Tre secoli e mezzo prima diPer la pace perpetua di Immanuel Kant (1795) Niccolò Cusano, nel 1453, formulò il suo disegno dello stesso tema ne La pace della fede. Quello di Kant è un progetto filosofico politico: una federazione delle repubbliche. Quello del filosofo e cardinale tedesco, venuto da Kues sulla Mosella, è un sogno, una visione, nati da un «raptus» che colse la sua mente subito dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi di Mehemet II. Dopo un lungo assedio e un immane spargimento di sangue, la capitale cristiana d’Oriente, la seconda Roma, era conquistata dai musulmani a undici secoli dalla fondazione. Cambiava la geografia europea, l’Islam che aveva già conquistato la sponda sud del Mediterraneo, avanzava da Est e si spingeva verso l’Europa. Enorme fu l’impatto della notizia, su Venezia, Genova, Roma, su tutta la cristianità.
E la sua reazione fu questo libro memorabile, pronto in poche settimane, in cui si racconta di un congresso celeste convocato da Dio stesso, con la partecipazione del Verbo, suo Figlio, e degli apostoli Pietro e Paolo, per promuovere la pace tra tutte le religioni attraverso un dialogo che doveva convincere i maggiori sapienti, i filosofi, che tutte le rappresentavano, a convergere nell’una religio, quella dell’unico vero Dio, una sola, che si era differenziata nella storia umana a causa della varietà dei riti, in rituum varietate.
Questa edizione critica del saggio di Cusano, arricchita magistralmente dai commenti e dalle note di Enrico Peroli, mostra tutta la profondità teologica e filosofica di questa convergenza. Il «raptus» di cui parla il Cusano non è un’esperienza mistica, è una illuminazione dello stesso genere che gli aveva ispirato La dotta ignoranza 15 anni prima, al ritorno da un intenso viaggio a Costantinopoli dove si era recato nel tentativo di ricucire lo scisma d’Oriente e per condurre l’Imperatore in Italia.
Il nucleo di questa scoperta filosofica, il fatto che la verità assoluta di Dio sia infinita e trascenda ogni capacità dell’intelletto umano perché tra il finito e l’infinito non c’è alcuna proporzione misurabile, ci spinge a riconoscere gli insuperabili limiti della conoscenza umana. Un riconoscimento che ha nome di docta ignorantia. E questo nucleo va posto alla base anche del rapporto tra le fedi. Cusano fu certamente cristiano e convinto della verità del Vangelo, ma la non attingibilità della verità assoluta vale anche per la sua fede, come anche per ogni forma di conoscenza umana, alla quale è impossibile il possesso di un concetto praecisum, compiuto, perfetto, totalmente esaustivo, di qualunque cosa. La mente umana può procedere solo per congetture e questo vale per Dio come per il mondo. Questa assonanza con l’epistemologia kantiana e post-kantiana faceva vedere, con ragione, a Ernst Cassirer in Cusano un anticipatore del trascendentalismo. E certo piaceva a Karl Popper che gli rendeva omaggio nel suo Congetture e confutazioni, vedendo in questo nucleo di idee la premessa della cultura della tolleranza.
L’aura congetturale che avvolge in Cusano le cose di fede, i sacramenti, e anche la Chiesa stessa, non passava invece senza conseguenze tra i dogmatici contemporanei, come il rettore dell’università di Heidelberg, il teologo Johannes Wenck, difensore dell’aristotelismo tomista, che si dette a lungo da fare perché il nostro cardinale fosse processato per eresia. Tentativo che per tante ragioni non andò a compimento, non ultima quella che i papi di questa fase umanista e innovativa della storia della Chiesa e altre figure al vertice del cattolicesimo condividevano le idee più trasgressive di Niccolò.
Fatto sta che La pace della fede racconta di una visione che porta l’autore «a una certa altezza intellettuale», dalla quale si possono ascoltare le parole stesse dell’Onnipotente, che venuto a sapere dai suoi messaggeri arcangeli che si facevano guerre nel nome delle religioni, decide di convocare questa grande assemblea che rappresenta tutti i popoli e tutte le fedi. E in apertura l’arcangelo fa quello che oggi chiameremmo un briefing preliminare, rivolgendosi al Re del cielo con il Tu e in modo da essere ascoltato da tutti.
Tu hai inviato «ai diversi popoli della terra vari profeti e maestri, alcuni in un’epoca, altri in un’altra» e hai affidato loro il compito di «istituire leggi e culti in tuo nome». È accaduto però che a causa dei mille problemi e delle tribolazioni che li affliggono essi abbiano accolto queste leggi come se fossi stato Tu stesso, il Re dei re, ad aver parlato loro faccia a faccia. «La condizione dell’uomo sulla terra è tale, tuttavia, che egli è portato ad accettare come se fosse un dato di natura quanto si è affermato grazie a una lunga consuetudine e a difenderlo come se fosse la verità stessa». L’assolutizzazione della verità esclusiva della propria fede nasce dunque dai limiti umani e non è un dono, o un vizio, divino, tanto meno del Dio di questo congresso cusaniano, che si adopera per spiegare agli uni e agli altri che le loro differenze di fede sono il frutto della varietà di tempi e modi della rivelazione. E che dovranno mettersi d’accordo riunendosi a Gerusalemme.
Una prospettiva che non sfocia necessariamente nel relativismo ma che mostra le religioni come complementari nella loro varietà, voluta dall’unico Dio per accrescere la fede nel mondo (audactio devotionis). Una “complementarità” che contraddice, per ogni fede, l’idea che ciascuna di loro possa essere l’unica vera. Una prospettiva che i teologi del pluralismo conoscono bene per come l’ha castigata il cardinale Ratzinger, rimproverandoli nel documento Dominus Iesus, del 2000, che mette in guardia dai pericoli del dialogo.
Per il potente cardinale Cusano, che rifuggiva dal principio che non ci sia salvezza fuori dalla Chiesa, e che mai parla di proselitismo e di conversione degli infedeli, il dialogo non era un pericolo, ma l’unica possibile salvezza e via per la pace. C’era bene di che ispirare i teologi del Vaticano Secondo. E anche di che stupire un ateo anticlericale come Bertrand Russell quando scrisse che alcuni alti ecclesiastici del Quattrocento erano capaci di una concezione sorprendentemente universalistica della fede e che Cusano ne era il più illustre rappresentante.
Il libro – La pace della fede di Niccolò Cusano (Rizzoli, a cura di Enrico Peroli, con un saggio di Massimo Cacciari,pagg. 384, euro 14)