era del tutto scomparsa dalla scuola. Salvo sopravvivere, sminuzzata e sotto altri nomi, nello studio del latino, del greco e soprattutto dell’italiano.
Oggi a scuola la retorica non si studia più, e se una sua rinascita c’è stata, e anche molto vivace, questo è avvenuto solo a livello accademico, mentre nel sentire comune l’aggettivo “retorico” continua ad avere un significato decisamente negativo. In genere qualifica qualsiasi discorso sostanzialmente fals…
La voce di un mio bisnonno piemontese, professore in pensione, che chinandosi su mia madre bambina le chiede: hai fatto l’esame di retorica? Mia madre lo raccontava sempre con stupore. Cosa mai avrebbe potuto rispondere? Storie di un’Italia diversa, in cui l’insegnamento di questa disciplina, la retorica, resisteva ancora nelle scuole del regno. Possibile? Sì: solo che poi era intervenuta la condanna di Benedetto Croce, in nome della libertà dell’espressione; e soprattutto la riforma Gentile, così che la retorica, come disciplina, era del tutto scomparsa dalla scuola. Salvo sopravvivere, sminuzzata e sotto altri nomi, nello studio del latino, del greco e soprattutto dell’italiano.
Oggi a scuola la retorica non si studia più, e se una sua rinascita c’è stata, e anche molto vivace, questo è avvenuto solo a livello accademico, mentre nel sentire comune l’aggettivo “retorico” continua ad avere un significato decisamente negativo. In genere qualifica qualsiasi discorso sostanzialmente falso, imbellettato o di maniera, insomma privo di autenticità. Difficile che oggi si riesca a pensare, invece, che senza questa disciplina la grande cultura classica, che oggi continuiamo ad ammirare, semplicemente non sarebbe esistita.
Nel mondo greco e romano la retorica costituiva infatti la base di ogni educazione, soprattutto per chiunque volesse, o dovesse, emergere nella vita sociale. Ci si dimentica insomma che alla retorica aveva dedicato un intero trattato niente meno che Aristotele; mentre a Roma l’imperatore Vespasiano istituì una vera e propria cattedra di eloquenza, affidandola allo spagnolo Marco Fabio Quintiliano con un compenso di centomila sesterzi. Gran bello stipendio, che forse neppure un professore di Harvard o Stanford potrebbe mai sognare, ma che in cambio fruttò alla cultura romana, e a quella dei secoli a venire, un’opera di straordinaria importanza: l’Institutio oratoria, un manuale di retorica che avrebbe goduto di fama ininterrotta dal medioevo all’età moderna.
Soprattutto però – e questo conta sapere per comprendere la cultura che si è sviluppata dal tempo dei greci fino alla fine del XIX secolo - lo studio della retorica non si è mai interrotto, ha fatto parte del bagaglio formativo di innumerevoli poeti, filosofi, magistrati, politici. Ma in definitiva, cosa insegnava la retorica? Semplicemente a parlare, e di conseguenza anche a scrivere, articolando tutta un panoplia di strumenti linguistici (le figure retoriche) utili a raggiungere un certo scopo: che corrispondeva, per dirla brutalmente, al persuadere qualcun altro.
Ora, su questa disciplina torna Gigi Spina con un libretto breve ma succosissimo, dotto ma di deliziosa lettura, che ad esempi tratti dalla retorica antica ne mescola molti che vengono dai discorsi di odierni politici, scrittori, cantanti, e perfino frasi colte al volo per le vie della città: Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee (Enrico Damiani editore). Sono certo che, dopo aver letto questo libro, chiunque converrà che conoscere almeno di un po’ di retorica è importante per ciascuno di noi: sia per organizzare il discorso proprio, sia inversamente per smontare, analizzare e quindi ben reagire al discorso altrui. Vediamo anzi pochi esempi fra i molti che Spina ci regala.
Una nota scrittrice afferma che «i ragazzi sono sempre più disperati… certo, li stiamo allevando evitando loro la minima frustrazione… siamo al loro servizio, gli stiamo spianando la strada… Noi alla loro età eravamo diversi…». Questa insistita prima persona plurale dà automaticamente per scontato che chi legge la pensi e si comporti come chi scrive. Il che non è affatto detto. Ecco un bell’esempio di “noi” pseudo-sociativo, un’abile strategia per cattivarsi, colpevolizzandolo, il lettore. Quanto diverso dal più nobile “noi” (realmente sociativo) sul quale numerosi dei nostri presidenti – Ciampi, Scalfaro, Mattarella – hanno imperniato i loro discorsi di fine d’anno: «Noi andremo avanti così…», per unire l’oratore e il suo pubblico, l’intero popolo italiano, nell’augurio di un felice cammino comune.
E poi c’è la citazione, altra figura retorica di straordinario potere. La sua forza sta nella capacità di evocare un invisibile teste a favore delle tesi di colui che parla. Come nel caso della lettera di dimissioni inviata da Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ai propri dipendenti: «Ricordatevi che, come scrisse Orazio, Graecia capta ferum victorem cepit». Citazione che è insieme una metafora, anzi un’allegoria: Mediobanca, “conquistata” dal Monte dei Paschi, a sua volta “conquisterà” il “selvaggio vincitore” con l’expertise, la capacità, le risorse intellettuali dei propri dipendenti. Citazione davvero abile, che a suffragio della tesi di Nagel portava nientemeno che Orazio. Pur se di recente un giovane, emergente intellettuale di destra, in un libro dedicato interamente a Roma antica, ha attribuito questo verso oraziano a Cicerone: in retorica, la citazione sbagliata è classificata come figura dell’ignoranza.
IL LIBRO
Retorica quotidiana di Gigi Spina (Enrico Damiani editore, pagg. 208, euro 15,90)